PERCHE’ GLI STATI UNITI SONO TORNATI A COLPIRE L’IRAN? IL PENTAGONO SOSTIENE DI AVER BLOCCATO UN TENTATIVO DI TEHERAN DI DISPERDERE NUOVE MINE NELL’AREA DI HORMUZ USANDO COME PUNTO D’APPOGGIO L’ISOLA DI LARAK - L'ALLARME DEI COMANDANTI AMERICANI SUI RISCHI DI UN PROLUNGAMENTO DEL CONFLITTO: LA CAMPAGNA CONTRO IL REGIME DEGLI AYATOLLAH HA PROSCIUGATO RISORSE, USURATO MEZZI, INDEBOLITO LO SCHIERAMENTO IN ALTRI QUADRANTI GEOGRAFICI (IN CASO DI CRISI SAREBBE COMPLICATO INTERVENIRE)
Guido Olimpio per corriere.it - Estratti
Ci risiamo: riparte il ciclo bellico attacco-risposta tra Iran e Stati Uniti. Diversi gli aspetti emersi in queste ore.
Perché gli Stati Uniti sono tornati a colpire?
Il Pentagono sostiene di aver bloccato un tentativo iraniano di disperdere nuove mine nell’area di Hormuz usando come punto d’appoggio l’isola di Larak. Gli americani, in queste settimane, hanno creato una sorta di corridoio per aggirare la «chiusura». Ci sono riusciti garantendo copertura e dopo aver neutralizzato apparati d’allerta nemici.
Le mine però sono ancora presenti: una nave cisterna - secondo Teheran - ha subito danni seri. Episodio, però, smentito da Comando Usa.
Interessanti alcuni elementi della strategia di Teheran. I pasdaran hanno lanciato salve di missili/droni su molti obiettivi, una reazione – al solito – allargata perché ha coinvolto Giordania, Emirati e Qatar, paesi che ospitano le installazioni statunitensi. Una conferma di una linea adottata durante il conflitto. Tutti devono pagare le conseguenze del supporto in favore di Washington. Lo strike su siti giordani è stato «spiegato» così: il drone che ha tirato i missili da Larak è partito dalla pista di Muwaffaq Salti. Secondo alcune fonti le batterie Patriot hanno sparato un alto numero di intercettori, munizioni che, come è noto, scarseggiano.
IRAN - MURALE CONTRO DONALD TRUMP
Gli osservatori hanno sottolineato come la ritorsione sia avvenuta nell’arco di 2-4 ore, tempi rapidi che testimonierebbe un buon coordinamento tra pasdaran e unità regolari. Inoltre, è possibile che i militari cercheranno di contrastare in ogni modo i tentativi americani di bypassare le Forche Caudine di Hormuz. E non vanno neppure dimenticate le minacce – sia pure velate – di sferrare strike su target ancora più lontani.
La Repubblica islamica mantiene il tono della sfida ma deve fare i conti con la pressione sociale interna. Ci sono problemi economici seri, manca la benzina, la tempesta può riesplodere in qualsiasi momento. Sono gli effetti «lunghi» del confronto, le conseguenze del piano di strangolamento pensato dalla Casa Bianca. Non a caso Mojtaba Khamenei ha diffuso un messaggio invitando ministri e dirigenti a non parlare dei guai interni, perché questo favorisce gli avversari. Dall’altro lato il dispositivo repressivo è pronto a calare il suo pugno di ferro.
Una schiera di comandanti di settore americani hanno messo nero su bianco per avvertire i vertici della Difesa sui rischi di un prolungamento di Epic Fury. Il messaggio è netto: la campagna ha prosciugato risorse, usurato mezzi/reparti, ha indebolito lo schieramento in altri quadranti geografici (in caso di crisi sarebbe complicato intervenire).
E non è solo una questione legata alla penuria di munizioni speciali (missili Cruise, intercettori, armi di precisione). Il monito – rivelato dal Washington Post – è contenuto in un documento riservato, il Secretary of Defense Orders Book (SDOB), con data 14 agosto. Un report che viene compilato due volte al mese, contiene lo «stato» delle forze armate statunitensi.
usa iran
CARTELLONE CONTRO TRUMP ESPOSTO DAL REGIME IRANIANO A TEHERAN
DONALD TRUMP - GUERRA ALL'IRAN
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