LIBERO INSULTO IN LIBERO STATO! DA GRILLO CHE DEFINI' BERLUSCONI “PSICONANO” AGLI STRALI DI SALVINI&MELONI CONTRO LE “ZECCHE” DI SINISTRA “AMICHE DEGLI SCAFISTI”, UN LIBRO DI ANTONELLO CAPURSO RIPERCORRE LA STORIA DEGLI IMPROPERI IN POLITICA DALL’800 A OGGI - MIRELLA SERRI: "SE NELLA PRIMA REPUBBLICA L’INSULTO ERA IDEOLOGICO, ORA LA PAROLA È VIOLENTA, PERSONALIZZATA E CONCENTRATA SEMPRE PIÙ SUL CARATTERE, SUL CORPO, SUL DENARO E SULLA VITA PRIVATA DEL LEADER. MATTEO SALVINI CE L’HA CON LA SINISTRA “RADICAL CHIC”. PURE GIORGIA MELONI E I FRATELLI D’ITALIA SI ESERCITANO SULLA “SINISTRA AL CAVIALE”, “GLOBALISTI”, “AMICI DEGLI SCAFISTI”. MA FORSE SIAMO AL TRAGUARDO DELLE CONTUMELIE. CI STA PENSANDO IL GENERALE VANNACCI CHE HA PROPOSTO UNA MULTA A CHI BESTEMMIA E A CHI OLTRAGGIA I DEFUNTI. E CHI MANDA A QUEL PAESE I POLITICI? VANNACCI NON SI PRONUNCIA, FACENDO CAPIRE CHE…"
Mirella Serri per “La Stampa – TuttoLibri” - Estratti
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L’Ottocento è il gran momento dell’affermazione della parolaccia. Giornali, gazzette e fogli vari divulgano volgarità e improperi che i politici cominciano a scambiarsi, in un trend destinato a crescere fino ai giorni nostri. Adesso Antonello Capurso nel pamphlet La repubblica degli insulti. Offese, oltraggi, schiaffoni e turpiloqui nella storia italiana da Garibaldi a Meloni riunisce la gran massa delle offese verbali in politica, anche come specchio dei tempi.
Nel secolo di Garibaldi comincia a scomparire ogni rispetto: Angelo Brofferio, capo dell’opposizione di sinistra, constata: «L’Italia è da compiangere perché ha due capi, Garibaldi e Ricasoli, l’uno senza testa, l’altro senza testicoli». Gli scrittori antiparlamentari, come Ferdinando Petruccelli della Gattina, danno fuoco alle polveri: Agostino Depretis, padre del trasformismo, si becca “Caino”, “clown” e “affondatore”, a Francesco De Sanctis va la definizione di incompetente ma è Giovanni Giolitti che fa il pieno di soprannomi come Palamidone e jettatore ma anche «mortadella di Bologna: mezzo asino e mezzo porco». Inoltre ci si sfoga contro il governo «covo di ladri, concussori, assassini, falsi ingenui, furbi matricolati».
Con il fascismo ai suoi albori la contumelia diventa più forte e diretta. Benito Mussolini, essendo passato da neutralista a interventista, per il socialista Claudio Treves è un «pidocchio, livido, sterile, vanesio come una prostituta». Il Mascellone si vendica con «scrofola socialista», «scabbia clericale». Però poi, quando le camicie nere giungono al potere, all’ingiuria politica viene messo il bavaglio. Mussolini in privato borbotta contro Achille Starace «un cretino obbediente», contro Dino Grandi «bigio, torbido e infido».
Sono offese all’acqua di rose. Con la caduta del regime rinasce l’imprecazione in gran forma. Giancarlo Pajetta appella Ugo La Malfa, ministro del Commercio con l’estero, «lustrascarpe dell’ambasciatore americano» e Aldo Moro si becca un «Servo!». Togliatti era un maestro nel vituperio. Per il Migliore, Piero Gobetti era un «parassita della cultura», Giuseppe Prezzolini una «meretrice venduta su tutti i marciapiedi» il quale a sua volta ribatteva «pederasta passivo dei russi» (da notare è l’accento sul passivo).
Ma è dagli anni Sessanta che gli insulti diventano un’arma di distrazione di massa: sono il mezzo per farsi largo e per occupare uno spazio nel contesto della comunicazione. Vittorio Sgarbi, docet.
Il presidente Francesco Cossiga è contro tutti: De Mita è «bugiardo, gradasso, il solito boss di provincia», Nicola Mancino «se sta al mare fa un gran bene al paese», Achille Occhetto lo «zombie coi baffi». Quando appare sull’orizzonte della politica Umberto Bossi dilaga la religione dell’insulto: la Democrazia cristiana è una «cavagna di lumaconi bavosi e schifosi», il capo dello Stato non viene rispettato («Con una scoreggia a quello lì [Oscar Luigi Scalfaro] gli sbianchiamo i capelli») e il Senatùr ce l’ha con «le lobby omosessuali, i mondialisti, gli sporcaccioni, i porci, i mascalzoni, il giro di Craxi».
Grillo inaugura poi la stagione del Vaffa-Day che rimbalza sul web: «Matteo Renzi è l’ebetino di Firenze; il pollo che si crede un’aquila». E poi Fini, Monti, Napolitano e Schifani formano «il corteo delle salme». Bersani, Berlusconi, D’Alema e Monti sono «padri puttanieri che chiagnono e fottono». Berlusconi è «lo psiconano». Maurizio Gasparri è «una fattucchiera». Maurizio Lupi «la figlia di Fantozzi». Romano Prodi è «Alzheimer».
Se nella prima Repubblica l’insulto era ideologico e il linguaggio era ancora controllato, ora la parola è violenta, personalizzata e concentrata sempre più sul carattere, sul corpo, sul denaro e sulla vita privata del leader. Matteo Salvini ce l’ha con la sinistra “radical chic”, “zecche” e “pidioti”.
Pure Giorgia Meloni e i Fratelli d’Italia si esercitano sulla “sinistra al caviale”, “globalisti”, “amici degli scafisti”. Ma forse siamo al traguardo delle contumelie. Ci sta pensando il generale Vannacci che ha proposto una multa a chi bestemmia e a chi oltraggia i defunti. E chi manda a quel paese i politici? Vannacci non si pronuncia, facendo capire che sul vaffa in Senato o in Parlamento ancora una volta non ci si risparmia.
roberto vannacci
oscar luigi scalfaro





