COL SIGARO IN PARADISO: E’ MORTO DON GALLO, IL PRETE DEGLI ULTIMI

Mario Portanova per "il Fatto Quotidiano"

Il sigaro, il cappello, la voce roca, le sue verità rivoluzionarie. E' morto a Genova Don Gallo (si chiamava Andrea, ma restava sempre sottinteso), da diversi giorni in condizioni di salute critiche. Don Gallo lo guardavi, lo sentivi parlare, e non potevi fare a meno di pensare che strano corpaccione fosse la Chiesa cattolica italiana, capace di contenere lui insieme a Ruini, Scola, Andreotti, Comunione e liberazione...

Prete, comunista, anarchico, no global, irriducibile dei "movimenti", sempre dalla parte degli "ultimi". La copertina di uno dei suoi tanti libri ("Non uccidete il futuro dei giovani") lo ritrae in campo rosso con il basco, il pugno alzato, la bandiera della pace: un Che Guevara anziano e con la tonaca.

Al G8 di Genova, nel 2001, si spese moltissimo. Incontrò Manu Chao per organizzare il concerto del musicista-icona dell'epoca, vide l'attacco immotivato dei carabinieri al corteo dei Disobbedienti di Casarini: "Una vera imboscata", dirà a caldo pochi giorni dopo, e "Carlo muore". Anche lui, di fronte alla "caccia all'uomo" in piazza e "al vergognoso termine della Diaz", prova in quei giorni lo spiazzamento di chi ha "tutt'ora tanti amici nelle forze dell'ordine".

Don Andrea Gallo era nato a Genova l'8 luglio del 1928. Furono i Salesiani di don Bosco, i preti che stavano coi ragazzi, ad accendere la sua vocazione precoce. Ma con le gerarchie ecclesiastiche i rapporti non furono mai facili. Tanti gli incarichi di frontiera - riformatorio, carcere - tanti gli stop e i trasferimenti forzati. Tra i suoi primi avversari Giuseppe Siri, storico cardinale di Genova.

Siri, si ricorda nella biografia ufficiale di don Gallo sul sito della Comunità di San Benedetto al Porto, era preoccupato per le sue predicazioni, per tutti quei discorsi che "non erano religiosi ma politici, non cristiani ma comunisti". Nel 1970, quando davanti agli altari di molte chiese italiane il cristianesimo sposava pericolosamente i fermenti dell'estrema sinistra, fu "licenziato" dalla parrocchia del Carmine a Genova, perché alla Curia non piacque affatto il suo paragone tra i danni della droga e quelli determinati da disuguaglianze e guerre.

Da quel momento don Gallo resta un prete senza parrocchia, ma con tanti fedeli. Uno di questi è Fabrizio De Andrè, che gli diceva: "Ti sono amico perché sei un prete che non mi vuol mandare in Paradiso per forza". Pochi anni dopo, dall'incontro con don Federico Rebora, nasce la comunità di San Benedetto al Porto, che accoglie tossicodipendenti, alcolisti, malati psichici... La bella trattoria della comunità, "‘A lanterna", di fronte al mare, è sempre stata aperta a ospiti e agitatori di passaggio in città.

Il pensiero graffiante di don Gallo non se ne andrà con lui perché ci restano i suoi tanti libri, pubblicati anche per finanziare la comunità di San Benedetto. Totalmente eterodosse, quasi superfluo dirlo, le sue opinioni su sesso e omosessualità. Sporcarsi le mani con la politica, poi, non è mai stato un problema. Alle ultime elezioni comunali di Genova ha sostenuto apertamente l'outsider di sinistra Marco Doria, poi eletto, e alle primarie nazionali del centrosinistra si è schierato con il leader di Sel Nichi Vendola. Quanto a Silvio Berlusconi, lo avrebbe visto bene "volontario in Africa". Tra i suoi interventi più recenti, l'appello a Beppe Grillo: "Non fare il padreterno", detto da uno che di queste cose se ne intende.

Don Gallo se ne va a 84 anni, dopo infinite dispute coi suoi superiori sul senso della Chiesa e del Vangelo. Ora, finalmente, scoprirà chi aveva ragione.

 

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