giorgia meloni golfo guerra iran stretto di hormuz

CI RISIAMO: DAL GOLFO È IN ARRIVO UN NUOVO CETRIOLONE CHE PUNTA ALLE NOSTRE CHIAPPE – DOPO CHE USA E IRAN HANNO RIPRESO LE OSTILITÀ, IL PREZZO DI PETROLIO E GAS È IN RISALITA, LE PROSPETTIVE D’INFLAZIONE IN AUMENTO, LE BANCHE CENTRALI SONO PRONTE A STRINGERE LA CINGHIA SUL COSTO DEL DENARO, IL FMI VEDE AL RIBASSO LE STIME DI CRESCITA MONDIALI E NUBI INCOMBONO SUI PAESI CON UN DEBITO PUBBLICO MOLTO ALTO COME L’ITALIA, CHE HA IL RAPPORTO DEBITO/PIL PIÙ ALTO D’EUROPA (138%)  – PER LA FINANZIARIA D’AUTUNNO SONO GUAI SERI PER MELONI E GIORGETTI, CHE SPERAVANO IN UNA MANOVRA “SPENDI E SPANDI” IN VISTA DELLE ELEZIONI 2027 E INVECE…

Estratto dell’articolo di Stefano Vergine per “Domani”

 

guerra e inflazione

[…] Da quando Iran e Stati Uniti hanno firmato l’accordo a Islamabad, il 17 giugno scorso, era già capitato una volta che le due potenze sparassero e poco dopo tornasse la pace. È successo tra il 26 e il 27 giugno, quando gli Usa hanno lanciato attacchi in territorio iraniano dopo che un proiettile partito dalla Repubblica islamica aveva colpito una nave nello Stretto di Hormuz. Poi tutto è tornato sotto controllo.

 

Fino a martedì scorso, quando le cose sono precipitate: le bombe tornate a cadere sul quadrante di mondo più infuocato degli ultimi mesi, i 33 chilometri dello Stretto di Hormuz nuovamente ristretti. E le dichiarazioni dei rispettivi governi.

 

CARTELLONE SULLA CHIUSURA DELLO STRETTO DI HORMUZ A TEHERAN

«Non voglio più avere a che fare con loro, sono feccia», ha detto Donald Trump. «Non rispondiamo alla volgarità con la volgarità, ma con i fatti», è stata la risposta del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi.

 

[…]  Petrolio e gas in risalita, prospettive d’inflazione in crescita, banche centrali pronte a capire se stringere la cinghia sul costo del denaro, prospettive economiche riviste al ribasso, inevitabili problemi in vista per chi ha un debito pubblico molto alto. Tutto questo se davvero i negoziati tra Iran e Stati Uniti si chiuderanno.

 

Se invece ciò che sta avvenendo si rivelerà una semplice dinamica di negoziazione tra le parti, alla fine tutto potrebbe tornare alla normalità.

 

La direttrice generale del Fmi Kristalina Georgieva

La scintilla che ha fatto esplodere Trump questa volta è stato un attacco iraniano contro tre petroliere che cercavano di attraversare lo Stretto di Hormuz passando vicino alle coste dell’Oman, una rotta raccomandata da Washington e avversata da Teheran. L’esercito statunitense ha risposto bombardando alcune zone del sud del paese. Quello iraniano ha fatto sapere di aver lanciato attacchi di rappresaglia contro basi militari statunitensi in Kuwait e Bahrein […]

 

L’accordo tra Stati Uniti e Iran firmato in Pakistan prevedeva, tra i 14 punti, un periodo di cessate il fuoco di 60 giorni durante il quale i negoziati avrebbero dovuto proseguire, il passaggio sicuro delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz e la revoca delle sanzioni statunitensi contro Teheran.

 

Donald Trump 22

Il periodo di 60 giorni non è ancora terminato, ma Trump ha detto di considerare ulteriori colloqui «una perdita di tempo». Potrebbe essere il classico metodo di contrattazione dell’immobiliarista newyorkese, fatto di continui strappi e riavvicinamenti, oppure l’inizio di un nuovo crescendo bellico. In attesa di capirlo, non resta che affidarsi ai fatti.

 

Dopo aver toccato l’apice ad aprile, sfiorando 120 dollari al barile, il greggio di qualità Brent era rimasto sui 90 dollari fino a giugno, quando si è capito che i contendenti erano vicini ad un accordo. Da quel momento il valore dei contratti, da cui dipendono a cascata buona parte dei costi energetici nel mondo, è calato vistosamente fino ad avvicinarsi a 70 dollari.

giorgia meloni giancarlo giorgetti foto lapresse

 

Poi, tra martedì e mercoledì di questa settimana, il conflitto si è riaperto e il valore del Brent è aumentato dell’8 per cento in un giorno, toccando quota 78 dollari al barile. È il livello a cui ci troviamo ancora oggi, sebbene leggermente limato.

 

E lo stesso vale per il gas, con l’indice europeo Ttf tornato a superare nei giorni scorsi 50 euro al megawattora. Significa che il mercato crede in un nuovo blocco dello Stretto di Hormuz e in una rinnovata fiammata dei prezzi?

 

Spiega a Domani Giacomo Luciani, docente di Commodity trading all’Università di Ginevra: «Bisogna tenere conto che il Brent citato sempre sui media è il prezzo del contratto futuro del Brent, il cosidetto future, e non ha nulla a che vedere con il valore al quale sono scambiati carichi fisici oggi. Il futuro contrattato a luglio è, per così dire, una scommessa sul prezzo che sarà valido a settembre 2026.

 

guerra in iran - inflazione e aumento del prezzo del petrolio negli stati uniti

Specifico questo perché, nonostante il valore del futuro sul Brent sia aumentato negli ultimi giorni, nello stesso periodo l’Arabia Saudita ha venduto carichi spot di greggio a compratori dell’Estremo Oriente con sconti importanti. Questo è successo perché evidentemente al momento c’è abbondanza di petrolio sui mercati e il prezzo ufficiale – fissato, per luglio, all’inizio di giugno, prima dell’accordo – era troppo alto».

 

«Detto in altro modo, il conflitto sta mettendo in crisi il normale funzionamento del mercato spezzando il legame tra futuri e spot, che invece di solito prevale. Le notizie degli ultimi giorni hanno causato un piccolo aumento del prezzo, e se si continuasse a sparare e lo Stretto di Hormuz venisse di nuovo chiuso ci sarebbero ulteriori incrementi, ma penso che alla fine questa crescita sarà contenuta» aggiunge Luciani.

 

stretto di hormuz - petrolio e gas

[…] Proprio questa settimana il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le previsioni. La crescita mondiale stimata per il 2026 scende al 3,0 per cento, limata dello 0,1 rispetto ad aprile.

 

A tenere a galla il pianeta, compensando in parte i contraccolpi del conflitto in Medio Oriente, ci sta pensando per ora il boom degli investimenti legati all’intelligenza artificiale, soprattutto negli Usa. Secondo l’Fmi, l’economia statunitense crescerà del 2,3 per cento quest’anno, mentre l’Ue si fermerà a un più timido 0,9 per cento.

 

Più che la crescita del Pil, a spaventare è però l’inflazione: diretta conseguenza di quanto sta succedendo tra Iran e Stati Uniti. L’Fmi – che ha pubblicato i suoi dati mercoledì, quando i nuovi venti di guerra in Medio Oriente avevano appena iniziato a soffiare – stima per quest’anno un aumento dei prezzi del 4,7 per cento a livello globale, trainato dal rincaro delle materie prime e dei fertilizzanti.

 

federal reserve

Una prospettiva che potrebbe irrigidire i banchieri centrali, facendo crescere il costo del denaro e incidendo negativamente sulla stessa crescita.

 

La Federal Reserve si prepara infatti a una politica monetaria meno espansiva rispetto agli anni passati, con tassi elevati per tutto l’anno, mentre l’Eurozona rischia di fare i conti fino al 2028 con prezzi sopra l’obiettivo del 2 per cento. Conseguenza? Possibili aumenti del costo del denaro, segnala il Fondo monetario.

 

[…]  ma il discorso è particolarmente inquietante per nazioni con alto debito pubblico. Come l’Italia.  Nel 2026 l’Fmi prevede che il nostro rapporto debito/pil diventerà il più alto d’Europa: 138 per cento, superiore anche a quello della Grecia.

 

GIANCARLO GIORGETTI ALL EVENTO DELLA VERITA

Solo per pagare gli interessi sul debito, indicano i dati della Ragioneria di Stato, l’anno scorso abbiamo speso 106,3 miliardi di euro: l’equivalente di cinque finanziarie. Se la crisi in Medio Oriente dovesse proseguire e l’inflazione aumentare, la Bce potrebbe alzare di nuovo i tassi. E per l’Italia il costo di rifinanziamento del debito aumenterebbe. Togliendo, come sempre, risorse ad altre necessità.

debito pubblico

 

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