LA GUERRA DI TRUMP È UN GROSSO PROBLEMA PER IL DRAGONE – LA REGIA DELLA CRISI SULLA GUERR DEL GOLFO SI SPOSTA IN ASIA – L’AMBASCIATORE SEQUI: “LA CINA OSSERVA CON ESTREMA ATTENZIONE CIÒ CHE ACCADE A HORMUZ, PERCHÉ POTREBBE DIVENTARE UN PRECEDENTE DECISIVO. SE UNA POTENZA REGIONALE RELATIVAMENTE PIÙ DEBOLE COME L'IRAN RIESCE A POLITICIZZARE STABILMENTE UN CHOKE POINT GLOBALE SENZA ESSERE SCONFITTA MILITARMENTE, ALLORA IL ‘MODELLO HORMUZ’ POTREBBE ESSERE REPLICATO ALTROVE, DAL MAR CINESE MERIDIONALE ALL'ARTICO…”
Estratto dell’articolo di Ettore Sequi per “La Stampa”
donald trump - stretto doi hormuz
Ieri, nel giro di poche ore, la crisi in Medio Oriente è entrata in una fase nuova. Dopo appena un giorno Trump ha sospeso Project Freedom aprendo una proposta negoziale ora all'esame di Teheran. In parallelo, Netanyahu, spiazzato dal cambio di linea americana, ha intensificato la campagna in Libano. Che cosa sta succedendo davvero?
Primo: la sospensione di Project Freedom segna il momento in cui la Casa Bianca comprende di essersi avvicinata troppo a una dinamica di escalation potenzialmente fuori controllo. È una ritirata tattica mascherata da apertura diplomatica. […]
Project Freedom non serviva solo a proteggere le navi. Serviva a svuotare la leva iraniana su Hormuz del suo valore strategico: se le navi continuano a transitare sotto protezione americana, la minaccia iraniana perde efficacia senza bisogno di una guerra totale.
Ma proprio per questo la crisi raggiunge il suo punto più pericoloso. Per la prima volta Washington e Teheran cercano simultaneamente di controllare lo stesso spazio ristretto. Non più deterrenza a distanza, ma sovrapposizione strategica diretta.
ettore francesco sequi foto di bacco
La scommessa di Trump era costruire una trappola strategica: se l'Iran reagisce militarmente rischia un'escalation; se non reagisce, accetta implicitamente che Hormuz possa funzionare anche senza il suo consenso. Ma per Teheran perdere il controllo e la gestione dello stretto significherebbe perdere la capacità di trasformare l'inferiorità militare in potere regionale.
Secondo: è qui che la coercizione si trasforma in proposta negoziale. Washington comprende di poter dominare militarmente l'escalation senza però poter garantire automaticamente stabilità nel Golfo.
Teheran capisce invece che può destabilizzare Hormuz ma rischia una pressione economica e militare crescente. Il negoziato parte da posizioni ancora molto lontane e non bisogna attendersi risultati sostanziali nel breve periodo.
In diplomazia quando non si riesce ad avanzare sulla sostanza, si cerca di avanzare sul processo. Ed è qui che emerge uno dei cambiamenti più profondi della crisi: per la prima volta il regime di navigazione di Hormuz entra nel cuore del dossier nucleare iraniano.
Energia, sanzioni, arricchimento dell'uranio e sicurezza marittima convergono in un unico negoziato strategico. Ma Hormuz non riguarda più soltanto il controllo dello stretto. Riguarda anche la gestione dei flussi e dei proventi che ne derivano.
È qui che potrebbe emergere un compromesso: destinare parte di queste risorse alla ricostruzione di Gaza, offrendo a tutti gli attori una possibile via d'uscita politica.
donald trump e xi jinping meme by edoardo baraldi
Terzo: Teheran ha scoperto una leva più efficace della stessa deterrenza nucleare. Non deve vincere militarmente. È sufficiente destabilizzare una delle grandi arterie energetiche globali per produrre effetti immediati.
Gli Usa perseguono obiettivi enormemente più ambiziosi – contenere il nucleare, proteggere il traffico energetico globale, preservare la credibilità americana. L'Iran invece ha un obiettivo molto più semplice: sopravvivere senza capitolare. È questa asimmetria che produce il vantaggio strategico di Teheran.
DONALD TRUMP IN VERSIONE AYATOLLAH
Washington domina militarmente; l'Iran destabilizza economicamente. Anche per questo emerge la divergenza strategica tra Usa e Israele. Trump e Netanyahu hanno entrambi elezioni in autunno, ma obiettivi opposti.
Trump vuole uscire rapidamente dalla crisi con una narrativa di successo: riapertura di Hormuz e compromesso nucleare iraniano. Netanyahu invece punta a prolungare il confronto, soprattutto per consolidare il fronte settentrionale contro Hezbollah.
Quarto: la centralità di Islamabad nei negoziati e il ruolo crescente della Cina segnalano la progressiva "asiatizzazione" della crisi. Per Trump la mediazione pakistana è importante anche in vista del suo viaggio a Pechino.
Dietro Islamabad emerge la regia indiretta cinese. Pechino osserva con estrema attenzione ciò che accade a Hormuz, perché potrebbe diventare un precedente decisivo.
REGIME CHANGE - VIGNETTA BY STEFANO ROLLI
Se una potenza regionale relativamente più debole riesce a politicizzare stabilmente un choke point globale senza essere sconfitta militarmente, allora il "modello Hormuz" potrebbe essere replicato altrove, dal Mar Cinese Meridionale all'Artico. Alla fine, la vera posta in gioco non riguarda soltanto il Golfo Persico, ma gli interessi globali americani.
La preoccupazione principale di Washington e Teheran è poter uscire dalla crisi salvando la faccia. Per entrambi la diplomazia nasce non dalla fiducia, ma dal sospetto e dalla paura che tutto sia reversibile, temporaneo, condizionato.
Ed è qui che riaffiora la lezione del generale cinese Sun Tzu: a un avversario sotto pressione bisogna sempre lasciare una via d'uscita. Perché quando una potenza ritiene di non avere più nulla da perdere, il rischio di escalation diventa massimo.
Questa crisi è complessa anche perché mostra il limite crescente della potenza americana: non si tratta di assicurarsi conquiste territoriali, ma il controllo dei flussi. La superiorità militare degli Usa resta enorme, ma non basta più a garantire insieme ordine, deterrenza e stabilità.



