ospedale napoli

A VERCELLI, UN UOMO DI 92 ANNI VA IN OSPEDALE PER SALUTARE LA MOGLIE RICOVERATA E NON LA TROVA: ERA MORTA IL GIORNO PRIMA E NESSUNO LO AVEVA AVVISATO - “ERA DALLA GUERRA CHE NON PIANGEVO. NON SONO RIUSCITO A TRATTENERE LE LACRIME. NEPPURE SONO RIUSCITO A DIRLE ADDIO” - L’ASL FA MEA CULPA: “ERRORE INESCUSABILE”

Matteo Pria per “la Stampa”

 

ospedale

Si è presentato nel reparto di neurologia dell' ospedale di Vercelli per salutare come ogni giorno la sua Teresina, ma quando è entrato nella stanza e ha visto il letto vuoto subito non ha capito cosa fosse accaduto alla moglie. Solo qualche istante dopo Federico Reina, 92 anni di Santhià, nel Vercellese, ha saputo che la donna con cui aveva condiviso 64 anni era morta il giorno prima. Nessuno l' aveva avvisato.

 

O meglio, l'ospedale ha provato a chiamare lui e il nipote, ma non li hanno trovati e forse nessuno si è curato di cercarli nuovamente. Un problema di comunicazione. L' Asl Vercelli si è scusata, ma Federico Reina non si dà pace. Lo storico partigiano di Santhià ha confidato: «Era dalla guerra che non piangevo. Non sono riuscito a trattenere le lacrime. Neppure sono riuscito a dirle addio».

anziane ospedale

 

Federico Reina e Teresa Antoniotti a Santhià li conoscono tutti, lui è l' ultimo partigiano rimasto, la memoria storica della Resistenza. Aveva da poco 18 anni quando decise di lasciare la tranquilla vita di telegrafista alla stazione di Santhià per andare a combattere nella Brigata Ermanno Angiono "Pensiero" di Borgosesia.

 

Dopo la guerra "Ion", il suo nome da partigiano, si era promesso di non piangere più, ma la sua Teresina è morta senza che lui neppure lo sapesse. Una coppia sempre unita e con l'avanzare dell' età uno si prendeva cura dell' altro: lui le preparava la colazione, poi la spesa insieme. Dal 21 gennaio, giorno del ricovero della moglie di 87 anni in seguito a una embolia, ha continuato andare su e giù da Santhià, dove vive, a Vercelli per portare un bacio e una carezza alla donna della sua vita.

 

OSPEDALE

Le condizioni erano stabili, anche se non sempre era lucida. E per andare a Vercelli a trovare la moglie Federico Reina doveva aspettare che qualche parente lo accompagnasse fino in ospedale, circa venti minuti di strada in auto. Arrivava quasi sempre nel primo pomeriggio, ogni tanto prima di sera. Una visita di circa mezz' ora per vedere la moglie che lottava in un letto di ospedale, una carezza alla mano, un bacio sulla fronte e poi di nuovo a casa.

 

Ed è successo così anche il 6 febbraio. L' uomo, con il nipote Massimo Antoniotti, era passato dal reparto di neurologia del Sant' Andrea. Il 7 febbraio Reina, è tornato in ospedale. Aspettava di trovare la moglie nella stanza, invece il suo letto, sistemato subito all' entrata, era vuoto. L' anziano partigiano e il nipote hanno iniziato a chiedere informazioni. Alla fine è arrivata la notizia: la donna era morta il pomeriggio prima. «Si faccia forza», hanno detto all' uomo, che prima è rimasto a bocca aperta, poi ha iniziato a piangere.

 

ospedale

Non aveva avuto l' opportunità di darle l' ultimo saluto. Eppure ventiquattro ore prima era passato in ospedale e la moglie era in condizioni stazionarie. Perchè nessuno l' ha avvertito? «E' proprio questo che ci ha lasciato senza parole - dice il nipote Massimo -. Eppure in ospedale avevano il numero di casa dello zio e quello del mio cellulare. Dicono che non ci hanno trovato subito. Perchè non hanno richiamato?». L'azienda sanitaria di Vercelli ha presentato le scuse: «Porgiamo le nostre condoglianze alla famiglia. Siamo addolorati per questo inescusabile errore e stiamo adottando i provvedimenti adeguati alla gravità dello stesso».

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