“MI MISERO IN COLLEGIO PERCHÉ ERO UN ASINO COMPLETO. NON SAPEVO STUDIARE. MI VOLEVANO BOCCIARE GIÀ IN TERZA ELEMENTARE” – L’ARCHISTAR 89ENNE RENZO PIANO SI RACCONTA A ALDO CAZZULLO: “NON SONO MAI STATO UNO STUDENTE BRILLANTE ANCHE SE ME LA SONO CAVATA. MA ESSERE UN ASINO MI È SERVITO PERCHÉ CRESCI CON L’IDEA FERMA CHE TUTTI GLI ALTRI SONO UN PO’ MEGLIO DI TE, E DAGLI ALTRI C’È SEMPRE DA APPRENDERE - IL BEAUBOURG? IL PREFETTO DI PARIGI SI OPPOSE ALLE PRESE D’ARIA: DISSE ‘MAI FINCHÉ CAMPO’. MORÌ DOPO POCHI MESI E LE METTEMMO” – “PORTO IL NOME DI MIO FRATELLO, MORTO PRIMA DELLA MIA NASCITA. MIA MADRE LO PIANGEVA OGNI SERA” – “BEPPE GRILLO? GLI HO VOLUTO MOLTO BENE QUANDO FACEVA IL COMICO. CON LA POLITICA CI SIAMO PERSI. IL SEGRETO DELLA LONGEVITÀ? L’INFRASTRUTTURA AFFETTIVA. GLI AMICI, LE PERSONE CUI VUOI BENE, LE GIORNATE TRASCORSE A RIFLETTERE SULLE COSE GIUSTE DA FARE. ESSERE CAPACI DI SILENZIO QUANDO OCCORRE. LIBERARSI DAL SUPERFLUO. E NON MOLLARE UN ISTANTE, NON DISPERARE MAI; SE TI MALMENANO, TI RIALZI – CREDO DI ESSERE UNA PERSONA CHE POSSIEDE LA FEDE E LA MORTE NON MI FA PAURA. CERTO, L’IDEA MI DISTURBA. MA NON RIESCO A COGLIERE IL NULLA…”
Estratto dell’articolo di Aldo Cazzullo per il “Corriere della Sera”
Renzo Piano, qual è il suo primo ricordo?
«Mia madre che piange. Ogni sera, alle sette».
Perché piangeva?
«Piangeva la morte di mio fratello Renzo. E quella era l’ora del pianto».
Renzo come lei?
«Sì. Sono nato nove mesi dopo la sua morte. E mi chiamo Renzo Salvatore».
[…] Com’era morto suo fratello?
«In modo atroce. Un pestone giocando a calcio, un po’ di sangue, la setticemia. Aveva tredici anni».
Cosa ricorda della guerra?
«Il suono degli aerei nell’entroterra ligure, dove eravamo sfollati. E qualche bagliore lontano: i bombardamenti su Genova. Questo mi è rimasto dentro. Quando ho tre aerei sulla testa, sento fastidio. L’11 settembre ero a New York, il mio quarto figlio, Giorgio, aveva un anno. Per una settimana intera volarono i caccia. Erano lì per proteggerci; ma a me ricordavano la guerra».
E i ricordi della ricostruzione?
«Sono più vividi. Vai per le strade e ogni giorno sono un po’ più pulite, metti il cibo in tavola e ogni giorno è migliore. Ricordo mio padre fare scherzi a mia madre e mia madre sorridere e cantare; prima non succedeva mai. Ne ho parlato con papa Francesco...».
Eravate quasi coetanei.
«Mi disse che io ero stato concepito il giorno in cui lui era nato; e in effetti ci separavano nove mesi. Così cominciò a darmi del tu. Parlavamo di felicità. Io gli dissi che la felicità per me è la guerra che finisce. E lui mi raccontò che un giorno a Buenos Aires aveva sentito la vicina di casa che piangeva. La madre andò dalla vicina, e si mise a piangere pure lei. Era finita la guerra».
[…] Nel bellissimo libro che ha scritto con Francesco Merlo, “Tutto qui. La costruzione di una vita”, lei racconta molto di sé. Ad esempio l’esordio da costruttore.
«Stavo facendo un aggeggio sul tavolo della camera che condividevo con mio fratello Ermanno, all’ultimo piano della casa di Pegli. Una cosa inutile, fatta di legnetti. Passa Ermanno, più grande di me di dieci anni, mi dice “bello Renzino”, e se ne va. Mi andò giù per la schiena un piccolo brivido. C’è un’età in cui ti capita di scoprire che sai fare delle cose. La prima volta in cui sei rimasto a galla in mare. La prima volta in cui hai suonato uno strumento. Il primo bacio».
Quand’è stato il primo bacio?
«Avevo 15 anni, fu molto fugace. Ero timido, mingherlino. C’era una ragazzina carinissima che sistemava le mele secondo la loro dimensione. Io la guardavo incantato, mi avvicinai, le diedi un bacio. Lei mi sorrise. E finì lì».
Chi era suo padre?
«Un piccolo costruttore. Era genovese, quindi non parlava. Quando gli dissi che avrei fatto l’architetto si tolse la pipa e chiese: ma perché? Gli pareva una deminutio rispetto al costruttore. Ho fatto poi l’architetto; ma ho continuato a essere un batisseur, come dicono i francesi. Un costruttore».
Perché la misero in collegio?
«Perché ero un asino completo. Non sapevo studiare. Mi volevano bocciare già in terza elementare, il prete disse a mia madre: suo figlio non è normale. Non sono mai stato uno studente brillante, neanche all’università, anche se me la sono cavata. Ma essere un asino mi è servito».
Perché?
«Perché cresci con l’idea ferma che tutti gli altri sono un po’ meglio di te, e dagli altri c’è sempre da apprendere. Se uno parla e dice tre cose buone, io prendo quelle lì, le altre me le dimentico.
Sono diventato un buon ladro, uno che restituisce».
[…] La prima volta che ha fatto l’amore?
«Era una ragazzina, Magda...ma io sono monogamo. Cresciuta un po’, l’ho sposata».
E avete avuto tre figli: Carlo, Matteo, Lia.
«Poi purtroppo quella ragazzina è cresciuta. Non c’è più, è morta un anno fa. Considero il divorzio un fallimento. Ma per fortuna ho incontrato Milly».
[…] Vinse, con Richard Rogers, il concorso per il Beaubourg.
«Richard non voleva partecipare: noi eravamo anti-monumento. Gli dissi: perché non facciamo un anti-monumento? Il Beaubourg è un’astronave che si cala nel centro di Parigi, una nave che ha sbagliato rotta ed è finita in città. Il Beaubourg fu il nostro modo di esprimere in totale libertà il disaccordo, la ribellione contro i luoghi che ti intimidiscono».
È questa l’essenza della sua cultura?
«La cultura deve essere fatta per portarci attraverso quella cosa meravigliosa che si chiama curiosità, dentro quel mondo di luce. La cultura non è fatta per persone chic. La bellezza non è cosmesi; è la bellezza della musica, la bellezza di tutto ciò che l’uomo riesce a fare. E deve appartenere a tutti. Allora cosa fai? Fai la macchina urbana. Abbiamo fatto il Beaubourg per protesta. Una protesta che fosse anche una proposta. È stato il nostro modo di fare il Sessantotto».
Aveste qualche problema.
«Parigi non aveva un sindaco, il primo è stato Chirac, che molto tempo dopo ha sposato me e Milly. Comandava il prefetto. Non voleva assolutamente che lastricassimo la piazza con il pavé: temeva che i giovani l’avrebbero divelto per tirarlo alla polizia. Gli facemmo credere che con un po’ di calce sarebbe stato impossibile. E poi non voleva le prese d’aria».
Oggi sono diventate il simbolo del Beaubourg, le sue «orecchie».
«Umberto Eco scrisse che era un modo per far respirare la parte sotterranea, sommersa. Ma il prefetto disse: “Moi vivant, jamais”; mai finché campo. Morì dopo pochi mesi. Mi spiace dirlo, ma non ho nessuna colpa. Mettemmo le prese d’aria».
È vero che il Beaubourg doveva essere più basso?
«Sì. Il terreno a disposizione era piccolo. Per ricavarne una piazza, occorreva fare un edificio largo la metà e alto il doppio. Non volevano assolutamente; ma l’abbiamo fatto. Non eravamo cattivi; avevamo un chiodo fisso. Come Gino Strada».
Cosa c’entra Gino Strada?
«Abbiamo costruito insieme un ospedale in Uganda. Il suo chiodo fisso era la pace. Ma non era un pacifista inerme; lui combatteva contro la guerra. Oggi dire stop alle armi non significa stare con Putin, volere la resa. Questa è una stupidaggine. Tra lo stop alle armi e la resa ci sono moltissime cose: la diplomazia, il denaro, la politica. Io costruisco luoghi di pace, e ne sono fiero. Costruire la pace è come costruire una città, pietra su pietra, lentamente, senza mai smettere. Una città meravigliosa che, se non esiste, dovrebbe esistere».
Incontraste Pompidou, che era il presidente. Oggi il Beaubourg porta il suo nome.
«Ci disse: deve durare 500 anni. Rogers e io facemmo sì con la testa. Poi ci guardammo: non avevamo mai costruito nulla che durasse più di sei mesi, talora non più di sei ore. Era quella la forza del progetto: l’appartenenza alla vita reale. Ci fermammo sui gradini dell’Eliseo, e uno dei due, non so se io o lui, disse: perché solo 500 anni? Durerà per sempre».
[…] Sul cantiere veniva a trovarla Italo Calvino.
«Stava scrivendo le Città invisibili, ce n’è una fatta di tubi che sembra il Beaubourg. Ci fece uno schizzo su come secondo lui bisognava lavarlo, con due giganteschi spazzoloni, tipo autolavaggio. Calvino parlava pochissimo, ogni tanto tirava fuori un foglio piegato in otto su cui prendeva appunti. È un’abitudine che ho copiato, solo che io non scrivo, disegno. Tra l’architetto e lo scrittore, o l’artista, c’è un rapporto simmetrico di gelosia. L’architetto è geloso perché le parole volano, la tela è leggera. Lo scrittore e l’artista sono gelosi dell’architetto, che costruisce».
Mario Vargas Llosa veniva a trovarla a Potsdamer Platz, Berlino.
«Mi diceva: ti rendi conto che questo cantiere sorge sul luogo della più grande ingiustizia del Novecento? Avevamo 5 mila operai di cui solo 500 tedeschi, gli altri erano turchi, russi, italiani. Avevamo trasformato l’ingiustizia in solidarietà. Vargas Llosa era un po’ geloso» (Piano sorride).
Lei però di Potsdamer Platz non è soddisfatto.
«Avrei dovuto fare qualcosa di più imprevedibile. Nella mia Fondazione, che ha sede a Genova e al Politecnico di Milano, chiedo agli studenti di trovare i miei errori. E loro li trovano».
Ad esempio?
academy museum of motion pictures di renzo piano a los angeles 9
«Lo Shard di Londra non ha un buon rapporto con la stazione che gli sta sotto. C’è sempre qualcosa che morde dentro. Se non ci fosse stata rubata questa parola, bellezza, se non fosse stat trasformata in una cosa da cosmesi, frivola...
[…] De André com’era?
«Burbero; ma aveva dentro tante cose. Ci volevamo bene. Amava il mare, andavamo in barca insieme in Sardegna. Era molto pensieroso. Il suo capolavoro è Creuza de ma, la stradina che scende al mare. Il suo è un mare abitato da pesci ma anche da luce, da suoni, da voci».
E Gino Paoli? Qual è il suo capolavoro?
«Sassi. “Sassi che il mare ha consumato sono le mie parole d’amore per te”. Le spiagge liguri non sono di sabbia ma di sassi. Quando arriva l’onda, i sassi si sfregano tra loro, suonano, si consumano, raccontando sempre la stessa storia. Nelle canzoni di De André e di Paoli ci sono le voci del Mediterraneo. Siamo cresciuti insieme, Gino un po’ più grande di Fabrizio, io geloso di ambedue e ricambiato da entrambi in questa gelosia».
RENZO PIANO E BEPPE GRILLO CON FORATTINI
E Beppe Grillo?
«Gli voglio bene. Gli ho voluto molto bene quando faceva il comico: era straordinario, roso dalla ricerca di una profondità, di qualcosa cui attaccarsi. Quando denunciava l’assurdità del mondo dei consumi aveva ragione. Con la politica ci siamo persi. È una delle mie sconfitte personali. Ma prima o dopo lo riabbraccerò».
In Francia vincerà Marine Le Pen?
«Non posso crederci. Andrò a votare. Certo non Le Pen o Mélenchon. Un terzo candidato lo si troverà. Mi sento profondamente europeo, e all’interno dell’Europa fortemente italiano e mediterraneo. L’Europa per me è una città globale. Sa cosa diceva il cardinal Martini, uomo eccezionale?»
Cosa?
«Il cammino dell’umanità non è la campagna; è la città. Nell’Apocalisse la città celeste viene descritta come un quadrato gigantesco le cui dimensioni sono di 12 mila stadi, circa 2.200 chilometri: più o meno la distanza in linea d’aria tra Parigi e Mosca. L’opposto di città non è campagna; è deserto. In Europa ci sono mari, laghi, monti; ma non c’è il deserto».
Qual è il segreto della longevità?
«Kissinger diceva: il corrimano, per non cadere».
Lei cosa dice?
«L’infrastruttura affettiva. Gli amici, le persone cui vuoi bene, le giornate trascorse a riflettere sulle cose giuste da fare. Essere capaci di silenzio quando occorre. Liberarsi dal superfluo. Andare sul posto. E non mollare un istante, non disperare mai; se ti malmenano, ti rialzi».
[…]
Lei ha costruito in quasi tutto il mondo. Qual è l’opera cui tiene di più?
«Quelle nei luoghi devastati. Ci sono luoghi che aspettavano. Berlino devastata dalla guerra, l’Uganda dalla povertà. Ora sto costruendo questa università tra le colline del Bangladesh, in mezzo alla foresta. L’ha inventata Yunus, il banchiere del microcredito, assieme all’educatore Kamal Ahmad. È dedicata alle studentesse giovanissime in fuga dall’Afghanistan, dall’Iraq, dall’Iran.
Alla mia età ti consola. È vero, fai una cosa maledettamente lenta, ti dà un senso di impotenza; però la fai. A una ragazzina di 16 anni, timidissima, abbiamo chiesto: cosa vorresti? “Vorrei una finestra” ha risposto. Era cresciuta in una stanza chiusa, non aveva mai visto una finestra. Dopo una giornata così, alla sera vai a letto e pensi: forse la mia vita non è inutile».
[…]
Crede in Dio?
«Non posso escluderlo. Credo di essere una persona che possiede la fede, o qualcosa del genere. il Papa mi disse: “Renzo, non esistono atei”. Forse avrebbe voluto aggiungere una cosa che non poté aggiungere, perché era pur sempre il Papa: non essere atei non significa credere che Dio sia un signore barbuto. Ognuno di noi inevitabilmente si ferma davanti al mistero dell’esistenza. Ricorda quando mi accompagnò al Cern di Ginevra? Là, nel luogo più vicino al mistero cui l’uomo sia mai arrivato, si avverte l’incapacità di afferrare l’infinito nel tempo».
Lei ha detto che vuole morire nel cantiere. Ma la morte non le fa paura?
«No. Certo, l’idea mi disturba. Ma non riesco a cogliere il nulla. Il pensiero del vuoto assoluto è imprendibile e imprevedibile. Ho la fede. Non so bene esattamente in cosa credo. Però credo.
Mi viene in soccorso l’idea che io sono la somma di tante persone, tutte migliori di me. Ho dentro un mio piccolo personale pantheon, abitato da molti. Solo tra i musicisti: Claudio Abbado, Gigi Nono, Luciano Berio, Pierre Boulez, Maurizio Pollini, e poi, certo, Fabrizio e Gino. I Premi Nobel: astrofisici, fisici delle particelle. Octavio Paz. Nanda Pivano. Questo pantheon è quasi una promessa di immortalità. Il nulla resta». […]
renzo piano (2)
sergio mattarella renzo piano
arca sull albero di renzo piano 1
arca sull albero di renzo piano 6
re carlo renzo piano gianni agnelli
academy museum of motion pictures di renzo piano a los angeles 8
richard rogers renzo piano.
Renzo Piano Richard Rogers
renzo piano richard rogers
renzo piano gianni agnelli
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arca sull albero di renzo piano 5
arca sull albero di renzo piano 2
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