donald trump guerra iran colloqui islamabad

“NON SIAMO DENTRO UNA TRANSIZIONE DALLA GUERRA ALLA PACE, MA DENTRO UNA TREGUA CHE RINVIA LA PACE” – OGGI A ISLAMABAD SCATTA IL SECONDO ROUND DI COLLOQUI TRA USA E IRAN TRA DUBBI, MINACCE E NODI IRRISOLTI. L’AMBASCIATORE SEQUI: “È UNA PAUSA ARMATA SU UN EQUILIBRIO INSTABILE. SI NEGOZIA MENTRE SI SEQUESTRANO NAVI, SI MINACCIANO BOMBARDAMENTI, SI TIENE CHIUSO HORMUZ. ALLA FINE TUTTO SI RIDUCE A UNA DOMANDA BRUTALE: CHI REGGERÀ MEGLIO IL TEMPO DELLA CRISI? PERCHÉ FINCHÉ ENTRAMBE LE PARTI PENSERANNO DI POTER MIGLIORARE LA PROPRIA POSIZIONE, IL NEGOZIATO RESTERÀ OSTAGGIO DELLA COERCIZIONE...”

Estratto dell’articolo di Ettore Sequi per “La Stampa”

 

teheran - guerra tra iran e usa

La tregua tra Usa e Iran scade domani sera, ora di Washington. E mentre scade, rischia di non esistere più. Proprio mentre il tempo si esaurisce, si tenta un nuovo round negoziale a Islamabad, con Teheran che non conferma la propria partecipazione e Trump che alza la pressione, muovendosi a tentoni e con impazienza.

 

Non siamo dentro una transizione dalla guerra alla pace, ma dentro una tregua che non apre la pace e la rinvia. È una pausa armata su un equilibrio instabile.

 

ettore sequi foto di bacco

[…]  Si negozia mentre si sequestrano navi, si minacciano bombardamenti, si tiene chiuso Hormuz. La diplomazia non sostituisce la coercizione: la accompagna. Il problema non è solo negoziare, ma rendere negoziabile la situazione.

 

Tre ragioni spiegano perché questa fase è così instabile. La prima: Hormuz è il centro strategico del conflitto. Non solo perché da lì transita una quota decisiva del petrolio mondiale, ma perché è il punto in cui la debolezza militare iraniana si trasforma in potere sistemico.

 

L'Iran non domina il campo di battaglia, ma può colpire energia, traffico marittimo, assicurazioni, mercati. È qui che una crisi regionale diventa globale.

 

donald trump

La seconda: la strategia americana è una diplomazia di coercizione. Washington fonde negoziato e minaccia. Più la minaccia è assoluta, più diventa difficile ritirarla senza perdere credibilità.

 

[…] Il blocco aumenta la pressione su Teheran, ma restringe lo spazio politico entro cui l'Iran può negoziare senza apparire debole. Il sequestro di una nave iraniana segna il passaggio decisivo. Finché il blocco resta dichiarato è pressione; quando viene imposto con la forza diventa coercizione.

 

STRETTO DI HORMUZ - PETROLIERE

[…]  Per questo i colloqui di Islamabad cambiano natura: non più un tentativo di accordo, ma un test di sopravvivenza della tregua. La domanda non è più se si troverà un compromesso, ma se si eviterà che la crisi deragli mentre si negozia.

 

La terza: l'Iran è disposto a negoziare, ma non sotto costrizione. Non vuole trattare da sconfitto. Rifiuta i colloqui finché è sotto pressione non per chiudere il dialogo, ma per non apparire debole.

 

[…]

 

pete hegseth e donald trump - guerra all iran

Il punto non è se le parti vogliono un compromesso. Lo vogliono entrambe, ma solo in forma di vittoria. Il problema è rendere un accordo politicamente accettabile senza che sembri una resa.

 

Ma il nodo più profondo per l'Iran non è solo cosa concedere, ma chi può concederlo. La morte di Khamenei è un evento sistemico: il regime era costruito su una funzione di arbitraggio supremo. Senza di essa, le componenti del potere entrano in competizione.

 

Il risultato è un Iran instabile, senza comando unificato. Il vero negoziato è interno prima che esterno. La questione dell'uranio arricchito lo mostra con chiarezza: per Washington sarebbe la prova di una vittoria; per Teheran, una resa simbolica.

 

REGIME CHANGE - VIGNETTA BY STEFANO ROLLI

A complicare tutto c'è il tempo. Trump è sotto pressione interna: petrolio alto, benzina cara, consenso in calo lo spingono ad accelerare. L'Iran è stremato, ma ritiene che il tempo lavori contro Washington. In mezzo, Hormuz resta la leva della crisi.

 

[…]

 

In questo contesto emergono anche ipotesi creative: destinare i ricavi del traffico su Hormuz a un fondo condiviso con Oman o persino con gli Usa, per la ricostruzione postbellica o addirittura anche a favore di Gaza. Uno spazio negoziale esiste, ma è estremamente angusto.

 

Siamo dunque in una logica di negoziazione sull'orlo del precipizio. Funziona solo se l'altro teme il precipizio più di te. E non è certo che sia così.

 

Il fatto che Washington gestisca anche il dossier Israele-Libano mostra che la crisi è ormai un sistema unico e che non esistono più fronti separati. Tutto è interconnesso e ciò aumenta il rischio di escalation involontaria.

 

jd vance in pakistan per i colloqui sull iran foto lapresse

Siamo in una fase in cui la guerra non è finita, la pace non è iniziata e la diplomazia non riesce a prevalere sulla coercizione.

Nel migliore dei casi si otterrà una proroga. Nel peggiore, una nuova escalation. In entrambi i casi, la crisi resta aperta.

 

Alla fine tutto si riduce a una domanda brutale: chi reggerà meglio il tempo della crisi? Perché finché entrambe le parti penseranno di poter migliorare la propria posizione, il negoziato resterà ostaggio della coercizione. La tregua non sarebbe così un passo verso la pace ma solo una sospensione. La crisi non si risolve, si rinvia.

stretto di hormuz - petrolio e gas

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