mussi veltroni d'alema d alema

“SUL PD, FORSE, AVEVA RAGIONE LUI” – MASSIMO D’ALEMA RICORDA IL COMPAGNO E AMICO FABIO MUSSI, SCOMPARSO IERI, CHE DECISE DI NON ENTRARE NEL PARTITO DEMOCRATICO (“UN PARTITO ALL’AMERICANA MA SENZA L’AMERICA”) - "E PENSARE CHE LUI ERA STATO ULTRA-ULIVISTA E L’ULIVO È STATO PRODROMICO DEL PD. IO HO RESISTITO A LUNGO ALLA TRASFORMAZIONE DEL NOSTRO PARTITO. ALLA FINE CI SIAMO SCAMBIATI I RUOLI, MA IN POLITICA LE OPINIONI EVOLVONO” - "DOPO LE DIMISSIONI DI OCCHETTO, FABIO SOSTENNE VELTRONI ALLA SEGRETERIA. E MI DISSE: "AMICUS PLATO SED MAGIS AMICA VERITAS". LO RINGRAZIAI PER IL PARAGONE CON PLATONE, ESPRESSI QUALCHE DUBBIO SUL FATTO CHE DALL’ALTRA PARTE CI FOSSE LA VERITÀ...” – VELTRONI: “LA POLITICA, CHE PUÒ ESSERE SPORCA, CON FABIO MUSSI È STATA UNA COSA PULITISSIMA”

DISCUSSIONI INFINITE E BATTUTE SUI COMPITI DELLA SINISTRA MUSSI NON SMETTEVA DI STUDIARE 

Walter Veltroni per il “Corriere della Sera”- Estratti

 

È difficile scrivere in morte di un amico. 

Di una persona con la quale hai condiviso decenni di vita comune, di sogni, delusioni, discussioni, speranze. Fabio Mussi era davvero unico. 

VELTRONI MUSSI D ALEMA

 

Aveva solo qualità, non riuscirei a trovargli un difetto. (...)

 

Figlio di una famiglia operaia, il padre senza il dono della vista, Fabio ha sempre amato studiare, tanto. Si è laureato alla Normale di Pisa discutendo una tesi su una sua passione filosofica e poi politica, la Scuola di Francoforte e il pensiero di Adorno, così rilevanti nel dibattito a sinistra tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo.

 

Poi il suo lavoro nel Pci, al quale si era iscritto molto giovane. Aveva talento, una profondità culturale che allora era richiesta per esercitare ruoli di direzione politica. Entrò molto giovane nel Comitato centrale e, per far capire la pasta dell’uomo, nella riunione del massimo organismo del Pci che nel 1969 decise la radiazione dei fondatori de Il manifesto, Fabio, poco più che ventenne, fu uno dei tre membri, insieme a Cesare Luporini e Lucio Lombardo Radice, che votarono contro quel provvedimento.

FABIO MUSSI

 

È sempre stato schietto, sincero, del tutto insensibile alla dimensione del «calcolo di opportunità» che spesso generava malmostose discipline e ringhiose, finte, unanimità. Fabio era solare, divertente come pochi, incapace di rinunciare a una battuta. Ricordo una volta che per avere, come facevo spesso, un suo consiglio, gli feci leggere un articolo che, da segretario del principale partito della sinistra, si rivolgeva ai cattolici per invitare a un dialogo sui grandi temi etici. Lui lo lesse con attenzione, la sigaretta tra le labbra e le mani nella tasca dei pantaloni, e poi mi disse, con quel sorriso che ne chiamava altri: «Condivido, tutto giusto. Peccato che Dio non esista...». 

 

La più bella descrizione di Fabio, ritratto da cucciolo, lo ha fatto la compagna della sua vita, Luana Benini, madre di Gaia e Valentina, nel libro Il tempo del Cotone . Così descrive il loro incontro: «Avevo 16 anni. Forse ci siamo attratti come una calamita. Lui era nato al Capezzòlo, un quartiere operaio. Una famiglia di comunisti e di anarchici. Piccolino, magro, quasi pelle e ossa, gli occhi luminosi e intelligenti. Era il più bravo a scuola, ma anche il più divertente e disinvolto.  Curioso, amico di tutti, le battute pronte». 

d'alema veltroni mussi squadra di calcetto "sdegno democratico"

 

Eccolo, Fabio. È sempre rimasto così. Ha creduto nel passaggio dal Pci al Pds, è stato tra i più convinti della scelta di Occhetto di portare in salvo quel patrimonio attraverso un atto di discontinuità. Quei giorni terribili e straordinari li abbiamo vissuti in simbiosi. Eravamo un giovane gruppo dirigente alle prese con un fatto storico che richiedeva l’assunzione di una responsabilità che sarebbe rimasta nella storia della sinistra. Infinite discussioni, bellissime e durissime, e lo sforzo di chiedersi, persino eticamente, cosa fosse giusto fare, dopo il 1989.

 

Fabio anche in quel caso fu tra i più coraggiosi e tra i più, come sempre, disinteressati al proprio destino personale. Poi lui non seguì il percorso che portò alla fondazione del Partito democratico, e la sua strada si separò al Congresso di Firenze nel 2007. La scelta di fondare Sinistra democratica e poi di partecipare alla esperienza di Avs non nasceva in lui da conservatorismo, ma da una diversa analisi dei compiti della sinistra in questo tempo della storia.

 

FABIO MUSSI

Qualcosa di alto, nobile. Come è stato tutto, nella storia personale e pubblica di un leader che ha agghindato le pareti della politica italiana di virtù oggi rare: il disinteresse, il coraggio, la profondità intellettuale, la curiosità per il nuovo. Chi lo avrebbe detto, a quel bambino figlio di operai, che un giorno sarebbe diventato condirettore de L’Unità e di Rinascita, deputato, vicepresidente della Camera, ministro della Repubblica? La politica, che può essere sporca, con Fabio Mussi è stata una cosa pulitissima, altroché. 

 

Passammo insieme con le famiglie la notte dell’arrivo del nuovo millennio. Non sapevamo, quella sera, che le strade politiche di un gruppo di persone che si volevano bene presto si sarebbero separate. Ma eravamo certi che saremmo restati amici.  Comunque, sempre. E così è stato. 

 

QUELL’INQUIETUDINE» D’ALEMA: «SUL PD AVEVA RAGIONE LUI» 

And. Car. per “il manifesto” 

 

cesare romiti e fabio mussi in tribuna

«Ci siamo conosciuti nell’autunno del 1967, sulle scale della scuola Normale di Pisa. Eravamo gli unici due iscritti al Pci, oltre al bibliotecario. Facemmo appena in tempo a poggiare le valigie e subito andammo a una manifestazione contro i fascisti che inneggiavano ai colonnelli in Grecia. Facemmo a botte, fu il nostro battesimo».

 

Massimo D’Alema non nasconde il turbamento per la scomparsa di Fabio Mussi. Due vite che si sono incrociate per quasi sessant’anni attraverso il ’68, i primi contratti da funzionari del Pci, la svolta, il Pds, i governi del centrosinistra, fino alla separazione del 2007, quando Mussi decise di non aderire al Pd.

 

«Non abbiamo mai litigato nonostante i non rari dissensi politici, l’amicizia si è sempre mantenuta», racconta D’Alema al manifesto. Un momento di condivisione è alla fine degli anni Sessanta, quando il gruppo del manifesto viene radiato dal Pci. 

 

«Eravamo contrari, Fabio che era nel comitato centrale votò contro, ma decidemmo di non uscire. Rossana Rossanda ci rimase un po’ male. Lui, che amava le citazioni latine, mi disse "Extra ecclesiam nulla salus".

MUSSI VELTRONI NAPOLITANO

 

Frase che io gli ricordai nel 2007, quando lui decise di non aderire al Pd». «Nel 1969 eravamo funzionati del Pci e facevamo di nascosto gli abbonamenti al manifesto che era ancora una rivista. Filippo Maone veniva alla Normale a incontrarci e noi gli davamo i soldi che avevamo raccolto. In quei tempi per una cosa del genere si veniva accusati di frazionismo e puniti severamente...».

 

«Lui fu un grande sostenitore della svolta di Occhetto, io aderii con assai meno passione. Ricordo che, in una discussione, per rispondere ad alcuni intellettuali contrari alla svolta, definì il comunismo un "bambolotto di pezza" e in tanti si infuriarono. Ma lui amava la battuta tagliente. Oltre alle citazioni latine. Dopo le dimissioni di Occhetto, Fabio sostenne Veltroni alla segreteria. E mi disse: "Amicus Plato sed magis amica veritas". Lo ringraziai per il paragone con Platone, espressi qualche dubbio sul fatto che dall’altra parte ci fosse la Verità...».

 

Vennero poi gli anni del Correntone Ds, di cui Mussi ereditò la guida da Sergio Cofferati, all’opposizione della segretaria Fassino che era sostenuta da D’Alema. Fino alla nascita del Pd. 

MUSSI D ALEMA

 

«Fabio non ha avuto torto nel vedere la fragilità politica e culturale di quel progetto, forse aveva ragione lui...». «E pensare», ricorda l’ex premier, «che lui era stato ultra ulivista e l’Ulivo è stato prodromico del Pd. Io ho resistito a lungo alla trasformazione del nostro partito, ho cercato di non arrivarci. Alla fine ci siamo scambiati i ruoli, ma in politica le opinioni evolvono». 

 

Un altro ricordo è dell’autunno del 1998, caduta del primo governo Prodi: «Io ero segretario dei Ds, lui e Veltroni vennero nel mio ufficio a Botteghe oscure per propormi di formare il nuovo governo. Io, a differenza di quanto è stato raccontato, ero riluttante. Fu Fabio a parlare, condividemmo l’idea che bisognava evitare un esecutivo istituzionale, il presidente Scalfaro non avrebbe mai sciolto le camere perché eravamo in uno stato di pre-guerra nei Balcani».

 

FABIO MUSSI 34

«Mussi è stato una personalità importante della sinistra, pioniere sui temi dell’ambientalismo. Ricordo la sua battaglia al congresso del Pci a Firenze del 1986. Seppe rompere i tabù industrialisti, si battè contro il nucleare. Fu uno dei protagonisti di quel congresso, e noi non eravamo abituati a una discussione così serrata sulle tesi del congresso...». 

 

Negli ultimi anni le due visioni si sono riavvicinate nella critica al neoliberismo. «Abbiamo condiviso una visione più critica della società capitalista, delle sue contraddizioni. Ma abbiamo avuto meno occasioni di confronto, ci siamo un po’ persi di vista. L’ultima volta ci siamo sentiti alcuni mesi fa, Fabio mi ha mandato il libro della moglie Luana sulla sua famiglia nella Piombino operaia, che ho molto apprezzato. Tra noi il filo dell’amicizia non si è mai spezzato. Ma sento il rammarico per non averla coltivata anche negli ultimi anni». 

 

FABIO MUSSI 3FABIO MUSSI

 

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