IL CULO DI BERLUSCONI – SE NE VA IBRA, SI ROMPE PATO E SI RITROVA GRATIS IN CASA IL FENOMENO STEPHAN EL SHAARAWY - E RISPETTO ALLO SVEDESE, HA SOLTANTO 20 ANNI SUL GROPPONE - CON IBRA ANCORA A MILANELLO, IL FARAONE NON SAREBBE MAI ESPLOSO COSÌ. IL TALENTO SAREBBE RIMASTO CONFINATO IN PANCHINA. COME L’ANNO SCORSO, IN FONDO. C’ERANO, INSIEME. UNO PIÙ FORTE DI TUTTI, L’ALTRO SCONOSCIUTO DA TUTTI…

Beppe Di Corrado per "il Foglio"

Stephan El Shaarawy è la schiuma che esce dalla bottiglia di champagne appena la stappi. Esplode in fretta. Era lì, nel collo. Era lì, pronta per essere versata. Solo che il tappo qui era Zlatan Ibrahimovic. Capito? Non c'è un solo tifoso del Milan che voglia sentirlo dire, adesso. Con quindici punti in campionato, con la fatica bestiale che si fa, con la modestia complessiva della squadra, come fai a dirgli che Ibra era un problema?

Però è così. Conviene spiegare, per non essere presi per psicolabili: Zlatan era un guaio per El Shaarawy, mica per il resto. Cioè, con Ibra ancora a Milano, Stephan non sarebbe mai esploso così. La schiuma sarebbe rimasta nel collo, il talento sarebbe rimasto confinato ancora un po' in panchina. Come l'anno scorso, in fondo. C'erano, insieme. Uno più forte di tutti, l'altro sconosciuto da tutti.

Ibra dentro, Stephan fuori. Scontato, banale, ovvio: che fai, usi un ragazzino quando hai uno dei cinque giocatori più forti del mondo? El Shaarawy ha giocato un po', quel poco che ha portato tutti, ma proprio tutti a dire la stessa cosa: "Bravo, ma acerbo". Poi Ibra è andato, Cassano pure. Il Milan sarà pure quello che è, però ha trovato la cosa migliore del calcio italiano degli ultimi dieci anni. Sì, c'è Balotelli: ma a 20 anni scarsi, Mario non faceva quello che a 20 anni fa Stephan. Sono numeri, non suggestioni. Sono fatti, non idee.

Dieci gol in campionato in tredici partite: negli ultimi quindici anni di Milan, solo Andriy Shevchenko è riuscito a fare meglio di lui. Il dettaglio tutt'altro che trascurabile è che nel 2003, quando Sheva fece 12 gol in 13 giornate, aveva 27 anni. Era un campione fatto e finito, era all'epoca l'attaccante più forte d'Europa, era uno che valeva decine di milioni di euro. Era un fenomeno. Punto.

E poi, per dirne una, in quei 12 gol c'erano pure i rigori. Stephan non li calcia. Però sta lì, a dieci gol, da pivello sbocciato in fretta, da ragazzino buttato dentro per vedere l'effetto che fa, da sostituto del sostituto del sostituto. Perché prima di lui, in teoria, c'erano Pato, Robinho, Pazzini e Bojan. E chi dice il contrario, dice balle. El Shaarawy a inizio stagione era il quinto attaccante, il gioiellino da usare sì e usare no. "Per non bruciarlo", dicono tutti quelli che non credono abbastanza nei giovani e pensano così di difenderli.

Dieci gol era più di quanto ci si aspettasse da lui in tutto il campionato. Lui ci ha messo 13 giornate. Tanto per restare ai numeri: Ibra in questo momento della passata stagione aveva segnato 8 gol, così come Inzaghi nel 2002-03 e come Gilardino nel 2005-06. Kaká nel 2007-08 era arrivato a 7, Pato nel 2009-10 a 6. Per capire quanto conti lui adesso vale un altro numero: ha segnato il 50 per cento delle reti rossonere in serie A.

Stephan funziona perché il tappo è saltato e qualcuno ha deciso che la schiuma non bisognava farla cadere per terra, ma farla finire nei bicchieri per bersela di un soffio. Ce l'ha il Milan, ce l'abbiamo noi. Per una volta si può anche far finta di farsi andare bene un campionato così e così, ma godersi un talento che sta crescendo perché finalmente ci sono le condizioni perché ciò accada. Vent'anni sono la meraviglia dello stupore.

Sono un pezzo d'Italia che non sembra Italia. Ci masturbiamo il cervello pensando che gli altri siano migliori di noi nell'allevare campioni. Parliamo del Barcellona e del Manchester United come delle squadre che riescono a vincere valorizzando i giovani. Vediamo Messi, Iniesta, Xavi, Rooney, Chicharito e diciamo: loro sì che sanno puntare sui ragazzi. El Shaarawy abbatte i luoghi comuni sull'Italia che non ci crede. Sì, ci mette un po'. Sì, deve incastrarsi l'addio di Ibra, l'infortunio di Pato e quello di Robinho. Però c'è. Adesso, direbbe un altro giovane che vuol cancellare i vecchi altrove.

Stephan corre per se stesso e per gli altri. Non è una metafora, è la verità. Nella partita contro il Napoli ha segnato due gol e d'accordo. Però non solo. Prima del 2-2, a dodici minuti dalla fine della partita lo si è visto rincorrere un avversario per ottanta metri, fino alla sua area. E' quello che fanno in pochi tra tutti e in pochissimi tra le stelle. Lì c'è la voglia che non è il contrario del talento, che non è la sconfitta del genio.

E' il dettaglio che fa la differenza finale. Perché tra uno che ha classe e uno che ha classe e voglia, vince di sicuro quest'ultimo. Dicono: ma uno come Ibra non ha bisogno di farlo, perché non deve disperdere energie, non può concentrarsi su qualcos'altro che non sia il suo genio. Stephan lo fa e forse lo farà. E qui marcherà la diversità. Perché quelli come lui, nati negli anni Novanta, giovani, freschi, forti, sono i nativi digitali del pallone: saranno drogati dei videogame di "Pes" e di "Fifa", ma esattamente come gli avatar multimediali rincorrono gli altri fino all'ultimo secondo e poi si ributtano in avanti per segnare.

Sono i nuovi giocatori multitasking: difesa e attacco, fatica e talento. Sì, lo può dire che Zlatan era complicato come compagno: "Era pesante", ha detto qualche settimana fa. Lo può dire perché non è ancora Ibra, ma può diventarlo. Perché parla con rispetto e se parli con rispetto puoi dire tutto quello che vuoi.

Perché a chiunque gli rompa le scatole può tirare fuori quelle cifre: dopo 13 giornate, Ibra non aveva mica fatto dieci gol, più due magnifici in coppa (con lo Zenit San Pietroburbo e con l'Anderlecht), più uno in Nazionale alla Francia, all'esordio assoluto dal primo minuto. Può farlo perché lui, l'altro, il Milan, l'Italia e il mondo sanno che se ci fosse stato ancora Ibra al Milan tutto questo non esisterebbe. Ci vuole un passo, a volte. Ci vuole un lancio, sempre.

El Shaarawy ha stoppato l'assist immaginario che gli ha fatto il Paris Saint Germain che ha strapagato per portarsi Ibra in Francia. Merci, deve aver detto il Faraoncino, come lo chiamano ora perché è molto meglio di "piccolo Faraone". Merci, allora. Giocare e segnare sono stati altri assist emotivi. Una specie di dose settimanale di convinzione nei propri mezzi, che poi è quello che troppo spesso manca ai ragazzi, nei campi da calcio e fuori. Stephan ce l'ha. Cresce, cresce, cresce. E quindi: gol, gol, gol. Allora può dirlo senza altri problemi: "Se mi arrivano i palloni, io la porta la vedo".

Lo aveva detto a Parma, nel commentare il tiro rasoterra infilato nella porta di Lloris con la millimetrica geometria dell'appassionato di biliardo. Al San Paolo, lo stadio di Maradona, ha costruito la rimonta milanista. Ma la frecciata improvvisa dal limite, a fine primo tempo, non l'ha nemmeno festeggiata: ha raccolto il pallone e l'ha portato a centrocampo, la squadra stava ancora perdendo, ha scritto Enrico Currò.

"Se un gol non serve, per me è come se valesse la metà". Appunto. E' per questo che corre come uno senza talento e quindi più degli altri che il talento ce l'hanno. "Pes" o "Fifa" che sia. E' come se fosse una perenne partita alla PlayStation dove puoi sempre ribaltare il risultato. Non era un personaggio. Ora sì. Per la chioma buffa e curiosa che ha stuzzicato le battute di Berlusconi e che ispira i titolisti di tutti i quotidiani italiani: si legge di continui "su la cresta", "giù la cresta", "sulla cresta dell'onda".

Banalità che funzionano per gli slogan e che a lui garantiscono ancora più visibilità di quella che già ha. Poi c'è il cognome straniero che trascina dietro si sé la nuova Italia, con il carico di novità e anche di retorica che la accompagna. Lui e Balotelli per farci pensare di essere migliori di quello che siamo. Ma perché poi? Perché abbiamo l'Africa dentro di noi? Stephan e Mario non hanno mai pensato di essere diversi. Italiani.

Semmai la differenza è l'età. Perché ce ne sono tanti che nelle giovanili sono dei fenomeni e poi si sgonfiano. Per dirne una: Bruno Conti ha un figlio maggiore che faceva il centravanti nella Primavera della Roma: sembrava fortissimo, ma se ne sono perse le tracce. Daniele, il piccolo, pareva il meno bravo invece è arrivato in serie A.

Ce ne sono tanti così. Tantissimi. Giuseppe Rossi era uno di questi: era quello che il giorno della finale del campionato Nazionale allievi 2003 fece il gol decisivo al Treviso. 2-1, coppa al Parma, giro di campo, bacheca, scudetto tricolore sulle maglie. Però normale, ovvio, scontato. Con i coetanei sono bravi tutti, no? Questo, poi, sognava di diventare Van Basten o Van Nistelrooy, ma aveva il corpo di Alessio Pirri. Adesso tutti zitti, per favore. Semplice dire che il Parma era in crisi, alla vigilia del crac Parmalat.

Sarà anche vero, ma è facile. E siccome è facile non vale. Perché non l'ha visto nessun altro? Milan, Inter, Juventus, Fiorentina, Roma: Rossi aveva i numeri di uno che quantomeno va visto. Una media di quasi un gol a partita. Gli osservatori del Manchester United vennero in dieci per valutarlo: dieci in dieci partite diverse. Alla fine scrissero un rapporto complessivo a Ferguson: "Giuseppe Rossi è il miglior '87 d'Europa". Cioè: impossibile non vederlo. Invece non l'avevano visto.

Ecco, adesso siamo tutti qua a raccontare ogni volta che un ragazzino di una squadra italiana viene preso da qualche club straniero. Ci divertiamo sempre a chiamarlo "ratto", perché certo è incomprensibile che un italiano se ne vada. Era successo con Gattuso e non è servito a niente. Rossi è stato il secondo, ma anche con lui è finita come con Rino. Lo scandalo, i reportage, le inchieste sui vivai italiani che non esistono più.

E poi? Poi il vuoto: non si fa nulla per incentivare i ragazzi, si continua a comprare dall'estero. Il che va benissimo, perché se uno è bravo chissenefrega se è italiano o straniero, basta mettersi d'accordo con se stessi e non lamentarsi se qualcuno poi viene a pescare da noi. I calciatori sono complici. Prendi quello che è successo qualche anno fa: il campionato cominciato con mezz'ora di ritardo per solidarietà con i giocatori di serie C che non vogliono la nuova regola del limite degli over 23 in rosa. Però poi gli stessi calciatori denunciano la fuga dei talenti all'estero.

Ecco, la storia di El Shaarawy forse è un punto. Perché Giuseppe Rossi poi è tornato all'estero e s'è pure rotto, perché Mattia Destro che avrebbe dovuto esplodere è ancora fermo ai box, perché, perché, perché. El Shaarawy, invece, è stato stappato. Eccolo, amici. Corsa, talento, creatività, agonismo, forza, gol. Non è bellissimo da vedere, nel senso che a volte corre un po' sbilenco, con la schiena un po' inarcata, col baricentro basso. Però è forte. Fortissimo. Però segna. Però ride.

Si chiedono: perché tutta questa sicurezza? E trovano la risposta fuori. Nella famiglia. Nel padre psicoterapeuta. Allora sappiamo molte cose di lui. Per esempio che alla maturità scelse il tema socioeconomico: "Siamo quello che mangiamo". Era l'estate del passaggio dal Genoa al Milan e i giornali raccontarono in diretta il suo esame. Succede sempre con i calciatori, come se fossero delle scimmiette fotografate quando si comportano da umani. "Sono un atleta e da tempo ho imparato ad avere cura del mio corpo. Eppoi mio padre mi ha fatto capire subito quanto fosse importante l'alimentazione corretta per una persona. Penso sia andata bene".

Ci raccontano la sua pagella, altro classicissimo: italiano 7, storia 7, inglese 6, economia domestica 6, diritto 6, psicopedagogia 7, igiene 6, statistica 6, educazione fisica 7, musica e canto 8. I dettagli da fan servono a sorridere e a fare simpatia a buon prezzo. Lui non c'entra. Lui è triturato da un mondo che ha fatto del cliché una cifra costante. Così accade sempre che il talento un po' estroso debba essere anche un po' cazzeggione. Allora il look, l'accento, le curiosità estremizzate.

Come il racconto di Berlusconi che gli chiede di tagliarsi i capelli. Come la storia delle sue canzoni hip hop cantate in ritiro. Come l'iPhone ricevuto di recente al compleanno, come i film di avventura che preferisce rispetto agli altri, come la foto di lui con Ibrahimovic fatta a Marassi qualche anno fa: Ibra nell'Inter, lui ragazzino del Genoa e allora tutta una serie di analogie e coincidenze che gli hanno fatto dare l'etichetta di "predestinato".

E' la scoperta del talento nuovo fatta con gli occhi anni Ottanta, quando di Falcao bisognava scoprire "l'uomo fuori dal campo". Quindi la chitarra, le canzoni, il ballo e il resto. Vi ricordate Aristoteles dell'"Allenatore nel pallone": tutti così. Vediamo che c'è dietro all'apparenza. Gli anni Duemila non hanno aggiornato il canovaccio. L'altro El Shaarawy, prima del vero El Shaarawy.

Quello dei dieci gol in tredici partite. Quello che calcia di destro e di sinistro. Quello che domani gioca con la Juventus da leader. Possibile? A vent'anni? Adesso sì. Perché il pallone ha trovato un giovane in cui credere senza doverlo per forza catalogare come un ribelle. Questo corre, gioca e segna. Questo che serve al Milan e al calcio italiano. Questo è stato preso dalla Nike come unico testimonial del calcio italiano nella sua nuovissima pubblicità. E' lo stesso sponsor di Ibrahimovic. Non significa niente. O forse sì.

 

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