adolfo urso ex ilva taranto altoforno

CORSA CONTRO IL TEMPO PER L’EX ILVA -  LA CHIUSURA DELL'AREA A CALDO A TARANTO, IMPOSTA DALLA CORTE D'APPELLO DI MILANO, SPINGE IL GOVERNO A SOSTENERE UN’IPOTETICA CORDATA ITALIANA PER SALVARE IL GRUPPO SIDERURGICO - GLI “ACCIAIERI CORAGGIOSI” DEL NOSTRO PAESE SONO PRONTI A SFIDARE JINDAL, ANCHE SE LA LORO OFFERTA POTREBBE ESSERE MENO COMPETITIVA RISPETTO A QUELLA DEGLI INDIANI (IMPIEGHEREBBERO 3.500 PERSONE RISPETTO AI 10MILA POSTI DI LAVORO ATTUALI) - PALAZZO CHIGI E’ ALLA RICERCA DISPERATA DI FONDI PER L’ACCIAIO. I DISASTRI DI URSO COMINCIANO A PESARE SEMPRE DI PIU’...

1 – EX ILVA, SI APRE UNO SPIRAGLIO PER LA CORDATA ITALIANA È CORSA CONTRO IL TEMPO 

Estratto dall’articolo di Filippo Santelli per “la Repubblica” 

altoforno 1 - stabilimento ex ilva di taranto

 

Le imprese italiane dell'acciaio valuteranno se formulare un'offerta per salvare l'ex Ilva di Taranto, concorrente a quella degli indiani di Jindal. L'impegno è stato manifestato ieri al ministero delle Imprese, con varie sfumature di cautela, sia dal presidente di Confindustria Orsini («si aprono le condizioni per valutare una cordata italiana») che dal presidente di Federacciai Antonio Gozzi («ci siamo impegnati a esaminare il dossier e verificare se sussistano le condizioni e le possibilità per promuovere una cordata di operatori italiani»). 

 

È uno spiraglio salutato con soddisfazione dal ministro Urso, che dopo il provvedimento del tribunale di Milano – che decreta entro 79 giorni la chiusura dell'area a caldo dell'acciaieria – aveva sollecitato l'intervento delle imprese tricolore. Ma è anche l'inizio di una trattativa che, nel pochissimo tempo che resta a Taranto, sarà difficile condurre in porto. 

Giorgia Meloni Adolfo Urso

 

Ieri al Mimit sono arrivate molte prime linee dell'acciaieria italiana: mancava Arvedi, ma c'erano Marcegaglia, Feralpi, Acciaierie Venete, Pittini e Danieli. È un segnale di attenzione concreta, effetto anche del pressing di Palazzo Chigi, per nulla entusiasta dall'ipotesi di veder scoppiare alla vigilia delle elezioni una bomba sociale a Taranto e/o di consegnare in mani straniere un impianto – a torto o a ragione – definito strategico. 

Detto questo, non è per nulla scontato che l'interessamento degli "acciaieri coraggiosi" diventi offerta reale. Il primo passo, nei prossimi giorni, sarà costituire un veicolo che chieda accesso ai dati aziendali. 

 

Né è chiaro fino a che punto, al di là dell'italianità, la loro offerta sarebbe «migliorativa» per lavoratori e contribuenti rispetto a quella di Jindal, che impiegherebbe circa 3.500 persone rispetto alle attuali 10mila. 

 

adolfo urso all assemblea di confindustria foto lapresse

A differenza degli indiani, infatti, che vogliono rilevare l'intero perimetro dell'ex Ilva, compresa l'area a caldo, gli acciaieri italiani sono interessati alla sola area di trasformazione a freddo. Nessuno vuole toccare i vecchi altiforni, fonte di rischi economici e giuridici che la sentenza di Milano ha tolto di mezzo. Potrebbero dunque chiedere al governo di aggiornare il bando di vendita riducendo il perimetro, cosa che pone problemi legali e richiede un mese. Bonifiche e demolizioni resterebbero a carico dello Stato. 

 

Una corsa contro il tempo, anche considerato che le risorse dell'ultimo prestito ponte che tiene operativa un'azienda in perdita cronica si esauriranno a ottobre. Marcegaglia si è detta disponibile a dare ossigeno alla cassa acquistando direttamente i semilavorati da processare a Taranto. Ma nel lungo periodo un'Ilva solo "a freddo", dipendente da bramme importate, non reggerebbe. Bisognerà riconvertire l'area a caldo con forni elettrici, spesa che i privati da soli difficilmente potranno sostenere, e alimentare tutto con energia competitiva. [...]

 

Fino a che punto vorrà e potrà farlo, in una partita su cui è puntato il faro di Bruxelles? Inseguire un'alternativa dell'ultimo minuto a Jindal è un rischio, visto che oggi l'offerta indiana è la sola sul tavolo. E che gli italiani dovrebbero anche accordarsi su chi, nella cordata, comanderà. 

 

2 - PRESSING DI PALAZZO CHIGI PER TROVARE I FONDI “DALL’ACCIAIO DIPENDE LA SICUREZZA NAZIONALE” 

Estratto dall’articolo di Giuliano Foschini per “la Repubblica” 

 

Le riunioni non si sono svolte al ministero delle Imprese. Ma il tavolo decisivo, nelle ultime settimane, è stato a Palazzo Chigi. Attorno c'erano il sottosegretario Alfredo Mantovano, i vertici dell'intelligence e i tecnici chiamati a rispondere a una domanda che fino a pochi mesi fa sembrava teorica: cosa succede all'Italia se perde l'ultima grande acciaieria integrata?

 

stabilimenti ex ilva a taranto

Perché la possibile chiusura dell'area a caldo dell'ex Ilva non è più soltanto una crisi industriale o occupazionale. È diventata un problema di sicurezza nazionale. L'acciaio è considerato un asset strategico. Serve alla difesa, alla cantieristica, all'automotive, alle infrastrutture. Rinunciare alla capacità di produrlo significa dipendere dall'estero proprio mentre guerre, dazi e tensioni geopolitiche stanno ridefinendo gli equilibri economici. [...]

 

EX ILVA DI TARANTO - PROTESTE DEI LAVORATORI

Il problema è che questa consapevolezza non sembra essere condivisa da tutto il governo. O, almeno, non produce le stesse priorità. Adolfo Urso, che conosce bene il peso dei dossier strategici dopo gli anni alla guida del Copasir, continua a inseguire lo scontro con la magistratura come per evitare di allontanare da sè le responsabilità.

 

Prima con i pm di Taranto, dopo un caso che costrinse persino la Procura a intervenire pubblicamente per smentire la ricostruzione del ministero e che travolse anche un suo addetto stampa. Ora quella di Milano. Ma, osservano fonti di governo, il problema non sono le toghe. È che una soluzione industriale continua a non esserci. [...]

adolfo urso giancarlo giorgetti voto di fiducia sulla manovra 2024 foto lapresse

 

Giancarlo Giorgetti continua a opporsi all'ipotesi di nuovi fondi pubblici destinati a sostenere investitori privati. Anche perché la trasformazione dell'impianto verso i forni elettrici finirebbe inevitabilmente per fare concorrenza al sistema delle acciaierie del Nord.  Da qui il rilancio della cosiddetta cordata italiana. Un'ipotesi che piace a una parte della politica e trova ascolto al ministero dell'Economia. Ma che, almeno per ora, esiste più come obiettivo che come progetto industriale. [...]

  

3 - EX ILVA, GLI INDUSTRIALI PUNTANO SULLA CORDATA ITALIANA MA JINDAL ACCELERA SULL’OFFERTA 

Estratto dall’articolo di Claudia Voltattorni per il “Corriere della Sera” 

 

[...] Si avvicina la chiusura dell’area a caldo nello stabilimento di Taranto. Troppo poco il tempo — il termine ultimo è il 28 ottobre — imposto dalla Corte d’Appello di Milano entro il quale eliminare tutto l’amianto dell’impianto a caldo. E lo stesso Urso ieri nel question time alla Camera lo ha confermato: «Una cosa è certa: gli altoforni dell’area a caldo non potranno più essere riattivati». Resterà solo l’area a freddo con i semilavorati.

TARANTO EX ILVA GRU

 

Ecco perché a questo punto potrebbe subentrare una cordata tutta italiana. Lo spiega il presidente di Confindustria quando dice «cambia l’oggetto»: «C’è la possibilità in tempi rapidi di poter dare delle risposte da parte dei nostri acciaieri: dietro la produzione, oltre alle persone, ci sono anche filiere importantissime di prodotti», ma «bisogna capire le condizioni, serve un piano industriale e pensare alle persone». 

 

ex ilva di taranto - acciaierie d italia

Ci sono 5 mila posti di lavoro a rischio solo nell’area a caldo, che salgono a 10 mila includendo le aziende dell’indotto. Spiega Gozzi (Federacciai): «Ci siamo impegnati a esaminare il dossier e a verificare se esistano le condizioni per una cordata di operatori siderurgici italiani finalizzata al rilancio degli impianti non interessati dal blocco». Il presidente di Federacciai parla poi di«atto di responsabilità verso le migliaia di lavoratori il cui futuro è a rischio». E anche Bettini (Federmeccanica) conferma: «C’è un quadro molto critico, ma non ci tireremo certo indietro». 

 

ADOLFO URSO E GIANCARLO GIORGETTI

Urso parla di «risposta particolarmente importante e significativa» da parte delle aziende italiane, però sottolinea anche che la sentenza dei giudici di Milano «è tra le più restrittive d’Europa» e che «se fosse applicata agli altri stabilimenti europei dovrebbero chiudere tutti quelli con altoforno, sono 22: ma noi la applicheremo».

 

Urso conferma che prima dell’intervento dei giudici la trattativa con Jindal era quasi chiusa e che però il colosso indiano non farà passi indietro, anzi, come già anticipato dal Corriere : «Jindal ha presentato una proposta aggiornata sull’intero perimetro aziendale, che tiene conto della chiusura dell’area a caldo che i commissari stanno valutando». Se la cordata italiana dovesse scendere in campo, se la dovrà quindi vedere ancora con Jindal. [...]

adolfo ursoadolfo urso giorgia meloni question time alla camera altoforno 1 - stabilimento ex ilva di taranto

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