“C’È QUASI NOSTALGIA DI QUANDO LA CHIESA FACEVA UN USO POLEMICO DI ISRAELE, MA ALMENO LO CITAVA. PERCHÉ QUESTA RETICENZA?” – IL RABBINO CAPO DI ROMA, RICCARDO DI SEGNI, CRITICA IL DOCUMENTO DEL VATICANO “UN CAMMINO DI SPERANZA”, SUL DIALOGO INTERRELIGIOSO, PERCHÉ NON VIENE PRATICAMENTE MAI NOMINATO ISRAELE: “GLI EBREI SONO ANCHE NAZIONE, STORIA E NELLA LORO IDENTITÀ C’È UN RAPPORTO TORMENTATO, MA SEMPRE PRESENTE, CON UNA TERRA MAI MENZIONATA NELLA NOTA. E POI LA REALTÀ EBRAICA HA UN NOME ANTICO, ISRAELE, E FA IMPRESSIONE CHE, A PARTE UN’UNICA CITAZIONE DEGLI “ISRAELITI”, QUESTO NOME NON COMPAIA MAI” - DI SEGNI CONTESTA ANCHE LA DEFINIZIONE DI GESÙ COME “EBREO PALESTINESE”
Estratto dell’articolo di Gian Guido Vecchi per il "Corriere della Sera"
papa leone xiv riccardo di segni
La nota della Santa Sede, «Un cammino di speranza», intendeva celebrare i sessant’anni della Nostra Aetate, la dichiarazione conciliare che il 28 ottobre 1965 segnò la svolta nel dialogo tra la Chiesa cattolica e gli ebrei, non più considerati «deicidi».
Ma la replica di Riccardo Di Segni, rabbino capo di Roma, pubblicata ieri sulla rivista Shalom , dà la misura di quanto il dialogo resti difficile: «Se manca la volontà di comprensione dell’identità dell’altro, con i suoi problemi e le sue difficoltà, come avviene in questi anni, e come questa nota sembra testimoniare, il desiderato “cammino di speranza” stenta ad avviarsi».
[…] La critica fondamentale è che nella nota vaticana non viene mai nominata la terra di Israele, salvo un riferimento al «Dio d’Israele». Il rabbino capo scrive lapidario: «Gli ebrei sono anche nazione, storia (non solo di persecuzioni) e nella loro identità c’è un rapporto tormentato, ma sempre presente, con una terra mai menzionata nella nota. Una terra nella quale oggi vive la metà del popolo ebraico. E poi la realtà ebraica ha un nome antico, Israele (che non significa ancora Stato d’Israele), e fa impressione che, a parte un’unica citazione degli “israeliti”, questo nome non compaia mai».
Il passaggio più duro è quando Di Segni cita la Bibbia, «vengono in mente le parole del Salmo 83: “che il nome di Israele non sia più ricordato”», e commenta con ironia amara: «C’è quasi nostalgia di quando la Chiesa ne faceva un uso polemico e di sostituzione ma almeno lo citava. Perché questa reticenza?».
Tra le «criticità», anche l’affermazione netta che «Cristo è l’unico redentore» e il rischio che, come nei secoli passati, possa essere usata a sostegno delle conversioni forzate, «una pressione mai sopita del tutto». Di Segni, peraltro, riconosce nella nota «punti significativi», come «l’unicità del dialogo con gli ebrei», l’«ebraicità di Gesù», «l’alleanza irrevocabile degli ebrei con Dio» e la «lotta contro l’antisemitismo».
Il cardinale Kurt Koch, tra gli autori del testo, ha ricordato che «è impossibile essere discepoli di Gesù e allo stesso tempo antisemiti». La nota riafferma che «Gesù è ebreo e lo è per sempre». Citando un documento dell’85, dice anche che «è pienamente un uomo del suo tempo e del suo ambiente ebraico palestinese del I secolo». Una frase che fa scrivere al rabbino : «Oggi un Gesù palestinese suona strano».
Spiega Di Segni al Corriere : «Chiamare quella regione Palestina e non terra d’Israele fa parte di una tradizione antica nella quale, in qualche modo, la connotazione ebraica è cancellata. In tempi più recenti questa scelta linguistica assume un significato politico preciso. Temo ci sia una sorta di imbarazzo e riluttanza, in un momento in cui c’è una sistematica demonizzazione di Israele, come Stato ma non solo».
Dal Vaticano non ci sono repliche ufficiali, ma si chiarisce che la nota non cita Israele proprio per evitare, in un testo teologico, riferimenti diretti all’attualità politica. […]
riccardo di segni
riccardo di segni
riccardo di segni foto di bacco


