GIANNI MORANDI, UNA STORIA LUNGA 450 CANZONI - NEL BUCO NERO DELLA SUA CARRIERA ('70, '80), QUANDO NEANCHE A "DISCORING" LO VOLEVANO E LUI ANDÒ FINO A POZZUOLI, A CANTARE PER UN POLITICO "CHE AVREBBE INTERCESSO PER FARMI ACCETTARE AL PROGRAMMA".
Stefano Di Michele per "Il Foglio"
"Quanto dura una canzone? Quante canzoni ci stanno in un'ora? A quante ore corrispondono diciottomila? Quanti chilometri si potrebbero fare nel tempo di un concerto? Quanti minuti sono cinque metri di giornale? Quanti mesi sono in cinquemila concerti? Quante canzoni ci stanno in quarantadue chilometri?"
Gianni Morandi
Tor Lupara stava uno sputo oltre l'ultimo sputo di Roma. Dopo le ultime case della città, prati e campi e terra spesso senza grazia, persino vacche al pascolo. Poi Tor Lupara. Quasi un nulla né metropolitano né paesano, allora forse un po' pasoliniano, con le case di tufo tirate su lentamente, in maniera esasperante, in anni senza fine.
Uno di quei posti dove si ammucchia la gente che preme. Allora erano quasi tutti immigrati abruzzesi e marchigiani. Gli uomini partivano col buio, carpentieri e i muratori: per lavorare in nero, verso qualche posto che somigliava forse a quello che lasciavano la mattina - solo che lì le case le facevano loro e non quelli che ci abitavano.
Le donne compravano cinquanta lire di pizza bianca e se la mettevano in borsa. Poi salivano sul 337, che neanche entrava a Tor Lupara, e andavano a lavorare a ore nelle case di Roma.
Come una mandria già affaticata - a volte madri già vecchie e figlie già invecchiate - di buon mattino arrivavano all'altro capolinea e si sparpagliavano tra ville e palazzoni. Prima di comprare la pizza bianca - bianca perché con cinquanta lire ce ne veniva molta di più di quella rossa, per non parlare di quella con la mozzarella - queste donne portavano i bambini in un collegio di monache. Monache slave, "figlie della misericordia" c'era scritto sul portone, "Madre Maria Petkovic". Erano monache allegre, per niente tristi, simpatiche.
Nessuna mala educaciòn, da quelle parti. Suor Serafina passava col pulmino, prima che le donne partissero per il lavoro, e imbarcava i bambini che trovava per strada. Abito nero lungo, un velo ampio, monache come non se ne vedono più da tempo. E poi suor Gioia e suor Slavenca e la madre superiora, che però stava al piano di sopra e raramente si vedeva.
Questo convento si trovava vicino alla villa di Gianni Morandi. Il sabato, controllati grembiulini e fiocchi, le monache mettevano i bambini in fila: "Andiamo da Gianni Morandi". Una breve passeggiata tra strade di campagna, fino alla villa. A volte c'era Morandi in persona, che salutava. A volte no. Per i bambini - sparpagliati intorno al muro di quella casa grande - un po' di aranciata o di cocacola, qualcosa come delle fette di ciambellone. Poi le foto con l'autografo. Così quasi ogni famiglia a Tor Lupara aveva questa foto di Morandi con l'autografo in casa. Gloria nazionale e gloria locale.
Cosa mai avesse spinto il cantante a farsi una villa in quel quasi nulla di mamme stanche e muratori stanchi e monache balcaniche - che già allora si capiva benissimo che mai e poi mai sarebbe diventato un Casalpalocco o qualunque altro posto del genere dove deportare i calciatori di lusso - è un mistero.
Il canterino di "andavo a cento all'ora/ a trovar la bimba mia/ ye ye ye ye/ ye ye ye ye", e pure di cose persino meno memorabili tipo "quando mi prende la voglia/ mi metto le dita nel naso/ e guardo se putacaso/ mi hai visto fare così", ma anche già di "c'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones", era già un divo, pur di quel divismo anni Sessanta meno imbastardito di quello attuale, e stare in quel posto dove altri si ritrovavano per forza più che per volontà resta una scelta curiosa.
Eppure di quella casa parla molto, Morandi, nella sua autobiografia appena uscita, scritta insieme a Michele Ferrari ("Diario di un ragazzo italiano", Rizzoli, 16 euro). La casa del successo travolgente dell'inizio, il fidanzatino d'Italia che nei film aveva sempre una divisa da soldatino, e il soldato non lo aveva ancora fatto.
La casa del buio degli anni Settanta e Ottanta, quando neanche a "Discoring" lo volevano e lui andò fino a Pozzuoli, a cantare per un politico "che avrebbe intercesso per farmi accettare al programma". Politico cialtrone, come capita, promessa non mantenuta. "Arrivai all'umiliazione di dover allungare a qualcuno cinque milioni per riuscire finalmente a essere ospitato a quella trasmissione, che probabilmente non portò a vendere un solo disco in più".
Quella casa dove una mattina dell'85 arrivarono sette poliziotti che "ad armi spiegate mi spinsero a rientrare dicendo di sapere tutto: tenevo droga in casa. A quel punto mi rasserenai perché sapevo di non avere nulla del genere. Davanti ai miei occhi misero la casa sottosopra intimandomi di collaborare perché loro avevano l'informazione che la roba c'era e quindi avrei fatto bene a tirarla fuori". Scrive Morandi: "Dopo mesi si seppe che una detenuta di Rebibbia aveva il mio numero nella sua agenda: doveva servire per dare l'impressione di collaborare con la giustizia e ricevere uno sconto della pena".
La casa dove Lucio Dalla gli lasciò un alano gigantesco e quello gli si mangiò la capretta. Adesso il sabato le monache dalle lunghe tonache e i bambini col grembiulino, figurarsi, non si vedono più. Morandi sta correndo la maratona per le strade di New York.
Pensa: "Sei cresciuto bene, in questa vita, eh Gianni? Come si sta a sessant'anni, dopo aver cavalcato la fortuna, essere stato duramente colpito ed essere rimasto in piedi?". Ha inciso 450 canzoni, 34 album, si è esibito in più di 3500 concerti.
Ancora ragazzino - i pantaloni di pesante vigogna un tempo lunghi e ora accorciati, il maglione fatto con gli scarti dell'America Stracci e il colletto della camicia finta, solo colletto e nient'altro, perciò pure se schiatti di caldo il maglione non lo puoi togliere - la maestra Scaglioni lo mandava a urlare sulla spiaggia di Riccione, respirare a pieni polmoni ossigeno e iodio: "Mi chiamo Gianniiiiii, voglio cantareeeeeee! Sono Gianni Morandiiiiii, faccio il cantanteeeeee!!!". Più grande, tentava di annullare la sua esse emiliana, ma Franco Migliacci diceva che era la sua caratteristica, e perciò gli combinava tutte canzoni dove le esse abbondavano: "Se non avessi più te", "La fisarmonica", "Non son degno di te.".
Quando il tempo buio della dimenticanza stava per cominciare, nei primi anni Settanta decide di partecipare a Sanremo con una canzone certo non tra le sue più felici: "Vado a lavorare". Immediato e sfottente telegramma da parte di Cochi e Renato: "Era ora".
In fondo, arrivava troppo dopo Adriano Celentano, appunto "Chi non lavora non fa l'amore". Ma in seguito si sarebbe rifatto: parecchi anni prima del debutto berlusconiano, Morandi aveva già scritto "Azzurra storia", e, apicellianamente parlando, il Cavaliere potrebbe averne tratto ispirazione, "il tempo passa e va/ ma qualche azzurra storia/ profuma l'aria non se ne va". Difficile però. Il papà faceva leggere a Gianni ogni giorno "cinque metri di Unità", che "era la misura giusta stabilita dal suo senso del dovere politico ideale, prima di iniziare una giornata di lavoro", e a volte se ne aggiungevano un altro paio, "per scontare le penalità dovute ad alcuni ritardi".
Poi, a cena, la nonna "mi passava il catechismo da sotto il tavolo e così crescevo alimentato dall'incrocio surreale di questi due fuochi". Ma ideologicamente, niente da fare: Morandi non ha preso la caratura di Bondi o di Adornato. Le case del popolo dell'Emilia, negli anni giovanili, se l'è fatte tutte, con grande orgoglio del genitore.
Arrivava e, come quella prima volta ad Alfonsine, osservava "le gigantografie dei maggiori artefici dell'ideologia rossa". E dunque: "C'erano tutti e io li conoscevo bene, meglio dei calciatori del Bologna, perché mio padre mi sottoponeva a una serie di indovinelli costringendomi a identificarli quando apparivano ritratti sull'Unità o su un libro che mi obbligava a leggere.
C'erano in bella mostra Marx, Engels, Lenin, Stalin, Togliatti, Gramsci.". Ironizza, Morandi: "Nel corso degli anni, ogni volta che tornavo ad Alfonsine notavo la graduale scomparsa di queste icone. Gramsci fu l'ultimo a sparire". Il debutto in piazza, sul palco di una festa dell'Unità, "quando c'era un comizio di Giancarlo Pajetta". L'inizio di tutto, "mio padre mi diede 500 lire intimandomi di farmele bastare per quattro mesi", e i rendiconti scritti su un diario: "Aprile-luglio 1958. Guadagni per aver cantato: 20 aprile ad Alfonsine lire 2.000, 22 aprile concorso dilettanti (primo arrivato) lire 1.000, 16 giugno a Faenza lire 1.500, 19 giugno a Granarolo lire 1.500, 1 luglio a Faenza lire 1.500, 3 luglio a Suzzana lire 1.500.". Quasi il contrappasso che gli toccherà vent'anni dopo, nel buco nero della sua carriera, quando "non c'era nessuno che volesse far lavorare Morandi", e dunque "facevamo la sagra della patata, la fiera del bestiame, le feste dell'Unità nei piccoli paesi di provincia. Quando si provava a far pagare un biglietto, venivano ad ascoltarmi poche decine di persone".
La storia del ragazzo che diventa un divo, figlio del calzolaio comunista di Monghidoro - il compagno Renato, anche valido diffusore dell'Unità - è in fondo storia molto italiana, un po' come quella di Sordi, e infatti "Gianni, storia di un italiano" suona meglio di "Diario di un ragazzo italiano", che pare un peccato di giovanilismo (dioscampi!), proprio il fantasma del "Peter Pan in calzoncini corti di vigogna grigia" che gli appare in un teatro vuoto. Un peccato che Morandi stesso nel libro ridicolizza e mette sotto esame. "Da fuori si vede un uomo dall'aspetto sempre giovane, con tutti i capelli ancora in testa, dentatura perfetta combinata a un sorriso sempre disponibile. Per quanto io sia stato anagraficamente e biologicamente bambino, adolescente, giovane uomo e poi adulto, agli occhi di tutti sono rimasto sempre quello stesso ragazzo! Agli occhi di tutti, ma ai miei?".
E così, quando si innamora di Anna, la sua compagna attuale, "scelsi la via della presa in giro e indovinai subito che il pupazzo a cui mirare dovevo essere io. Le dissi che alla mia età avevo già la maggior parte dei denti finti e che rischiavo, a forza di cantare, di sputarne qualcuno in platea se il lavoro del mio dentista non fosse terminato in tempo". Ma appunto, povero e ricco, vincitore e sconfitto, spaccone e dubbioso, Gianni è italiano perfetto, colonna sonora perfetta, anche se i cento all'ora fanno ridere, la fisarmonica non la suona più nessuno e se la mamma ti manda a comprare il latte ti spari i soldi in qualche porcata di videogioco. E' stato a un passo dalla macchietta, Morandi, alla ripetizione infinita, al grottesco del fare a sessant'anni quello che facevi a venti. Come è successo a tanti suoi colleghi, con evocate rotonde sul mare che servono per tristi programmini estivi per gente rimasta a casa, polverose giacche di lamè.
"Il successo si paga. E' malvagio, subdolo e non coincide quasi mai con la felicità. Assomiglia alla droga, perché dà dipendenza e illusione. E non è una banalità, perché chiunque lo abbia sperimentato, prima o poi, ha avuto a che fare con queste conseguenze". Quando hai trecentomila ragazzine che aspettano per vederti passare, le montagne di lettere, qualunque cazzata pare buona, non lo sai, non ci pensi. "Non pensavo che un giorno mi sarei trovato solo e in silenzio a fissare il muro del salotto abbracciando un contrabbasso", a sentirti ricanticchiare "Romanina del Bajon".
Diluita in decenni, la vicenda di Morandi è simile a quella di un altro grande artista, Fiorello, invece consumata in pochi anni, rinascita lenta e rinascita veloce, stesso muro di fronte e stesso silenzio intorno. "Sto diventando grande, mi preme sempre di più osservare la scia che mi accompagna e, quando mi volto, pretendo di vederla il più possibile limpida e luminosa". Il resto è storia di oggi. Il nuovo successo, le nuove canzoni, canzoni stonate per ricominciare a cantare, le trasmissioni televisive di successo, un nuovo figlio, un nuovo amore, una nuova casa, addio davvero Tor Lupara. "Io figlio di un pensiero rosso e partigiano ora mi trovavo a guardare il cielo.": sono versi che Franco Battiato ha scritto per Morandi. Dice Gianni che gli vennero in mente il giorno che cantò a Lourdes, di fronte ai malati e a un silenzio che non aveva mai conosciuto, lui, "l'ombra del tempo che non passa mai", improvvisamente a disagio, quasi senza voce, davanti ai corpi malati, alla devastazione del tempo, a un dolore che aveva solo quel forte e fragile riparo.
"Come si sarebbe trovato oggi mio padre qui vicino a me? Avrebbe avuto la forza di sostenere le stesse certezze davanti a persone che non hanno altro a cui aggrapparsi se non la fede?". E' un libro pure allegro, quello di Morandi - ci sono pagine divertenti, quasi eleganti, persino, su quella sera che si cagò addosso durante un concerto - con infiniti personaggi di un paese ormai improponibile: Gelati, Lino il barbiere, Alvoni, la Scaglioni, Uboldis. Ma è soprattutto pieno di domande e di conti da fare. Come quello con il suo cavallo da corsa vinto a Sanremo (non sarà stupido regalare animali per concorso?), Private Havrais. Se ne occupa, lo fa correre, lo va a trovare quasi tutti i giorni. Poi c'è una tournée, il tempo per quella strano sorta di affetto non c'è più.
Decide di cedere il cavallo a un amico che ha una scuderia. Si mette davanti a Private. "Lo tenni alla lunghina spiegandogli la mia posizione e promettendo che sarei sempre andato a trovarlo. Troppo tardi. Per lui il dolore del distacco era già in atto, aveva avvertito dal mio arrivo il cambio di umore, aveva capito tutto solo vedendomi camminare. Il cavallo non si muoveva, sembrava guardare da un'altra parte. Allora gli andai vicino prendendolo per il collo con tutta la forza che avevo, cercando di farlo voltare per incrociare i suoi occhi. Ma non fu possibile. Rientrammo alle stalle tutti e due a testa bassa. Si infilò nel box e rimase verso il muro, mostrandomi la coda. Il giorno dopo aver ceduto Private alla scuderia di Giuseppe Botti, seppi che il cavallo si era rotto una gamba e non avrebbe più gareggiato (.).
Avrei dovuto riprendermi Private, curarlo e imparare a montarlo, per non rinunciare così violentemente a un bel regalo che la natura mi aveva fatto". O la tristezza di quando andò a posare la maglia numero 10 sulla bara di Pier Paolo Pasolini. Un libro pieno di conti resi. Storia, fragilità,errori e, certo, rinascita. E gli altri cantanti, due soprattutto, diversissimi. Lucio Battisti, intanto. Morandi declinava, Battisti splendeva. Lucio cantava "Amarsi un po", lui "Sei forte papà", quella col "ghiro dormiglione" - e capiva quale baratro musicale li stava separando. E Claudio Villa. Quello amatissimo da sua madre, quello che un giorno, Gianni bambino, arrivò a Monghidoro con macchinone e i guanti di pelle, e tutto il paese a guardarlo da lontano, come un dio, "un monumento, una divinità della canzone, è sempre stato dentro tutta la mia storia", e in seguito "anche quando lo battevo, avevo comunque la sensazione di essergli inferiore".
Famosi entrambi, durante un festival di Sanremo il compagno Villa prova a organizzare il sindacato dei cantanti, minaccia lo sciopero. Morandi, Modugno, Nada, Nicola di Bari: i funzionari Rai fanno tornare tutti sui loro passi. E Villa? "Salì in sella alla sua moto sputando parole irripetibili che carpimmo dal suo labiale nitido e inconfondibile. Amplificato dal rombo della Guzzi, il suo 'vaffanculo' ci raggiunse come una revolverata e ci sentimmo incapaci e vuoti, consapevoli di aver deluso non solo quel titano, ma anche noi stessi. Il sindacato non si fece più". Ma l'uomo che rende i conti non può sottrarsi alla sua stessa icona di eterno ragazzo, col futuro pensato infinito: "L'età migliore devo ancora viverla. Il concerto migliore devo ancora farlo. La canzone migliore devo ancora cantarla". E a Tor Lupara, adesso, hanno persino cambiato nome.
Dagospia 16 Novembre 2006
"Quanto dura una canzone? Quante canzoni ci stanno in un'ora? A quante ore corrispondono diciottomila? Quanti chilometri si potrebbero fare nel tempo di un concerto? Quanti minuti sono cinque metri di giornale? Quanti mesi sono in cinquemila concerti? Quante canzoni ci stanno in quarantadue chilometri?"
Gianni Morandi
Tor Lupara stava uno sputo oltre l'ultimo sputo di Roma. Dopo le ultime case della città, prati e campi e terra spesso senza grazia, persino vacche al pascolo. Poi Tor Lupara. Quasi un nulla né metropolitano né paesano, allora forse un po' pasoliniano, con le case di tufo tirate su lentamente, in maniera esasperante, in anni senza fine.
Uno di quei posti dove si ammucchia la gente che preme. Allora erano quasi tutti immigrati abruzzesi e marchigiani. Gli uomini partivano col buio, carpentieri e i muratori: per lavorare in nero, verso qualche posto che somigliava forse a quello che lasciavano la mattina - solo che lì le case le facevano loro e non quelli che ci abitavano.
Le donne compravano cinquanta lire di pizza bianca e se la mettevano in borsa. Poi salivano sul 337, che neanche entrava a Tor Lupara, e andavano a lavorare a ore nelle case di Roma.
Come una mandria già affaticata - a volte madri già vecchie e figlie già invecchiate - di buon mattino arrivavano all'altro capolinea e si sparpagliavano tra ville e palazzoni. Prima di comprare la pizza bianca - bianca perché con cinquanta lire ce ne veniva molta di più di quella rossa, per non parlare di quella con la mozzarella - queste donne portavano i bambini in un collegio di monache. Monache slave, "figlie della misericordia" c'era scritto sul portone, "Madre Maria Petkovic". Erano monache allegre, per niente tristi, simpatiche.
Nessuna mala educaciòn, da quelle parti. Suor Serafina passava col pulmino, prima che le donne partissero per il lavoro, e imbarcava i bambini che trovava per strada. Abito nero lungo, un velo ampio, monache come non se ne vedono più da tempo. E poi suor Gioia e suor Slavenca e la madre superiora, che però stava al piano di sopra e raramente si vedeva.
Questo convento si trovava vicino alla villa di Gianni Morandi. Il sabato, controllati grembiulini e fiocchi, le monache mettevano i bambini in fila: "Andiamo da Gianni Morandi". Una breve passeggiata tra strade di campagna, fino alla villa. A volte c'era Morandi in persona, che salutava. A volte no. Per i bambini - sparpagliati intorno al muro di quella casa grande - un po' di aranciata o di cocacola, qualcosa come delle fette di ciambellone. Poi le foto con l'autografo. Così quasi ogni famiglia a Tor Lupara aveva questa foto di Morandi con l'autografo in casa. Gloria nazionale e gloria locale.
Cosa mai avesse spinto il cantante a farsi una villa in quel quasi nulla di mamme stanche e muratori stanchi e monache balcaniche - che già allora si capiva benissimo che mai e poi mai sarebbe diventato un Casalpalocco o qualunque altro posto del genere dove deportare i calciatori di lusso - è un mistero.
Il canterino di "andavo a cento all'ora/ a trovar la bimba mia/ ye ye ye ye/ ye ye ye ye", e pure di cose persino meno memorabili tipo "quando mi prende la voglia/ mi metto le dita nel naso/ e guardo se putacaso/ mi hai visto fare così", ma anche già di "c'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones", era già un divo, pur di quel divismo anni Sessanta meno imbastardito di quello attuale, e stare in quel posto dove altri si ritrovavano per forza più che per volontà resta una scelta curiosa.
Eppure di quella casa parla molto, Morandi, nella sua autobiografia appena uscita, scritta insieme a Michele Ferrari ("Diario di un ragazzo italiano", Rizzoli, 16 euro). La casa del successo travolgente dell'inizio, il fidanzatino d'Italia che nei film aveva sempre una divisa da soldatino, e il soldato non lo aveva ancora fatto.
La casa del buio degli anni Settanta e Ottanta, quando neanche a "Discoring" lo volevano e lui andò fino a Pozzuoli, a cantare per un politico "che avrebbe intercesso per farmi accettare al programma". Politico cialtrone, come capita, promessa non mantenuta. "Arrivai all'umiliazione di dover allungare a qualcuno cinque milioni per riuscire finalmente a essere ospitato a quella trasmissione, che probabilmente non portò a vendere un solo disco in più".
Quella casa dove una mattina dell'85 arrivarono sette poliziotti che "ad armi spiegate mi spinsero a rientrare dicendo di sapere tutto: tenevo droga in casa. A quel punto mi rasserenai perché sapevo di non avere nulla del genere. Davanti ai miei occhi misero la casa sottosopra intimandomi di collaborare perché loro avevano l'informazione che la roba c'era e quindi avrei fatto bene a tirarla fuori". Scrive Morandi: "Dopo mesi si seppe che una detenuta di Rebibbia aveva il mio numero nella sua agenda: doveva servire per dare l'impressione di collaborare con la giustizia e ricevere uno sconto della pena".
La casa dove Lucio Dalla gli lasciò un alano gigantesco e quello gli si mangiò la capretta. Adesso il sabato le monache dalle lunghe tonache e i bambini col grembiulino, figurarsi, non si vedono più. Morandi sta correndo la maratona per le strade di New York.
Pensa: "Sei cresciuto bene, in questa vita, eh Gianni? Come si sta a sessant'anni, dopo aver cavalcato la fortuna, essere stato duramente colpito ed essere rimasto in piedi?". Ha inciso 450 canzoni, 34 album, si è esibito in più di 3500 concerti.
Ancora ragazzino - i pantaloni di pesante vigogna un tempo lunghi e ora accorciati, il maglione fatto con gli scarti dell'America Stracci e il colletto della camicia finta, solo colletto e nient'altro, perciò pure se schiatti di caldo il maglione non lo puoi togliere - la maestra Scaglioni lo mandava a urlare sulla spiaggia di Riccione, respirare a pieni polmoni ossigeno e iodio: "Mi chiamo Gianniiiiii, voglio cantareeeeeee! Sono Gianni Morandiiiiii, faccio il cantanteeeeee!!!". Più grande, tentava di annullare la sua esse emiliana, ma Franco Migliacci diceva che era la sua caratteristica, e perciò gli combinava tutte canzoni dove le esse abbondavano: "Se non avessi più te", "La fisarmonica", "Non son degno di te.".
Quando il tempo buio della dimenticanza stava per cominciare, nei primi anni Settanta decide di partecipare a Sanremo con una canzone certo non tra le sue più felici: "Vado a lavorare". Immediato e sfottente telegramma da parte di Cochi e Renato: "Era ora".
In fondo, arrivava troppo dopo Adriano Celentano, appunto "Chi non lavora non fa l'amore". Ma in seguito si sarebbe rifatto: parecchi anni prima del debutto berlusconiano, Morandi aveva già scritto "Azzurra storia", e, apicellianamente parlando, il Cavaliere potrebbe averne tratto ispirazione, "il tempo passa e va/ ma qualche azzurra storia/ profuma l'aria non se ne va". Difficile però. Il papà faceva leggere a Gianni ogni giorno "cinque metri di Unità", che "era la misura giusta stabilita dal suo senso del dovere politico ideale, prima di iniziare una giornata di lavoro", e a volte se ne aggiungevano un altro paio, "per scontare le penalità dovute ad alcuni ritardi".
Poi, a cena, la nonna "mi passava il catechismo da sotto il tavolo e così crescevo alimentato dall'incrocio surreale di questi due fuochi". Ma ideologicamente, niente da fare: Morandi non ha preso la caratura di Bondi o di Adornato. Le case del popolo dell'Emilia, negli anni giovanili, se l'è fatte tutte, con grande orgoglio del genitore.
Arrivava e, come quella prima volta ad Alfonsine, osservava "le gigantografie dei maggiori artefici dell'ideologia rossa". E dunque: "C'erano tutti e io li conoscevo bene, meglio dei calciatori del Bologna, perché mio padre mi sottoponeva a una serie di indovinelli costringendomi a identificarli quando apparivano ritratti sull'Unità o su un libro che mi obbligava a leggere.
C'erano in bella mostra Marx, Engels, Lenin, Stalin, Togliatti, Gramsci.". Ironizza, Morandi: "Nel corso degli anni, ogni volta che tornavo ad Alfonsine notavo la graduale scomparsa di queste icone. Gramsci fu l'ultimo a sparire". Il debutto in piazza, sul palco di una festa dell'Unità, "quando c'era un comizio di Giancarlo Pajetta". L'inizio di tutto, "mio padre mi diede 500 lire intimandomi di farmele bastare per quattro mesi", e i rendiconti scritti su un diario: "Aprile-luglio 1958. Guadagni per aver cantato: 20 aprile ad Alfonsine lire 2.000, 22 aprile concorso dilettanti (primo arrivato) lire 1.000, 16 giugno a Faenza lire 1.500, 19 giugno a Granarolo lire 1.500, 1 luglio a Faenza lire 1.500, 3 luglio a Suzzana lire 1.500.". Quasi il contrappasso che gli toccherà vent'anni dopo, nel buco nero della sua carriera, quando "non c'era nessuno che volesse far lavorare Morandi", e dunque "facevamo la sagra della patata, la fiera del bestiame, le feste dell'Unità nei piccoli paesi di provincia. Quando si provava a far pagare un biglietto, venivano ad ascoltarmi poche decine di persone".
La storia del ragazzo che diventa un divo, figlio del calzolaio comunista di Monghidoro - il compagno Renato, anche valido diffusore dell'Unità - è in fondo storia molto italiana, un po' come quella di Sordi, e infatti "Gianni, storia di un italiano" suona meglio di "Diario di un ragazzo italiano", che pare un peccato di giovanilismo (dioscampi!), proprio il fantasma del "Peter Pan in calzoncini corti di vigogna grigia" che gli appare in un teatro vuoto. Un peccato che Morandi stesso nel libro ridicolizza e mette sotto esame. "Da fuori si vede un uomo dall'aspetto sempre giovane, con tutti i capelli ancora in testa, dentatura perfetta combinata a un sorriso sempre disponibile. Per quanto io sia stato anagraficamente e biologicamente bambino, adolescente, giovane uomo e poi adulto, agli occhi di tutti sono rimasto sempre quello stesso ragazzo! Agli occhi di tutti, ma ai miei?".
E così, quando si innamora di Anna, la sua compagna attuale, "scelsi la via della presa in giro e indovinai subito che il pupazzo a cui mirare dovevo essere io. Le dissi che alla mia età avevo già la maggior parte dei denti finti e che rischiavo, a forza di cantare, di sputarne qualcuno in platea se il lavoro del mio dentista non fosse terminato in tempo". Ma appunto, povero e ricco, vincitore e sconfitto, spaccone e dubbioso, Gianni è italiano perfetto, colonna sonora perfetta, anche se i cento all'ora fanno ridere, la fisarmonica non la suona più nessuno e se la mamma ti manda a comprare il latte ti spari i soldi in qualche porcata di videogioco. E' stato a un passo dalla macchietta, Morandi, alla ripetizione infinita, al grottesco del fare a sessant'anni quello che facevi a venti. Come è successo a tanti suoi colleghi, con evocate rotonde sul mare che servono per tristi programmini estivi per gente rimasta a casa, polverose giacche di lamè.
"Il successo si paga. E' malvagio, subdolo e non coincide quasi mai con la felicità. Assomiglia alla droga, perché dà dipendenza e illusione. E non è una banalità, perché chiunque lo abbia sperimentato, prima o poi, ha avuto a che fare con queste conseguenze". Quando hai trecentomila ragazzine che aspettano per vederti passare, le montagne di lettere, qualunque cazzata pare buona, non lo sai, non ci pensi. "Non pensavo che un giorno mi sarei trovato solo e in silenzio a fissare il muro del salotto abbracciando un contrabbasso", a sentirti ricanticchiare "Romanina del Bajon".
Diluita in decenni, la vicenda di Morandi è simile a quella di un altro grande artista, Fiorello, invece consumata in pochi anni, rinascita lenta e rinascita veloce, stesso muro di fronte e stesso silenzio intorno. "Sto diventando grande, mi preme sempre di più osservare la scia che mi accompagna e, quando mi volto, pretendo di vederla il più possibile limpida e luminosa". Il resto è storia di oggi. Il nuovo successo, le nuove canzoni, canzoni stonate per ricominciare a cantare, le trasmissioni televisive di successo, un nuovo figlio, un nuovo amore, una nuova casa, addio davvero Tor Lupara. "Io figlio di un pensiero rosso e partigiano ora mi trovavo a guardare il cielo.": sono versi che Franco Battiato ha scritto per Morandi. Dice Gianni che gli vennero in mente il giorno che cantò a Lourdes, di fronte ai malati e a un silenzio che non aveva mai conosciuto, lui, "l'ombra del tempo che non passa mai", improvvisamente a disagio, quasi senza voce, davanti ai corpi malati, alla devastazione del tempo, a un dolore che aveva solo quel forte e fragile riparo.
"Come si sarebbe trovato oggi mio padre qui vicino a me? Avrebbe avuto la forza di sostenere le stesse certezze davanti a persone che non hanno altro a cui aggrapparsi se non la fede?". E' un libro pure allegro, quello di Morandi - ci sono pagine divertenti, quasi eleganti, persino, su quella sera che si cagò addosso durante un concerto - con infiniti personaggi di un paese ormai improponibile: Gelati, Lino il barbiere, Alvoni, la Scaglioni, Uboldis. Ma è soprattutto pieno di domande e di conti da fare. Come quello con il suo cavallo da corsa vinto a Sanremo (non sarà stupido regalare animali per concorso?), Private Havrais. Se ne occupa, lo fa correre, lo va a trovare quasi tutti i giorni. Poi c'è una tournée, il tempo per quella strano sorta di affetto non c'è più.
Decide di cedere il cavallo a un amico che ha una scuderia. Si mette davanti a Private. "Lo tenni alla lunghina spiegandogli la mia posizione e promettendo che sarei sempre andato a trovarlo. Troppo tardi. Per lui il dolore del distacco era già in atto, aveva avvertito dal mio arrivo il cambio di umore, aveva capito tutto solo vedendomi camminare. Il cavallo non si muoveva, sembrava guardare da un'altra parte. Allora gli andai vicino prendendolo per il collo con tutta la forza che avevo, cercando di farlo voltare per incrociare i suoi occhi. Ma non fu possibile. Rientrammo alle stalle tutti e due a testa bassa. Si infilò nel box e rimase verso il muro, mostrandomi la coda. Il giorno dopo aver ceduto Private alla scuderia di Giuseppe Botti, seppi che il cavallo si era rotto una gamba e non avrebbe più gareggiato (.).
Avrei dovuto riprendermi Private, curarlo e imparare a montarlo, per non rinunciare così violentemente a un bel regalo che la natura mi aveva fatto". O la tristezza di quando andò a posare la maglia numero 10 sulla bara di Pier Paolo Pasolini. Un libro pieno di conti resi. Storia, fragilità,errori e, certo, rinascita. E gli altri cantanti, due soprattutto, diversissimi. Lucio Battisti, intanto. Morandi declinava, Battisti splendeva. Lucio cantava "Amarsi un po", lui "Sei forte papà", quella col "ghiro dormiglione" - e capiva quale baratro musicale li stava separando. E Claudio Villa. Quello amatissimo da sua madre, quello che un giorno, Gianni bambino, arrivò a Monghidoro con macchinone e i guanti di pelle, e tutto il paese a guardarlo da lontano, come un dio, "un monumento, una divinità della canzone, è sempre stato dentro tutta la mia storia", e in seguito "anche quando lo battevo, avevo comunque la sensazione di essergli inferiore".
Famosi entrambi, durante un festival di Sanremo il compagno Villa prova a organizzare il sindacato dei cantanti, minaccia lo sciopero. Morandi, Modugno, Nada, Nicola di Bari: i funzionari Rai fanno tornare tutti sui loro passi. E Villa? "Salì in sella alla sua moto sputando parole irripetibili che carpimmo dal suo labiale nitido e inconfondibile. Amplificato dal rombo della Guzzi, il suo 'vaffanculo' ci raggiunse come una revolverata e ci sentimmo incapaci e vuoti, consapevoli di aver deluso non solo quel titano, ma anche noi stessi. Il sindacato non si fece più". Ma l'uomo che rende i conti non può sottrarsi alla sua stessa icona di eterno ragazzo, col futuro pensato infinito: "L'età migliore devo ancora viverla. Il concerto migliore devo ancora farlo. La canzone migliore devo ancora cantarla". E a Tor Lupara, adesso, hanno persino cambiato nome.
Dagospia 16 Novembre 2006