"GLI INTELLETTUALI E IL CASO MORO"/13 - LETTERE DAL POZZO DELLA TORTURA: "UOMINI DELLE BRIGATE ROSSE VI PREGO IN GINOCCHIO."



Da "Gli intellettuali e il caso Moro" di Giampiero Mughini, Librerie Feltrinelli, 1978


13 - Lettere dal pozzo della tortura
Questo veleno è stato cosparso a piene mani sulle fonti del ragionamento, nei 53 giorni strazianti dell'agonia di Moro. I comunisti lo stanno immolando sull'altare del "compromesso storico", Craxi è "in intelligenza con le Br", entrambe le sconcezze circolavano abbondantemente.

La situazione era tale da non consentire certezze né tronfietà. Le lettere erano di pugno del prigioniero, non mi pare dubbio, ne mantenevano tutta la sinuosità stilistica, quel poggiare ad arte su singole parole o aggettivi. Evidentemente ammettevano una lettura plurima ("scrivo in condizioni di necessità") ma ne era autentico, umanissimo, il fondo: la mia vita ha un prezzo, pagatelo. Fuori da questo pedaggio, gli appelli umanitari, anche bellissimi ("uomini delle brigate rosse vi prego in ginocchio"), non avrebbero saldato il conto. Chi aveva agito con tale ferocia, spazzando via cinque vite, non si sarebbe fermato dinanzi al sesto omicidio.

Ogni vita ha un prezzo. Quale quello della vita `Moro? Craxi, Raniero La Valle e altri hanno cercato di indicarne uno "equo", con inevitabili contraddizioni di linguaggio e di proposte, ma era posizione al di sopra di ogni sospetto, ci stesse o meno di mezzo "l'avvocaticchio" Guiso. Era "contraddizione", ma determinata dalla durezza inaudita della situazione. Da parte comunista la risposta è stata a senso unico, monolitica com'è sempre del loro costume, lo Stato non cede, uno Stato che in quegli stessi giorni subiva o si apprestava a subire il ricatto dei piloti del sindacato autonomo, del personale medico degli ospedali, dei ferrovieri.



Uno Stato che combatteva il terrorismo alla cieca, senza servizi segreti, senza "infiltrati". Lo Stato non cede, un'esigenza giusta ma anche un bel manto di retorica. Qualcuno, e stupisce conoscendone il fiuto e il polso giornalistico, è andato addirittura oltre. In un suo fondo da dimenticare Eugenio Scalfari ha scritto che finché Moro "collaborava" con le Br (scrivendo lettere ad amici e compagni di partito) la sua vita non correva pericolo. Le undici pallottole sparate a raggiera attorno al cuore hanno lievemente contraddetto quella tesi.

A cogliere la "contraddizione" questa volta è stato Leonardo Sciascia. Aveva saputo del ritrovamento del cadavere di Moro mentre si trovava sul traghetto che porta da Messina a Villa S. Giovanni. Si è messo a leggere La passeggiata di Walser "senza ritenerne una parola". Intervistato a Parigi ha detto che vuole pensarci su, che vuole scrivere qualcosa sulle "lettere" di Moro, risarcirlo in un certo senso, restituirgli quei 53 giorni come giorni suoi di piena dignità (tesi condivisa da Raniero La Valle), un levare le armi alla memoria di "un insegnante di diritto, che ironia, condannato senza alcuna legge" (Biagi). All'opposto di questi atteggiamenti la messa solenne in assenza del feretro, un sabato, a Roma, un rituale inutile, un lutto sboccato, un voler cancellare la "contraddizione", quell'uomo crivellato di colpi non certo in ragione della "fiera fermezza" dello Stato ma in ragione della fragilità tormentata e schizoide della nostra repubblica.
(continua.13)



Dagospia.com 30 Aprile 2003