È GUERRA SUI SOLDI TRA MELONI E LE TOGHE – NELLA MANOVRA POTREBBE ESSERE INSERITA UNA REGOLA PER FRENARE LE RICADUTE FUTURE DEI NUOVI ADEGUAMENTI RETRIBUTIVI DEI MAGISTRATI, DOPO IL CASO DEL MILIARDO DI EURO CHE IL TESORO DEVE TIRARE FUORI PER GLI ARRETRATI DEL 2021-26 E CHE LA PREMIER NON VUOLE SGANCIARE – UN NUOVO AUMENTO DEGLI STIPENDI TRIENNALE PER LE TOGHE È IN CALENDARIO PER IL 2027, E SARÀ BASATO SULL’ANDAMENTO VISSUTO DALLE BUSTE PAGA PUBBLICHE FRA 2024 E 2026…
Estratto dell’articolo di Gianni Trovati per “Il Sole 24 Ore”
In manovra si fa largo una regola per frenare le ricadute future dei nuovi adeguamenti retributivi dei magistrati. Perché l’impatto prodotto dalle decisioni del Consiglio di Stato non si limita ai 979 milioni in via di stanziamento nel «fondo sentenze» per coprire gli arretrati del 2021-26 e gli effetti sul prossimo anno.
Un nuovo aumento triennale è in calendario per il 2027, e sarà basato sull’andamento vissuto dalle buste paga pubbliche fra 2024 e 2026: in una dinamica resa esponenziale dai criteri di calcolo riscritti a Palazzo Spada.
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[...] i radar sono puntati prima di tutto sul parametro fissato dalle sentenze, che ora aggancia le retribuzioni delle toghe alla media semplice degli aumenti registrati nel triennio precedente dal pubblico impiego. È quello il primo motore che ha spinto dal 4,85% al 6,22% l’aumento riconosciuto ai magistrati dal 2021 e dal 6,69% al 12,32% quello che parte dal 2024.
Per calcolare «i benefici medi pro capite» del pubblico impiego, a cui la legge 27/1981 chiede di indicizzare le retribuzioni delle toghe, l’Istat utilizzava infatti la media ponderata per i comparti, con l’obiettivo di tenere conto delle dimensioni dei singoli settori della Pa. I giudici hanno imposto la media semplice, che fa crescere il peso di settori piccoli ma più vivaci sul piano retributivo. Su questi presupposti, l’inserimento nel paniere del personale di Bankitalia e Autorità indipendenti, altra prescrizione del Consiglio di Stato, ha messo altra benzina sul fuoco dell’indicatore.
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Il ritorno per legge alla media ponderata tornerebbe a restituire l’effettivo «beneficio medio pro capite» ricevuto in ogni triennio dal complesso del pubblico impiego. Ma soprattutto taglierebbe l’effetto moltiplicatore sulla spesa prodotto dai ricalcoli, rendendo marginale il ruolo degli stipendi riconosciuti nei rami più piccoli della Pa. E potrebbe incidere sul destino dei ricorsi analoghi già promossi dai docenti universitari.
A imporre un intervento sono le regole di finanza pubblica, che prevedono «la compensazione dei relativi effetti finanziari» quando «si verifichino nuove o maggiori spese rispetto alle previsioni» (articolo 17 della legge 176/2009). [...]
Sul piano giuridico, invece, nessun argine appare innalzabile contro la valanga degli arretrati Perché una norma interpretativa, e dunque con effetti retroattivi, sarebbe destinata a cadere in uno scontato ricorso costituzionale, che rischierebbe solo di moltiplicare il conto da pagare ex post. [...]

