marco ciriello valter lavitola

“MI ASPETTAVO FACCE E STORIE, INVECE CI SONO PIÙ LABRADOR ACCUCCIATI SOTTO I TAVOLI CHE MICROSPIE” – MARCO CIRIELLO È STATO A MANGIARE AL RISTORANTE “CEFALÙ” CHEZ VALTER LAVITOLA: “È SABATO E LAVITOLA E SIGNORA NON PASSANO PER IL RISTORANTE: SARANNO AL MARE O FORSE SOLO A CASA. ARRIVA UNA COPPIA CHE NON SEMBRA ESSERE HABITUÉ CHE SCATTA FOTO CON LA FACCIA DELUSA, FORSE SPERAVANO DI INCONTRARE PAOLO MIELI, IGNORANDO CHE IL PASSAGGIO DELL’EX DIRETTORE DEL CORSERA ERA ECCEZIONALE, COME QUELLO DI UN BRUCE CHATWIN. MIELI È L’ECCEZIONE, NON RANUCCI” – “E POI C’È ANTONIO CHE DIRIGE LA SALA. ‘MA CHI TE LI METTE OGGI CENTO GRAMMI DI PASTA NEL PIATTO?’ CHIEDE. MENTRE PARLIAMO ARRIVA UN ALTRO PERSONAGGIO DELLA COMMEDIA ALL’ITALIANA, BAFFI DA CARABINIERE DI PINOCCHIO E SOPRATTUTTO BORSELLO, SIAMO NEGLI ANNI OTTANTA, C’È CRAXI E ROMA ERA ANCORA BELLA COME DIREBBE NANNI MORETTI…”

Marco Ciriello per Dagospia

 

MARCO CIRIELLO

In una Roma deserta da “Sorpasso” lasciata alla voracità dei gabbiani, in un sabato di luglio, convinto di finire da “Arturo al portico” il ristorante che gestisce Fanny Ardant ne “La cena” di Ettore Scola, vado a mangiare da “Cefalù” di Valter Lavitola.

 

Niente di più distante. Mi aspettavo facce e storie, invece ci sono più labrador accucciati sotto i tavoli che microspie.

 

Uomini silenziosi con poca trama e pochissime parole. Una coppia di avvocati che discute di una causa andata male per colpa der giudice, con lei che ha il vezzo bianco della Susan Sontag e lui che invece ha la testa rasata, poi si vira sulle vacanze in Grecia.

 

valter lavitola

Per il resto è un ristorante piccolo, colorato come un acquario anni Ottanta e molto silenzioso, stranamente senza colonna sonora, rispetto a quello che avevo letto.

 

Il banco della pescheria all’ingresso è vuoto, le luci sopra i tavoli sono delle lampare e il soffitto è fasciato da tende che vorrebbero evocare vele, ma più che a Mascalzone Latino fanno pensare alla finzione felliniana.

 

VALTER LAVITOLA E SIGFRIDO RANUCCI

C’è una striscia di blu pastellato con stelle marine e pescetti che percorre le pareti e poi finisce nei piatti quasi Vietri, c’è un quadro di pescatori che potrebbe essere stato dipinto dal padre di Starnone in “Via Gemito” che oscilla tra il giallo crepuscolo e il marrone da canestro e una foto sempre di pesca con reti svolazzanti che in Vittorio De Seta diventa vita di mare e qua, alla parete, è solo marketing da pescheria per dirti il pesce è fresco, ci sono due ragazze che servono ai tavoli: una italiana che apparecchia, con una voce da Mezzogiorno – Giovanna – e una sudamericana che sparecchia, e poi c’è Antonio che dirige la sala: dieci tavoli dentro e sei all’esterno attraversati dalla sua camicia a strisce, portata fuori dai calzoni.

 

ristorante cefalu 3

Arriva una coppia che non sembra essere habitué: lui con la barba bianca troppo lunga da Letterman su una camicia rossa e un cappello militare, che non toglie nemmeno per mangiare, litiga con la porta di vetro che separa la pescheria dalla sala, e lei una Giusy Ferreri che scatta foto con la faccia delusa, forse speravano di incontrare Paolo Mieli, ignorando che il passaggio dell’ex direttore del Corsera era eccezionale, come quello di un Bruce Chatwin: il suo era un viaggio in un posto esotico che per un attimo poteva essere fondamentale, ma ora non lo è più e difficilmente tornerà ad esserlo.

 

Mieli è l’eccezione, non Ranucci. I tavoli non hanno storia, il ristorante è un set dismesso, l’elettricità è andata. È sabato e Lavitola e signora non passano per il ristorante: saranno al mare o forse solo a casa.

 

valter lavitola e sigfrido ranucci a cena insieme al ristorante cefalu a roma

Passa invece, sul tardi, un Mattioli: polo bianca, colletto alzato alla Cantona o solo alla coatto, vistosa collana, due telefonini, potrebbe essere un macellaio o solo un poliziotto, ha superato i cinquanta come testimoniano gli occhiali colorati da presbite al collo, cambia tavolo due volte, con dimestichezza, mangia cozze – che vengono dalla Calabria, come spiega Antonio – mettendosi il tovagliolo al collo come un Fabrizi,  guardandolo mangiare con piacere decido di prendere anche io le cozze, lui prosegue con uno spaghetto alle vongole – «ma chi te li mette oggi cento grammi di pasta nel piatto?» chiede sempre Antonio che come James Senese è un napoletano nero di Piazza Dante, ma senza sax, cinque giorni a Roma e due con la famiglia a Napoli.

 

Il ristorante Cefalu di Lavitola

Parlando dei ricci che ho preso – e che erano buoni – scopro che vengono dalla Spagna via Sardegna, «ce li porta un rappresentate dei vini», Antonio è loquace perché gli ho detto che sono un maestro di musica napoletano, e che tutto questo clamore mi fa impressione rispetto alla tranquillità del posto.

 

È in modalità ristoratore: «facciamo una cucina semplice, pesce e pasta, il pescato che arriva lo provo e se non mi piace non lo cuciniamo».

 

Mentre parliamo arriva un altro personaggio della commedia all’italiana, forse semplicemente il contabile, baffi da carabiniere di Pinocchio e soprattutto borsello, siamo negli anni Ottanta, c’è Craxi e Roma era ancora bella come direbbe Nanni Moretti.

I piatti del ristorante Cefalu di Lavitola 33

 

«Chi lo conosceva sto Mieli? Se Valter non mi avesse detto del suo arrivo sarebbe stato un cliente come un altro».

 

Evito di chiedergli di Ranucci, gliel’hanno chiesto in mille, e poi sono intento a capire quale fosse il tavolo della foto, più che altro mi risuona in testa il progetto di Lavitola di portarlo a vivere ai Parioli come conseguenza della dislocazione a Palazzo Chigi previo sondaggio, ma anche Ranucci che va a salvare i rospi con Karoline e prima di scriverlo nel libro ne parla a tavola.

 

Ma vengo distratto da Antonio che mi racconta come l’ironia napoletana lo porti a ridere rispetto ai commenti che gli lasciano: «un menù bomba, una frittura esplosiva, un piatto scoppiettante e via così. L’amaro l’avete preso?».

 

IL MURO DI GOMMA

«Sì, anche il tiramisù». Intanto esce lo chef, e i suoi due aiutanti. È mezzanotte, il clamore non ha portato più clienti, ma solo giornalisti, domande, foto, tivù. Si spengono le luci del “Cefalù”, le uniche onde che rimangono sono quelle del calore.

 

È un set di evocazione: flashback, ipotesi, frammenti, poca trama, un ristorante piccolo, carino, colorato.

 

Penso ai ristoranti filmati ne “Il muro di gomma” dove mangia Corso Salani che interpreta Andrea Purgatori, e mi viene in mente la tavolata con i generali di stato maggiore che cantano, un posto meno colorato e con più trame, una Roma lontana: lì c’era Ustica, qui una bomba a Pomezia.

I piatti del ristorante Cefalu di Lavitola 31

Walter Lavitola nel suo ristorante Cefalu 21

il muro di gomma

ristorante cefalu 1ristorante cefalu 4Walter Lavitola nel suo ristorante Cefalu 22valter lavitola e sigfrido ranucci a cena insieme al ristorante cefalu a romaristorante cefalu 2VALTER LAVITOLAI piatti del ristorante Cefalu di Lavitola 32

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