CHE COSA SONO LE BR/2 - REGGIO EMILIA, '68-'69. FRANCESCHINI E GALLINARI INCONTRANO LUCIO MAGRI: "VOLETE FARE LA RIVOLUZIONE? E IO ME NE TORNO A SCIARE." - I VECCHI PARTIGIANI CONSEGNANO I MITRA ALLE GIOVANI BR.
Ecco alcuni brani, tratti dal capitolo intitolato L'appartamento. Reggio Emilia, 1968-'69. Siamo ai primordi delle Br. Franceschini è il leader di un gruppo di giovani militanti della Fgci con un piede nel partito e l'altro nella lotta armata. Tra loro, c'è anche Prospero Gallinari. Si riuniscono in un appartamento nel centro storico. Paga l'affitto l'avvocato Corrado Costa, poeta e intellettuale trasgressivo legato all'editore Giangiacomo Feltrinelli. Ecco una parte della lunga testimonianza di Franceschini.
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Che cosa facevate nell'"appartamento"? Qual era la vostra attività?
Alcuni compagni ci vivevano proprio. Altri andavano e venivano. Era un porto di mare. La sede diventò subito un punto di riferimento non solo per moltissimi militanti della Fgci, ma anche per giovani di altra estrazione. Per esempio, venivano da noi i giovani dello Psiup e gli anarchici della Fai. E poi avevamo stabilito rapporti molto interessanti con un gruppo di cattolici del dissenso. Si chiamavano One way, una via. Avevano una libreria e partecipavano a tutti i nostri dibattiti. I loro leader erano i due fratelli Folloni. Uno, Guido, sarebbe poi diventato direttore di "Avvenire", senatore democristiano e, nel 1998, ministro del governo di Massimo D'Alema.
Qual era il terreno d'incontro tra voi dell'"appartamento" e i cattolici di One way?
Il terzomondismo. Per noi, Che Guevara. Loro facevano riferimento a Camilo Torres, il prete-guerrigliero colombiano.
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Per il gruppo del Manifesto chi venne a conoscervi?
Lucio Magri e Luciana Castellina. Stavano girando l'Italia per reclutare gente dal Pci. E vennero anche da noi perché eravamo già conosciuto come il "gruppo di Reggio". Ci esposero le loro tesi, noi li ascoltammo. Poi, finita l'assemblea, verso l'una, io e Gallinari rimanemmo a chiacchierare con loro. Magri me lo ricordo benissimo per un particolare: eravamo a dicembre e lui era abbronzatissimo. Gli dicemmo che non avevamo capito bene quali fossero le sue posizioni e gli chiedemmo di spiegarci che cosa pensava della lotta armata. Magri tergiversava, o non aveva le idee molto chiare, o forse aveva paura di sbilanciarsi. Allora gli dicemmo fuori dai denti che noi, la rivoluzione, la stavamo organizzando sul serio. Lui ci guardò come stralunato, poi gli caddero le braccia e disse: "Ma allora, se voi volete fare veramente queste cose, io me ne torno a sciare". "Tu tornerai a sciare", gli rispose serissimo Gallinari, "non noi". E Magri non si fece più vivo.
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Come vi eravate organizzati?
Intorno all'"appartamento" ruotavano un centinaio di giovani. Il nostro era un ambiente molto aperto e ci ponemmo il problema di come agire senza correre troppi rischi. Pensammo che l'unico modo fosse quello di costruire una sorta di doppio livello clandestino, dove agisse un gruppo ristretto di persone. Selezionammo 20-30 compagni, i più determinati, gli stessi che più tardi avrebbero formato il nucleo più agguerrito delle prime Brigate rosse. E cominciammo a esercitarci andando a sparare sulle montagne con i mitra che ci davano gli ex partigiani.
Quei partigiani sapevano che cosa stavate preparando?
Sapevano che le loro armi noi le avremmo usate. Avevano fatto la guerra di Liberazione, dopo il 25 aprile avrebbero voluto continuare a combattere per costruire una società socialista, ma il Pci, il loro partito, li aveva traditi. Non avevano più l'età per ritornare sulle montagne, e passarono a noi ragazzi le loro armi, con la certezza che le avremmo usate.
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Dagospia 13 Maggio 2004