FARNESINA NEL CAOS: CON TAJANI IN MODALITÀ MAGGIORDOMO DI GIORGIA MELONI, GLI AMBASCIATORI NON TOCCANO PALLA. LE DECISIONI IMPORTANTI LE PRENDONO A PALAZZO CHIGI, E LE FELUCHE SONO IN RIVOLTA – IL CASO PIÙ ECLATANTE: IL RIENTRO IN ITALIA DELL’AMBASCIATORE ITALIANO IN ETIOPIA, SEM FABRIZI A LUGLIO, IN CIRCOSTANZE MAI CHIARITE (SEMBRA CHE LA DECISIONE FOSSE NOTA DA ALMENO UN MESE PRIMA, E CHE SIA STATA PRESA IN AUTONOMIA DA PALAZZO CHIGI) – CI SONO ALMENO ALTRI DUE CASI, FINORA RIMASTI SOTTO RISERBO, IN CUI DIPLOMATICI ITALIANI SONO STATI MESSI DA PARTE SU INDICAZIONE DELLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI – LE POSIZIONI ANCORA SCOPERTE, LA POSSIBILE “PROMOZIONE” DI FABRIZIO SAGGIO E L’IMPOTENZA DI TAJANI...
Estratto dell’articolo di Luca Gambardella per “il Foglio”
C’è chi ritiene che il principale problema di Antonio Tajani alla Farnesina si chiami Giorgia Meloni, chi punta il dito contro Alfredo Mantovano, chi invece azzarda che il principale cruccio del ministro degli Esteri siano più semplicemente gli ambasciatori.
Per Tajani e il suo entourage, il refrain è che “il diplomatico deve fare il diplomatico, se necessario andare ai festival della cucina italiana, ma alla politica ci deve pensare il ministro”.
Ma l’esortazione affinché gli ambasciatori “stiano al proprio posto” è contestata. “E’ anacronistico. E’ impensabile oggi che il ministero possa occuparsi di tutto”, spiega un diplomatico.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano
Intanto Tajani ha deciso, come è noto da tempo, di affidare a un uomo di Chiesa, don Marco Malizia sua ex guida spirituale, un ruolo crescente nelle attività della Farnesina. Libero di affiancare il ministro nei viaggi all’estero, inviare comunicazioni agli ambasciatori e di consigliare eventi a cui partecipare […], inaugurare nuove sale. Una situazione ilare, certo. Ma che è anche rivelatrice di un tema.
Il clima che si respira in alcuni corridoi della Farnesina, storia nota sin dall’inizio del governo Meloni, va al di là delle questioni di principio e da molti viene fatto risalire al momento in cui Elisabetta Belloni ha lasciato la posizione di segretario generale.
“C’è una chiara discontinuità rispetto alle legislature precedenti, questo è palese – spiega al Foglio un altro diplomatico di lunga esperienza –. Un tempo le direzioni generali del ministero degli Esteri avevano un peso, le decisioni erano concertate con loro. Ora accade meno, c’è un accentramento che, peraltro, segue talvolta logiche di simpatie politiche”.
Insomma, “prima gli ambasciatori erano tutelati”, ci si lamenta, e il riferimento va al caso recente dell’ambasciatore italiano in Etiopia, Sem Fabrizi. Il rientro in Italia del diplomatico ad agosto, dopo avere presentato le credenziali solo a gennaio scorso è avvenuto in circostanze tuttora misteriose, parrebbe per evitare che il governo etiope arrivasse a cacciare Fabrizi come persona non grata, il massimo affronto per un paese sul piano diplomatico.
Si parla di malumori dell’Etiopia per la decisione del diplomatico di esternalizzare a una società privata la gestione della concessione dei visti, c’è chi ipotizza persino una sua eccessiva “attenzione” per il rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani, oltre che delle norme sull’embargo alle armi.
Sebbene il premier Abiy Ahmed porti in dote l’onorificenza delle onorificenze – premio Nobel per la Pace nel 2019 per avere messo fine al conflitto con l’Eritrea – il leader di Addis Abeba guida ora una nuova offensiva nel Tigray e ne sostiene un’altra nel Sudan, al fianco di gente poco raccomandabile come Mohamed Hamdan Dagalo, noto come “Hemedti”, capo delle Rapid Support Forces e accusato di genocidio dalle Nazioni Unite.
Giorgia Meloni e primo ministro etiope Abiy Ahmed
E però Abiy è – era? – anche il principale sponsor del Piano Mattei di Giorgia Meloni, della politica dal rinnovato slancio italiano in Africa, scollegato dalla prudenza multilaterale di stampo europeo. Proprio all’intermediazione di Abiy si deve il successo riscosso da Meloni a febbraio scorso, quando i leader africani furono riuniti dal premier etiope ad Addis Abeba con la premier italiana, nell’ambito del secondo incontro Italia-Africa.
Ma sempre in quell’occasione, come ricostruito dal Post, in un colloquio ristretto fra Meloni, Abiy e Fabrizi lo stesso premier etiope avrebbe alzato i toni, lamentandosi con la presidente del Consiglio dell’ambasciatore lì presente. Non solo, ma fonti diplomatiche spiegano al Foglio come, nel periodo immediatamente antecedente la rimozione di Fabrizi, l’ambasciatore etiope a Roma si sia recato più volte alla Farnesina per lamentarsi del diplomatico italiano.
Per Giuseppe Mistretta, nostro ambasciatore in Etiopia tra il 2014 e il 2017, nessuna tra le motivazioni fatte circolare finora può spiegare la gravità dell’iniziativa presa dal governo italiano. “In passato ci sono state tensioni importanti tra Italia ed Etiopia ma mai a nessuno sarebbe venuto in mente di ritirare l’ambasciatore”.
Per Mistretta, non regge nemmeno la formula usata dalla Farnesina per spiegare l’accaduto. “Il fatto che ‘non si sia creata la chimica’ tra Fabrizi e Abiy, come ha detto il ministero, è certamente una spiegazione discutibile e insufficiente. Abiy è stato abituato dalla nostra premier a ottenere ciò che voleva. Dalla vicenda di Fabrizi è chiaro che l’Etiopia ci ha dettato l’agenda e noi abbiamo eseguito”.
Al Foglio risulta che la decisione di richiamare a Roma l’ambasciatore fosse nota da almeno un mese prima, da luglio, e che sia stata presa dalla presidenza del Consiglio dei ministri.
“La Farnesina ha solo preso atto della decisione”, spiega un funzionario che preferisce restare anonimo. Da comunicazioni ufficiali del ministero degli Esteri, Fabrizi è rientrato per essere assegnato a un nuovo incarico, incarico però finora sconosciuto, anche perché non ci sono bandi interni per posizioni aperte, secondo quanto risulta al Foglio.
La posizione di ambasciatore ad Addis Abeba resta quindi scoperta, pur trattandosi di una tra le più ambite, assegnata prevalentemente a chi è destinato a una lunga e brillante carriera. Non che l’Etiopia sia l’unica casella ancora scoperta della diplomazia italiana. C’è anche Parigi, dove Emanuela D’Alessandro ha lasciato la posizione per andare al Quirinale, per riprendere l’incarico di consigliera diplomatica del presidente della Repubblica.
Nonostante la posizione sia di prestigio, è rimasta scoperta ormai da quasi due mesi e gira il nome di Riccardo Guariglia, attuale segretario generale della Farnesina come suo successore.
Certo, non è in sé una novità che Palazzo Chigi faccia sentire la sua voce nella gestione della politica estera, talvolta prevaricando le competenze della Farnesina, ma di certo, dice Mistretta, “non con una tale brutalità”.
Al Foglio risultano almeno altri due casi, finora rimasti sotto riserbo, in cui diplomatici italiani sono stati messi da parte su indicazione della presidenza del Consiglio dei ministri.
Questi episodi […] mostrano un attivismo di Chigi più che malvisto dal personale della Farnesina. “Succede così: loro chiamano direttamente l’Ufficio del personale delle risorse umane del ministero degli Esteri. Dicono: quello lì non va bene. E subito dopo viene spostato di ufficio, declassato”.
E’ successo di recente per chi curava la candidatura italiana per la sede della nuova Autorità doganale europea – alla fine l’ha spuntata Lille a scapito di Roma –, un fallimento che ha portato a reazioni evidentemente contrariate da parte di Chigi nei confronti del personale diplomatico.
In altri casi, una dichiarazione considerata non propriamente in linea con i desiderata della presidenza del Consiglio ha portato a un altro intervento diretto nei confronti del diplomatico, anche in questo caso scavalcando la Farnesina, declassandolo.
Poi ci sono vicende già finite sui giornali.
Nel 2023 era stato emblematico il caso dell’accreditamento del nuovo ambasciatore dell’Unione europea in Libia. In quel caso fu la stessa presidenza del Consiglio dei ministri a ostacolare la nomina del candidato italiano, che era in competizione con un francese, perché considerato non adatto al ruolo.
GIOVANNI CARAVELLI AL COPASIR - FOTO LAPRESSE
E sempre in Libia è noto l’attivismo dei servizi segreti italiani, guidati dal generale Giovanni Caravelli, che a più riprese ha scavalcato l’ambasciatore italiano a Tripoli, Gianluca Alberini, nella gestione di dossier delicati, come le relazioni speciali con Khalifa Haftar, nell’est del paese.
Più volte, i meeting con gli Haftar, anche legati a questioni squisitamente economiche, sono stati tenuti all’esclusiva presenza di Caravelli e non di Alberini – “lui è sempre stato così, quando arriva in un paese non avvisa mai”, commenta un ambasciatore[…].
E più di recente, ha fatto discutere il caso della competizione per la scelta del nuovo ambasciatore dell’Ue in Kosovo. Il governo italiano aveva proposto un suo candidato, un ambasciatore con grande esperienza nei Balcani e nel Mediterraneo. Il rivale, lo sloveno Marko Macovec, dato per favorito, ha però fallito la prova psicologica, tenuta da un ente terzo e imparziale.
Invece di assegnare la carica al diplomatico italiano, l’unico rimasto in corsa, la Commissione Ue ha deciso incredibilmente di azzerare tutto e annullare la procedura di selezione. Anche in quella circostanza, la Farnesina era apparsa debole e impacciata nella difesa di un proprio diplomatico, lasciato vittima di una situazione paradossale (ora l’ambasciatore dell’Ue in Kosovo, insediatosi pochi giorni fa, si chiama Dirk Schiebel).
FABRIZIO SAGGIO GIORGIA MELONI
Ma se alcuni ambasciatori effettivamente “portano pena”, altri evidentemente ne portano meno, almeno agli occhi di Meloni, che sin dall’inizio della sua legislatura si appoggia alla consulenza di Fabrizio Saggio, consigliere diplomatico di Chigi e coordinatore del Piano Mattei.
[…] in molti lo vorrebbero come nuovo rappresentante italiano a Washington prima della scadenza della legislatura e nonostante la sua giovane età al posto di Marco Peronaci, insediato appena un anno fa. Ma per una posizione tanto importante il discorso dei canonici quattro anni di mandato non vale, dato che il ruolo di ambasciatore negli Stati Uniti è una nomina squisitamente politica, spiegano al Foglio due diplomatici.
DONALD TRUMP - GIORGIA MELONI - MEME BY EMILIANO CARLI
Saggio è visto come il giusto mediatore per addolcire i rapporti tesi fra Giorgia Meloni e Donald Trump. Una mattina di fine giugno, il consigliere diplomatico della premier è comparso all’improvviso a Washington al fianco di Massad Boulos, consuocero del presidente degli Stati Uniti. Mentre l’inviato della Casa Bianca per l’Africa era impegnato nel presentare al segretario di stato Marco Rubio il vicecomandante generale libico di Bengasi, Saddam Haftar, come presidente in pectore della nuova Libia unificata con l’ovest, ecco spuntare in alcune foto anche Fabrizio Saggio.
Un cameo sorprendente e anche un modo per accreditare Saggio – si dice – come potenziale anello di congiunzione fra Stati Uniti e Roma in tempi tanto difficili.
Ma è con il ruolo di coordinatore della cabina di regia del Piano Mattei che Saggio gioca il grosso delle sue carte. Il fiore all’occhiello della politica estera di Giorgia Meloni ha però creato molte gelosie sulle modalità di gestione delle risorse. Accentrando la gestione di una fetta importante dei fondi destinati alla cooperazione allo sviluppo, […] Chigi è accusato da più parti di volere esautorare la Farnesina. E proprio dalla Farnesina si sono levate non poche critiche […].
[…] “Sembra un fondo di investimento, più che uno strumento politico. Ed è tutto accentrato attorno a Chigi, qui la Farnesina non tocca”, spiega un diplomatico. “Fa riflettere poi il fatto che nello staff del Piano Mattei non ci sia un solo esperto di Africa. C’è un chiaro problema di governance”, osserva Mistretta.
[…]
Il ministro degli Esteri intanto è relegato alla scomoda posizione di spiegare come funziona il Piano Mattei senza averne mai gestito nemmeno un euro. E’ successo domenica scorsa, per esempio, quando Tajani ha partecipato a un convegno, “Il piano Mattei a due anni dal lancio. Cosa cambia per la cooperazione e gli investimenti”, gentilmente ospitato dalla Fiera campionaria del peperoncino a Rieti.
MONSIGNOR MARCO MALIZIA CON ANTONIO TAJANI E PIETRO PAROLIN
ELISABETTA BELLONI - FOTO LAPRESSE
GIORGIA MELONI DONALD TRUMP
fabrizio saggio 1
fabrizio saggio 4
meme pubblicato da donald trump contro giorgia meloni
DONALD TRUMP - GIORGIA MELONI -. MEME BY 50 SFUMATURE DI CATTIVERIA
giorgia meloni fabrizio saggio patrizia scurti pechino
Fabrizio Saggio
ELISABETTA BELLONI - FOTO LAPRESSE
farnesina
Giorgia Meloni e primo ministro etiope Abiy Ahmed
Giorgia Meloni e primo ministro etiope Abiy Ahmed
Giorgia Meloni e primo ministro etiope Abiy Ahmed
Sem Fabrizi
Giorgia Meloni e primo ministro etiope Abiy Ahmed
MONSIGNOR MARCO MALIZIA
giorgia meloni antonio tajani foto lapresse
antonio tajani giorgia meloni al senato foto lapresse
Giorgia Meloni Antonio Tajani





