GIUSTIZIA PER SAMAN – LA CASSAZIONE: “L’OMICIDIO DI SAMAN ABBAS FU L’ESECUZIONE DI UN PROGETTO CRIMINOSO ELABORATO IN PRECEDENZA E CONDIVISO ALL’INTERNO DI TUTTO IL NUCLEO FAMILIARE” – LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA CON CUI LA SUPREMA CORTE HA CONFERMATO IN VIA DEFINITIVA LE CONDANNE ALL’ERGASTOLO PER I GENITORI DELLA 18ENNE UCCISA NEL 2021 A NOVELLARA, IN EMILIA ROMAGNA: "I DIRITTI INVIOLABILI, COME LA VITA, NON POSSONO ESSERE SACRIFICATI A TRADIZIONI CULTURALI O RELIGIOSE ANTISTORICHE, NÉ L'ADESIONE A STILI DI VITA CONFESSIONALI E DI FEDE PUÒ GIUSTIFICARE MALTRATTAMENTI, PREVARICAZIONI O VIOLENZE DI ALCUN TIPO…”
Tommaso Romanin per l’ANSA
Non un delitto d'impeto, ma un piano di tutto il clan per eliminare Saman, una ragazza pachistana che voleva vivere in Italia una vita diversa da quella imposta dalla famiglia. Ma soprattutto, e forse questo il passaggio più significativo della Cassazione, pensando ad altre vicende simili in futuro, un omicidio che non può essere giustificato in alcun modo da motivi culturali o religiosi.
La Corte di assise di appello di Bologna, ragionano i supremi giudici in un passaggio delle 100 pagine di motivazione, "ha congruamente e correttamente escluso" che "il contesto socio-culturale-religioso del Paese di provenienza, in tesi caratterizzato da peculiari stili di vita e da una particolare concezione dell'onore familiare, costituisse fattore idoneo ad attenuare il gravissimo disvalore etico-giuridico del motivo ispiratore delle condotte delittuose, e ad elidere, sotto tale profilo, il giudizio sulla abiezione delle ragioni dell'omicidio e della successiva soppressione del cadavere".
La sentenza mette la parola fine all'iter giudiziario sull'assassinio di Saman Abbas, 18enne scomparsa nella notte tra il 30 aprile e il primo maggio 2021 da Novellara (Reggio Emilia) e ritrovata sepolta sotto tre metri di terra nei dintorni di casa, un anno e mezzo dopo. Sono definitive, dal 15 luglio, le condanne all'ergastolo per i genitori della ragazza, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, che "accompagnò la figlia a morire", per i cugini Ijaz Ikram e Noman Ul Haq e i 22 anni inflitti allo zio, Danish Hasnain.
L'omicidio, affermano i giudici, "non fu il frutto di una decisione maturata la notte del crimine, ma l'esecuzione di un progetto criminoso elaborato in precedenza e condiviso all'interno di tutto il nucleo familiare, senza che il tempo trascorso fosse riuscito a fungere da adeguata controspinta".
Non si può quindi considerare un atto d'impeto, o comunque estemporaneo, "come erroneamente ritenuto" in primo grado (quando caddero le aggravanti e i cugini vennero assolti), ma "una decisione premeditata per sanzionare il disonore arrecato dalla ragazza, che intendeva vivere secondo canoni sociali diversi da quelli di origine".
l arrivo in italia di nazia shaheen 3
Ma la Suprema Corte afferma anche un altro principio: "I diritti inviolabili, come la vita, non possono essere sacrificati a tradizioni culturali o religiose antistoriche, né l'adesione a stili di vita confessionali e di fede può giustificare maltrattamenti, prevaricazioni o violenze di alcun tipo, costituendo i menzionati diritti uno sbarramento invalicabile che nessuna pretesa finalità educativa, ancorché di matrice etico-religiosa, autorizza a disconoscere o a comprimere".
SAMAN ABBAS CON IL FIDANZATO AYUB SAQIB - FOTO QUARTO GRADO
E' inoltre la stessa sentenza della Corte di assise di appello di Bologna, sottolinea ancora la Cassazione, a rimarcare come il movente del reato "non trovi avallo neppure nel diritto positivo del paese d'origine degli imputati, come evolutosi nel tempo.
L'ordinamento pakistano, infatti, sanziona penalmente il delitto d'onore sin dal 2016". E le stesse comunità islamiche, costituitesi parte civile, "hanno sottolineato come le condotte incriminate in questo processo siano in insanabile contrasto con i precetti della religiosa musulmana.
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