"POST-ITALIANI" - COSA HANNO IN COMUNE PIAZZETTA CUCCIA E IL BILLIONAIRE? E' IL POTERE DEL GOSSIP, BELLEZZA, E TU NON PUOI FARCI NIENTE (IL NUOVO LIBRO DI EDMONDO BERSELLI.)
Tratto da Post Italiani - cronache di un potere provvisorio, di Edmondo Berselli - Mondadori
Il potere del gossip
Ci si ritrova infatti, più o meno sempre gli stessi, per l'appunto deideologizzati, demoralizzati, scristianizzati al punto giusto, sufficientemente cinici e quindi implacabilmente moderni. Il cicaleccio da tramezzino e prosecco ha sostituito tutte le altre ritualità. In tempi più faticosi, durante una cena di prestigio poteva scapparci una tremenda discussione sulla politica economica, e su come rimediare ai conti pubblici (e quindi stavi attento a non dire fesserie sulle percentuali, e a non confondere deficit e debito); adesso, la fatuità nazionale preferisce circoscrivere il dibattito. Meglio spettegolare.
Per la verità, la regola di base direbbe che la propensione al gossip è democratica, interclassista, equamente distribuita nella società. Una ricerca dei primi anni Novanta dimostrò infatti che lo spazio dedicato al pettegolezzo da un gutter paper, un giornale fogna, come il «Sun» e da un quotidiano di élite come il «Times» era identico. Ma il discorso non è così semplice. Si può giurare davvero sulla democraticità del chiacchiericcio? In Italia il gossip sta diventando qualcosa di più che una concessione alla confidenza, un veniale peccatuccio sociale, un'infrazione compiaciuta del galateo: diventa uno stile di vita, uno strumento di potere, un canale d'informazione, una tecnica della vita pubblica.
Rumours e boatos vengono raccolti, intensificati e diffusi da una megamacchina instancabile. Per certi versi il potere e la politica del gossip hanno origini rapidamente decifrabili. Tramontata l'epoca delle ideologie, era fisiologico che l'attenzione si rivolgesse ai singoli individui: la personalizzazione della politica non agisce solo coagulando il carisma self-made di Silvio Berlusconi, ma anche con l'esposizione in pubblico degli amori di «Pier» Casini. Ottenuta la certificazione che il re, il moderno principe, cioè il partito, era nudo, la politica doveva spogliarsi anch'essa; anziché le ritualità congressuali, i giochi di alleanza, i veti e gli scambi, sono entrati in scena i comportamenti individuali, vale a dire la materia prima delle dicerie, delle voci, del gossip.
Cadute le convenzioni precedenti, ecco allora un nuovo paradigma sociale. Se prima il codice collettivo privilegiava la riservatezza, adesso il segno di distinzione consiste nel padroneggiare le informazioni riservate. Ma il codice Cuccia, fondato sul mutismo, e il canone Andreotti, basato su un archivio minaccioso quanto impenetrabile, sono fuori corso. Chi detiene le news più esclusive ha un solo modo per dimostrare il proprio potere: rivelarle.
È per questo che i contenuti del pettegolezzo si logorano a velocità supersonica. Ciò che è nuovo ed eccitante oggi, fra poco sarà risaputo. La differenza di classe fra gli happy few e gli outsider, fra Cesare Romiti e il semplice lettore del «Corriere della Sera», è segnalata da un ritardo medio di quarantott'ore nella conoscenza delle chiacchiere principali.
La «gossip society» ha i suoi cronisti e i suoi archivisti, i suoi siti reali e virtuali. Se guarda al passato, ha i suoi testi privilegiati nei libri di Ettore Bernabei, Paolo Cirino Pomicino, Francesco Cossiga, Bruno Vespa; mentre i più fissati possono approfondire in chiave pseudorivelatoria, e comunque opportunamente revisionista, tutta la storia italiana dal fascismo a Tangentopoli. Se invece guarda al presente, trova un repertorio inesauribile, fra «ciacola» bassa e pettegolezzo strafico, nel ritratto italiano dipinto da Gian Antonio Stella nelle folte pagine di Chic e di Tribù.
Ma ha anche un'autentica istituzione mediatica, che è «II foglio» di Giuliano Ferrara. Tutta la filosofia di questo quotidiano è infatti ispirata dall'idea che scoop equivale a gossip. Per esempio, un'aspra polemica sull'azionismo torinese è divenuta il pretesto da un lato per un'operazione politica intesa a sconsacrare l'antifascismo in quanto ultima legittimazione della sinistra, e dall'altro per rivelare il pettegolezzo definitivo sulla biografia di Norberto Bobbio e sulle sue compromissioni epistolari con il Duce.
Si direbbe che della vena revisionista e della curiosità archivistica di Renzo De Felice «Il foglio» abbia raccolto soprattutto il gusto per i particolari sussurrati, per i documenti riservati, oltre che quella divertita propensione alla maldicenza che il biografo di Mussolini ha trasmesso a diversi suoi allievi, non escluso un valente regista del gossip come Paolo Mieli. Per questo, se si dovesse identificare la cifra distintiva del «Foglio», bisognerebbe segnalare la permeabilità dei ruoli fra chi scrive e chi legge, tipico schema delle comunità pettegole, dove tutti sparlano di tutti.
Ma si potrebbe anche dire che la peculiarità del quotidiano di Giuliano Ferrara risiede esplicitamente nella rubrica «Alta società», attribuita al direttore di «Panorama» Carlo Rossella ma siglata solo con il simbolino di mazza e cilindro. Tutta l'autorevolezza gossipara del giornale si concentra infatti su quelle fulminee righe che parlano di contesse e marchese che ricevono, di terrazze e salotti esoterici, di convegni della classe imprenditoriale, di barche che si chiamano Ikarus o Itaska e appartengono a D'Alema o a De Benedetti, nonché di locali dove la nuova classe si ingaglioffisce. Un ammicco. Un piacere elusivo. Un rinvio alla prossima puntata.
La diceria, ricorda lo psicologo Sergio Benvenuto, era la messaggera di Zeus, essa stessa di origine divina. Oggi la divinità sociale si gioca in un continuum fra il trash e l'informazione riservatissima, in un circuito che comprende sia i divini mondani come Luca Cordero di Montezemolo e Diego Della Valle sia gli spigolatori di pettegolezzi come Roberto D'Agostino e Cesare Lanza. Per i primi c'è il sofisticato piacere di padroneggiare i «si dice» non appena prendono a circolare; per gli altri il gusto di rivelarli pubblicamente, con una soddisfazione delatoria tutta postideologica, nel senso che prescinde da lealtà e solidarietà eticopolitiche e riconosce al massimo vincoli di cordata.
Per questo il sito di Dagospia è diventato non solo l'organo ufficiale del «net-tegolezzo», con D'Agostino che fa da ideologo, testimonial e scoopista, ma un punto di riferimento per l'informazione tout court. Dagospia non ha il compito di verificare la fondatezza delle notizie, ma di rendere pubblico il verosimile diventando il luogo di raccolta di tutte le spiate e le soffiate nazionali. Con il probabile risultato che insieme a dieci spettegolate di letto e di clan ci finisca anche l'anticipazione di qualche retroscena economico, un «gioco dell'Opa», oppure un insiding politico spifferato da amici o nemici, per una modesta vendetta, per mettere un bastone fra le ruote o anche solo per il gusto di mettere il becco nel circuito dell'informazione.
Spesso c'è solo una differenza sottile fra l'uso politico del pettegolezzo e il ricatto, talmente sottile da risultare impalpabile. Andreotti cercò di tagliare la strada a Cossiga con il caso Gladio, cioè con un gossip di marca democristiana. Bettino Craxi giocò il suo «poker» contro Antonio Di Pietro ricorrendo a un dossier di pettegolezzi sul filo della perfidia. I successi del pool di Mani pulite furono accompagnati dai gossip filtrati dagli ambienti giudiziari alla stampa. Fatto sta che nella Repubblica delle spie chi è, se non Dagospia, a divulgare la notizia pregiata delle dimissioni di Ferruccio de Bortoli dalla direzione del «Corriere» e della designazione di Stefano Folli?
Ma ancor più che l'utilizzo combinatorio delle notizie e dei boatos in chiave di potere, occorre considerare che se la diceria non convince né persuade, infallibilmente seduce. Così il gossip, quando è condiviso, scambiato alla pari, goduto in gruppo, plasma i circuiti comunicativi di una speciale «società di corte» non troppo diversa nei suoi riti quotidiani dalla Versailles descritta da Norbert Elias. Se invece è lasciato cadere graziosamente dal sovrano, stabilisce subito una dipendenza gerarchica, in quanto il possesso e poi la concessione dell'ultima diceria costituiscono l'evidenza di uno status symbol. È l'ulteriore prova che oggi potere e conoscenza coincidono, anche se forse nessuno aveva pensato che questa coincidenza avrebbe fatto del gossip la risorsa strategica dell'Italia postpolitica.
Con qualche conseguenza, però, non proprio gradevole. Spiattellata dalla vox populi, la vita pubblica si mostra come uno show in cui tutto è ridotto al presente. Quando c'era un passato, la personalità dei protagonisti era rappresentata da una stratificazione di decisioni, di eventi gestiti, di soluzioni praticate, di errori, successi, conquiste, avanzate, ritirate, temporeggiamenti. Una volta morta la storia, cioè disintegrate le biografie nello spettacolo pubblico quotidiano, i tic del potere e delle sue corti appaiono nudi sulla scena. Un'immensa platea di voyeur, volontari e involontari, assiste alle liturgie del lever di Tronchetti Provera e del coucher di Romiti. Le Sonie, le Afef, le Santanché e le loro epigone occhieggiano assiduamente dai rotocalchi.
Nell'orizzonte dominato dal vociferio, da schegge colorate di mondanità, il gossip restituisce le persone nella loro fisicità immediata, senza fermarsi davanti alla loro brutalità comportamentale. Vengono messe in luce senza mediazioni le appartenenze ai diversi club, e quindi i gesti resi obbligatori dalle differenti affiliazioni. È la coazione dell'appartenenza. Si sa che la privatizzazione, in economia, è diventata un dogma; e allora, siccome la guerra economica è eccessivamente costosa, e la gratificazione per l'eventuale vittoria troppo differita, la vendetta mediatica attua la privatizzazione della guerra politica ed economica, con effetti più immediati e soddisfazioni da esibire lì per lì con ghignetti e risatine complici.
Così, si stupiscono in pochi quando Berlusconi rivela e smentisce in pubblico le storielle sull'amicizia affettuosa fra Veronica («Povera donna!») e Massimo Cacciari, di cui tutta l'Italia informata parlava da due anni senza crederci, troppe guardie del corpo, troppe difficoltà logistiche, e ci si scandalizza relativamente poco che la rivelazione dell'adulterio antipresidenziale e di sinistra, lui margheritico e debolista, lei steineriana e giunonica, avvenga davanti al premier danese Rasmussen, lodato da Berlusconi per la sua avvenenza, «il primo ministro più bello d'Europa», altro che quella scimmia di filosofo veneziano, «sapete cosa si dice in giro, no».
A parte il povero Rasmussen, che si fa paonazzo, e Barbara Palombelli, che invece elogia «l'autogossip» in quanto liquida tutti i «si dice», lo stupore in fin dei conti è modesto, perché nel clima del tempo si è già annullata la distanza fra le persone serie, che fanno mestieri duri, impegnativi, rilevanti nella sostanza economica e politica del paese, e il Barnum scintillante che si agita tutt'intorno nei luoghi dell'intrattenimento mondano. Logico che poi lo spettatore generico, e anche indifferente, sia indotto a pensare che esista inevitabilmente una qualche connessione perlomeno tendenziale fra piazzetta Cuccia e il Billionaire di Briatore: sempre di affari si tratta, dell'ex salotto buono e del locale dei nuovi happy few, e il giro di squinziette ghiandolari e vippone scalandrate, semmai, testimonia che i soldi si identificano ormai automaticamente con qualche forma di potere e - oddio - di glamour.
Dagospia.com 2 Settembre 2003
Il potere del gossip
Ci si ritrova infatti, più o meno sempre gli stessi, per l'appunto deideologizzati, demoralizzati, scristianizzati al punto giusto, sufficientemente cinici e quindi implacabilmente moderni. Il cicaleccio da tramezzino e prosecco ha sostituito tutte le altre ritualità. In tempi più faticosi, durante una cena di prestigio poteva scapparci una tremenda discussione sulla politica economica, e su come rimediare ai conti pubblici (e quindi stavi attento a non dire fesserie sulle percentuali, e a non confondere deficit e debito); adesso, la fatuità nazionale preferisce circoscrivere il dibattito. Meglio spettegolare.
Per la verità, la regola di base direbbe che la propensione al gossip è democratica, interclassista, equamente distribuita nella società. Una ricerca dei primi anni Novanta dimostrò infatti che lo spazio dedicato al pettegolezzo da un gutter paper, un giornale fogna, come il «Sun» e da un quotidiano di élite come il «Times» era identico. Ma il discorso non è così semplice. Si può giurare davvero sulla democraticità del chiacchiericcio? In Italia il gossip sta diventando qualcosa di più che una concessione alla confidenza, un veniale peccatuccio sociale, un'infrazione compiaciuta del galateo: diventa uno stile di vita, uno strumento di potere, un canale d'informazione, una tecnica della vita pubblica.
Rumours e boatos vengono raccolti, intensificati e diffusi da una megamacchina instancabile. Per certi versi il potere e la politica del gossip hanno origini rapidamente decifrabili. Tramontata l'epoca delle ideologie, era fisiologico che l'attenzione si rivolgesse ai singoli individui: la personalizzazione della politica non agisce solo coagulando il carisma self-made di Silvio Berlusconi, ma anche con l'esposizione in pubblico degli amori di «Pier» Casini. Ottenuta la certificazione che il re, il moderno principe, cioè il partito, era nudo, la politica doveva spogliarsi anch'essa; anziché le ritualità congressuali, i giochi di alleanza, i veti e gli scambi, sono entrati in scena i comportamenti individuali, vale a dire la materia prima delle dicerie, delle voci, del gossip.
Cadute le convenzioni precedenti, ecco allora un nuovo paradigma sociale. Se prima il codice collettivo privilegiava la riservatezza, adesso il segno di distinzione consiste nel padroneggiare le informazioni riservate. Ma il codice Cuccia, fondato sul mutismo, e il canone Andreotti, basato su un archivio minaccioso quanto impenetrabile, sono fuori corso. Chi detiene le news più esclusive ha un solo modo per dimostrare il proprio potere: rivelarle.
È per questo che i contenuti del pettegolezzo si logorano a velocità supersonica. Ciò che è nuovo ed eccitante oggi, fra poco sarà risaputo. La differenza di classe fra gli happy few e gli outsider, fra Cesare Romiti e il semplice lettore del «Corriere della Sera», è segnalata da un ritardo medio di quarantott'ore nella conoscenza delle chiacchiere principali.
La «gossip society» ha i suoi cronisti e i suoi archivisti, i suoi siti reali e virtuali. Se guarda al passato, ha i suoi testi privilegiati nei libri di Ettore Bernabei, Paolo Cirino Pomicino, Francesco Cossiga, Bruno Vespa; mentre i più fissati possono approfondire in chiave pseudorivelatoria, e comunque opportunamente revisionista, tutta la storia italiana dal fascismo a Tangentopoli. Se invece guarda al presente, trova un repertorio inesauribile, fra «ciacola» bassa e pettegolezzo strafico, nel ritratto italiano dipinto da Gian Antonio Stella nelle folte pagine di Chic e di Tribù.
Ma ha anche un'autentica istituzione mediatica, che è «II foglio» di Giuliano Ferrara. Tutta la filosofia di questo quotidiano è infatti ispirata dall'idea che scoop equivale a gossip. Per esempio, un'aspra polemica sull'azionismo torinese è divenuta il pretesto da un lato per un'operazione politica intesa a sconsacrare l'antifascismo in quanto ultima legittimazione della sinistra, e dall'altro per rivelare il pettegolezzo definitivo sulla biografia di Norberto Bobbio e sulle sue compromissioni epistolari con il Duce.
Si direbbe che della vena revisionista e della curiosità archivistica di Renzo De Felice «Il foglio» abbia raccolto soprattutto il gusto per i particolari sussurrati, per i documenti riservati, oltre che quella divertita propensione alla maldicenza che il biografo di Mussolini ha trasmesso a diversi suoi allievi, non escluso un valente regista del gossip come Paolo Mieli. Per questo, se si dovesse identificare la cifra distintiva del «Foglio», bisognerebbe segnalare la permeabilità dei ruoli fra chi scrive e chi legge, tipico schema delle comunità pettegole, dove tutti sparlano di tutti.
Ma si potrebbe anche dire che la peculiarità del quotidiano di Giuliano Ferrara risiede esplicitamente nella rubrica «Alta società», attribuita al direttore di «Panorama» Carlo Rossella ma siglata solo con il simbolino di mazza e cilindro. Tutta l'autorevolezza gossipara del giornale si concentra infatti su quelle fulminee righe che parlano di contesse e marchese che ricevono, di terrazze e salotti esoterici, di convegni della classe imprenditoriale, di barche che si chiamano Ikarus o Itaska e appartengono a D'Alema o a De Benedetti, nonché di locali dove la nuova classe si ingaglioffisce. Un ammicco. Un piacere elusivo. Un rinvio alla prossima puntata.
La diceria, ricorda lo psicologo Sergio Benvenuto, era la messaggera di Zeus, essa stessa di origine divina. Oggi la divinità sociale si gioca in un continuum fra il trash e l'informazione riservatissima, in un circuito che comprende sia i divini mondani come Luca Cordero di Montezemolo e Diego Della Valle sia gli spigolatori di pettegolezzi come Roberto D'Agostino e Cesare Lanza. Per i primi c'è il sofisticato piacere di padroneggiare i «si dice» non appena prendono a circolare; per gli altri il gusto di rivelarli pubblicamente, con una soddisfazione delatoria tutta postideologica, nel senso che prescinde da lealtà e solidarietà eticopolitiche e riconosce al massimo vincoli di cordata.
Per questo il sito di Dagospia è diventato non solo l'organo ufficiale del «net-tegolezzo», con D'Agostino che fa da ideologo, testimonial e scoopista, ma un punto di riferimento per l'informazione tout court. Dagospia non ha il compito di verificare la fondatezza delle notizie, ma di rendere pubblico il verosimile diventando il luogo di raccolta di tutte le spiate e le soffiate nazionali. Con il probabile risultato che insieme a dieci spettegolate di letto e di clan ci finisca anche l'anticipazione di qualche retroscena economico, un «gioco dell'Opa», oppure un insiding politico spifferato da amici o nemici, per una modesta vendetta, per mettere un bastone fra le ruote o anche solo per il gusto di mettere il becco nel circuito dell'informazione.
Spesso c'è solo una differenza sottile fra l'uso politico del pettegolezzo e il ricatto, talmente sottile da risultare impalpabile. Andreotti cercò di tagliare la strada a Cossiga con il caso Gladio, cioè con un gossip di marca democristiana. Bettino Craxi giocò il suo «poker» contro Antonio Di Pietro ricorrendo a un dossier di pettegolezzi sul filo della perfidia. I successi del pool di Mani pulite furono accompagnati dai gossip filtrati dagli ambienti giudiziari alla stampa. Fatto sta che nella Repubblica delle spie chi è, se non Dagospia, a divulgare la notizia pregiata delle dimissioni di Ferruccio de Bortoli dalla direzione del «Corriere» e della designazione di Stefano Folli?
Ma ancor più che l'utilizzo combinatorio delle notizie e dei boatos in chiave di potere, occorre considerare che se la diceria non convince né persuade, infallibilmente seduce. Così il gossip, quando è condiviso, scambiato alla pari, goduto in gruppo, plasma i circuiti comunicativi di una speciale «società di corte» non troppo diversa nei suoi riti quotidiani dalla Versailles descritta da Norbert Elias. Se invece è lasciato cadere graziosamente dal sovrano, stabilisce subito una dipendenza gerarchica, in quanto il possesso e poi la concessione dell'ultima diceria costituiscono l'evidenza di uno status symbol. È l'ulteriore prova che oggi potere e conoscenza coincidono, anche se forse nessuno aveva pensato che questa coincidenza avrebbe fatto del gossip la risorsa strategica dell'Italia postpolitica.
Con qualche conseguenza, però, non proprio gradevole. Spiattellata dalla vox populi, la vita pubblica si mostra come uno show in cui tutto è ridotto al presente. Quando c'era un passato, la personalità dei protagonisti era rappresentata da una stratificazione di decisioni, di eventi gestiti, di soluzioni praticate, di errori, successi, conquiste, avanzate, ritirate, temporeggiamenti. Una volta morta la storia, cioè disintegrate le biografie nello spettacolo pubblico quotidiano, i tic del potere e delle sue corti appaiono nudi sulla scena. Un'immensa platea di voyeur, volontari e involontari, assiste alle liturgie del lever di Tronchetti Provera e del coucher di Romiti. Le Sonie, le Afef, le Santanché e le loro epigone occhieggiano assiduamente dai rotocalchi.
(Balli a Ragalna tra Daniela Santa de ché e Ambra Orfei sotto lo sguardo di un divertito Stefano Tacconi-f.Frezza/LaFata)
Nell'orizzonte dominato dal vociferio, da schegge colorate di mondanità, il gossip restituisce le persone nella loro fisicità immediata, senza fermarsi davanti alla loro brutalità comportamentale. Vengono messe in luce senza mediazioni le appartenenze ai diversi club, e quindi i gesti resi obbligatori dalle differenti affiliazioni. È la coazione dell'appartenenza. Si sa che la privatizzazione, in economia, è diventata un dogma; e allora, siccome la guerra economica è eccessivamente costosa, e la gratificazione per l'eventuale vittoria troppo differita, la vendetta mediatica attua la privatizzazione della guerra politica ed economica, con effetti più immediati e soddisfazioni da esibire lì per lì con ghignetti e risatine complici.
Così, si stupiscono in pochi quando Berlusconi rivela e smentisce in pubblico le storielle sull'amicizia affettuosa fra Veronica («Povera donna!») e Massimo Cacciari, di cui tutta l'Italia informata parlava da due anni senza crederci, troppe guardie del corpo, troppe difficoltà logistiche, e ci si scandalizza relativamente poco che la rivelazione dell'adulterio antipresidenziale e di sinistra, lui margheritico e debolista, lei steineriana e giunonica, avvenga davanti al premier danese Rasmussen, lodato da Berlusconi per la sua avvenenza, «il primo ministro più bello d'Europa», altro che quella scimmia di filosofo veneziano, «sapete cosa si dice in giro, no».
A parte il povero Rasmussen, che si fa paonazzo, e Barbara Palombelli, che invece elogia «l'autogossip» in quanto liquida tutti i «si dice», lo stupore in fin dei conti è modesto, perché nel clima del tempo si è già annullata la distanza fra le persone serie, che fanno mestieri duri, impegnativi, rilevanti nella sostanza economica e politica del paese, e il Barnum scintillante che si agita tutt'intorno nei luoghi dell'intrattenimento mondano. Logico che poi lo spettatore generico, e anche indifferente, sia indotto a pensare che esista inevitabilmente una qualche connessione perlomeno tendenziale fra piazzetta Cuccia e il Billionaire di Briatore: sempre di affari si tratta, dell'ex salotto buono e del locale dei nuovi happy few, e il giro di squinziette ghiandolari e vippone scalandrate, semmai, testimonia che i soldi si identificano ormai automaticamente con qualche forma di potere e - oddio - di glamour.
Dagospia.com 2 Settembre 2003