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"LIFE" E LE STELLE DI HOLLYWOOD – TASCHEN DEDICA UNO STRAORDINARIO DOPPIO VOLUME ALLA STAGIONE IRRIPETIBILE DI HOLLYWOOD, DALLA GOLDEN AGE FINO AGLI ANNI ‘70 – L’EDITORE RIVELA: “C’È VOLUTO UN INTERO ANNO SOLTANTO PER LE RICERCHE VISTO CHE L’ARCHIVIO CONTIENE MILIONI DI IMMAGINI. L’IDEA DI FONDO ERA QUELLA DI RACCONTARE LA MECCA DEL CINEMA IN TUTTE LE SUE FORME: DAL GLAMOUR ALLE STORIE. UN SINGOLO CAPITOLO È DEDICATO A STEVE MCQUEEN E AL SUO RAPPORTO CON L’AUTOMOBILE. IL FOTOGRAFO DI "LIFE" VISSE CON LUI PER SETTIMANE PER REALIZZARE IL SERVIZIO…”

Estratto dell'articolo di Dario Pappalardo per “Robinson – la Repubblica”

 

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[...] Hollywood e [...] rivista Life [...] costruirono un nuovo Olimpo, dove le divinità erano le stelle del cinema. A quella stagione irripetibile che ha segnato l’immaginario occidentale è dedicato il doppio volume straordinario, pubblicato da Taschen, con oltre 600 immagini tratte dall’archivio del magazine americano che chiuse definitivamente nel 2007. Ne parliamo con l’editor del libro e di tanti progetti della stessa casa editrice, Reuel Golden.

 

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Mr Golden, com’è nato questo lavoro? Quanto tempo ci è voluto per scegliere le fotografie del libro?

«Abbiamo siglato l’accordo con l’archivio diLife prima della pandemia per poi iniziare a lavorarci nel 2021. C’è voluto un intero anno soltanto per le ricerche.

L’archivio nel New Jersey contiene milioni di immagini: centinaia di migliaia sono dedicate a Hollywood. La ricerca è stata fatta fisicamente, quando sapevamo dove e cosa trovare, e in digitale.

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L’idea di fondo era quella di raccontare la Mecca del cinema in tutte le sue forme: il glamour, ok, ma anche la produzione, gli studios. Volevamo ricalcare il percorso diLife,il modo in cui raccontava quel mondo. L’intento del magazine era di svelare storie. Un singolo capitolo, nel secondo volume, è dedicato a Steve McQueen e al suo rapporto con l’automobile. Il fotografo diLife visse con lui per settimane per realizzare un servizio così».

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È un materiale enciclopedico. Con quale criterio avete scelto le immagini?

«Il primo criterio è stato quello di scegliere le grandi fotografie, le composizioni migliori. Le immagini dovevano avere presa sui lettori. La scelta delle star è relativa. Oggi chi delle nuove generazioni conosce Bette Davis, William Holden o lo stesso McQueen? Il secondo criterio seguito è stato quello di rappresentare il più possibile il modo in cui Lifeha narrato Hollywood. Non solo attraverso le star, ma anche attraverso gli eroi nascosti che contribuivano alla macchina del cinema: scenografi, sceneggiatori, le persone del set, tutti quelli che concorrevano alla fattura di un film. Life mostrava la “vita vera” della fabbrica dell’immaginario. […]».

 

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[…]

 

Dal 1936 al 1972, il periodo considerato dal libro, come cambia il modo di raccontare Hollywood?

«Non cambia il modo di raccontare Hollywood. È Hollywood che cambia. Si tratta di una parabola americana. Sfogliando le pagine dei due volumi, è evidente. Partiamo dalla Golden Age, dalla seconda metà degli anni Trenta, con il potere degli studios. Hollywood allora rifletteva la società americana. Nel primo volume, a stento vedrete una star non bianca.

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Nell’archivio diLifenon abbiamo trovato una sola foto di Hattie McDaniel: eppure aveva vinto l’Oscar interpretando Mami inVia col vento!Le cose cambiano nella seconda metà degli anni Cinquanta. Ecco allora Dorothy Dandridge, Harry Belafonte, Sidney Poitier. La società si apre. Si evolve la cultura del Paese, si critica l’establishment, scoppia laguerra del Vietnam… E anche Hollywood deve cambiare».

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Sarebbe inimmaginabile un libro come questo con il cinema di oggi. Quella mitologia è finita.

«Sì, è venuto meno l’impatto di quelle foto. È finito il rapporto tra star e fotografo. Oggi l’immagine di un’attrice e di un attore è in mano al suo publicist che ne controlla il profilo Instagram. […] Nessun fotografo passerebbe tanti giorni con Steve McQueen. Per non parlare del fatto che quei professionisti erano pagati benissimo. […]».

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Life e la vecchia Hollywood morirono insieme, si può dire.

«Ebbero un rapporto di mutuo soccorso. Ognuno aveva bisogno dell’altro. Fu la televisione ad assestargli il primo colpo. Life riprese un po’ di ossigeno con il programma spaziale. Iniziò a raccontare le vite degli astronauti nello spazio».

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Sempre di stelle si trattava, insomma.

«Sì, ma non fu più lo stesso. Life e la Hollywood del periodo d’oro condivisero lo stesso viaggio. Insieme costruirono un immaginario e una storia culturale, fino a spegnersi, come le stelle».

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