mohamed ali

DA ALI ALL’ETERNITÀ - IL SAGGIO DELLA GRANDE SCRITTRICE JOYCE CAROL OATES SUL PUGILE CHE GRIDÒ AL MONDO: “NON SARÒ QUELLO CHE VOLETE FARMI ESSERE"

MUHAMMAD ALIMUHAMMAD ALI

Testo tratto dal libro Sulla boxe di J.Carol Oates pubblicato da “la Repubblica”

 

Nell’America del Ventesimo secolo, e forse in maniera più spettacolare negli anni Settanta, gli sport sono arrivati a essere la nostra religione principale. Sempre sotto l’occhio smanioso dei media, i nostri atleti più acclamati acquisiscono uno status mitopoietico, sono allo stesso tempo «più grandi della vita» e spesso inadatti alla vita in termini quotidiani, personali. Per essere un campione basta solo offrire prestazioni costantemente migliori dei propri avversari.

 

JOE FRAZIER GEORGE FOREMAN MOHAMMED ALI  JOE FRAZIER GEORGE FOREMAN MOHAMMED ALI

Per essere un campione, come Muhammad Ali, è necessario andare oltre i confini dello sport in sé per diventare un modello (in taluni casi un modello sacrificale) per la gente normale, il portatore dell’immagine di un’epoca. Il fenomeno dell’attenzione mediatica e dello scalpore che circondò ogni singolo passaggio della carriera di Ali non aveva precedenti, proprio come le borse sempre più ricche e i compensi pagati oggigiorno agli atleti professionisti sono una conseguenza del ruolo svolto da Ali nella coscienza pubblica.

 

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Tra gli storici della boxe e gli appassionati si discuterà a lungo se sia stato Ali o Joe Louis il più grande peso massimo della storia. È fuori discussione però che Ali, come atleta, campione e icona culturale, abbia acquisito un significato che va al di là dello sport e che nessun altro pugile ha mai raggiunto, né è probabile che raggiunga. Cassius Clay-Muhammad Ali si sarebbe presto rivelato il maestro di un nuovo stile, radicalmente iconoclastico, nella vita pubblica. Pur se gravato da questioni di religione, razza ed “ego”, il messaggio fondamentale di Cassius Clay-Muhammad Ali alla fine degli anni Sessanta e all’inizio dei Settanta fu semplice e provocatorio: Non sono tenuto a essere quello che volete farmi essere.

 

Clay-Ali introdusse in quello sport serio come la morte che è la boxe un’inaspettata gioia estatica che non ha niente a che vedere, e in realtà potrebbe esserne il contrario, con la sua missione politico- religiosa. Si ha l’impressione che il suo carattere fosse fondamentalmente quello di un ragazzino: fare la parte del Buffone gli veniva naturale.

 

Allo stesso modo, Ali è tremendamente serio sulla sua missione di membro della Nazione dell’Islam. Non c’è niente di giocoso o di buffonesco nel suo impegno nei confronti della fede musulmana. («I musulmani… la loro religione la vivono… mica siamo ipocriti noi . Ci sottomettiamo totalmente alla volontà di Allah»).

 

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In Clay-Ali c’è sempre stato qualcosa di enigmatico, una doppiezza che fa pensare a una distinzione netta tra realtà pubblica e privata. È diventato un’“icona americana” conosciuta nel mondo, un marchio che è simbolo di “successo”. Eppure non è stato sempre così, ovvio. Per anni, subito dopo il suo rifiuto, in quanto musulmano nero, di arruolarsi nell’esercito degli Stati Uniti, divenne una delle figure pubbliche più denigrate d’America; addirittura, nelle parole del Dipartimento di Stato, un «possibile rischio per la sicurezza»!

 

La straordinaria carriera di Cassius Clay-Muhammad Ali è tra le più lunghe, variegate e sensazionali della boxe. A colpirci per la sua eccezionalità è vedere in che modo il giovane e spavaldo sfidante Cassius Clay, pronto ad abbandonare in una delle riprese iniziali la sua prima sfida per il titolo contro Sonny Liston (lamentandosi di «avere qualcosa nell’occhio »), sia poi maturato fino a disputare incontri che avevano di fatto del sovrumano per il dispendio di energie fisiche e morali, di intelligenza e forza mentale: i combattimenti lunghi, sfibranti, senza esclusione di colpi, con Joe Frazier (che, nell’ordine, Ali perse, poi vinse e rivinse); e quello del 1974, famoso per la tecnica del «rope-a-dope», con l’allora campione George Foreman, in Zaire, che restituì il titolo a Ali.

muhammad ali sylvester stallonemuhammad ali sylvester stallone

 

Quanta grazia letale, quanta fatale bellezza in azione! E che mistero sarebbe rimasto l’argento vivo dello stile di Ali sul ring, se non fosse esistita la moviola! Nelle grandi esibizioni di boxe, come in pochi altri sport, l’occhio nudo è semplicemente inadeguato a cogliere, e ancor meno a registrare e interpretare, le mosse cruciali.

 

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Da lì a poco, la precoce e folgorante carriera di Ali sarebbe andata incontro a una brusca fine. Sempre più al centro delle polemiche per il suo impegno pubblico con la Nazione dell’Islam (considerata da molti bianchi, e da alcuni neri, una setta razzista nera), Muhammad Ali scatenò un turbine di riprovazione quando, nell’aprile del 1967, si rifiutò di arruolarsi nell’esercito degli Stati Uniti e, assediato dai media, pronunciò una delle memorabili frasi incendiarie di quell’epoca incendiaria: «Sentite, io non ho niente contro questi vietcong».

 

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Una corte federale di Houston, in Texas, lo avrebbe giudicato colpevole di «aver consapevolmente e illecitamente rifiutato l’arruolamento », e un anziano giudice bianco lo avrebbe condannato alla più dura delle pene: cinque anni di carcere e una multa di diecimila dollari. Sarebbero seguiti anni di appelli, di colossali parcelle per gli avvocati, di polemiche senza fine, ma Ali non passò nemmeno un giorno in prigione. Non gli fu permesso di disputare incontri nel pieno fulgore della sua vita da pugile. Poi, con una logica da fiaba, mentre la guerra in Vietnam, un episodio triste e ancora irrisolto della nostra storia, si andava esaurendo e il vento dell’opinione pubblica cambiava direzione a sfavore dei militari, la Corte suprema degli Stati Uniti rovesciò il verdetto del 1967 e reintegrò Ali come pugile. Simile a un elefante isolato dal branco, esiliato ai margini del suo mondo, di cui è pur sempre consapevole e da cui è sempre osservato con imbarazzo, Ali fece un rientro trionfale — o quasi! — per rivendicare il suo titolo.

 

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Le grandi sfide di questo periodo della carriera di Ali, con le loro costosissime campagne pubblicitarie, rientrano tra i grandi eventi sportivi di tutti i tempi. Quelle contro Frazier, la prima nel 1971 (che attirò più spettatori di qualunque altro incontro di boxe nella storia), la seconda (nel 1974), la terza (nel 1975), e quella contro Foreman nel 1974, avrebbero tutte dato l’impressione di essere calate in una dimensione archetipica dello spirito, una dimensione che trascende la maggior parte degli eventi sportivi.

 

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A pensare a quegli incontri sfiancanti da cui anche i vincitori escono irrevocabilmente cambiati vengono in mente le vette pericolose e catartiche toccate dalla tragedia greca e shakespeariana. Perché, anche se non più giovane, Ali continuava a essere un meta-atleta che concepiva le sue apparizioni in pubblico come teatro, non solo, o non completamente, come sport; Ali era un magnifico atleta, ma anche un magnifico attore, che offriva “Ali” al plauso di milioni di persone.

 

Nel 1981, e questa volta per sempre, Ali si sarebbe ritirato con un record di cinquantasei vittorie e cinque sconfitte. Ma anche negli anni del declino della sua carriera sarebbe stato il simbolo del coraggio e dello stoicismo dell’atleta non più giovane, figura molto presente sulla nostra scena contemporanea.

 

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