pasquale bove

“ITALY & ITALY” - LA PREFAZIONE DI DOTTO AL BELLISSIMO LIBRO FOTOGRAFICO "ITALY & ITALY": “MILLE FLASH INESORABILI, TRA LA METÀ DEGLI ANNI ’80 E LA FINE DEI ‘90, ATTRAVERSO LO SGUARDO INDAGINOSO DI PASQUALE BOVE, LADRO CLEPTOMANE D’IMMAGINI, CHE NON SONO MAI MERA ILLUSTRAZIONE, MA ISPEZIONE E ZIBALDONE DELL’ANIMA, ANCHE LÀ DOVE L’ANIMA PRETENDE O PRESUME DI NON ESSERCI”

italy e italy   pasquale bove e luca santeseitaly e italy pasquale bove e luca santese

Prefazione di Giancarlo Dotto al libro “Italy & Italy” - Fotografie di Pasquale Bove, curato da Luca Santese

 

Vuoi ficcare naso e occhio là dove si ostinano e ancora non si estinguono gli ultimi italiani veri e fieri? Lungo le orme a migliaia di sabbie calpestabili, indovinando la carne ammassata sotto gli ombrelloni. A mollo nelle acque, incastrati nel buco gonfiabile che a malapena li contiene. Custoditi tra cielo e terra dal carabiniere tricolore e la Madonna di turno. Un attimo prima di finire dalla ciambella alla rete. L’Alcatraz senza nemmeno l’ora d’aria delle calche contemporanee.

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Dove non conta se sei italiano, mongolo o congolese. Fotografie che parlano, basta ascoltarle. Di una preistoria che è ieri, che puoi toccare con mano, registrare con l’olfatto, oltre che cantare con Cotugno. Sotto la tua finestra di casa, attraverso lo sguardo indaginoso di Pasquale Bove, uno di loro, uno di noi, ladro probabilmente cleptomane d’immagini, che non sono mai mera illustrazione, ma ispezione e zibaldone dell’anima, anche là dove l’anima pretende o presume di non esserci.

 

La prova, se ce ne fosse bisogno, che il grande fotografo è colui che fotografa l’invisibile, non importa se in bianco e nero o a colori. Sanguigni e gaudenti, vanitosi e sbandieranti, ebbri di tutto, malavitosi e generosi, soavi e maneschi, puri e ora anche duri. Chiamarsi Cattolica e pestare a sangue i primi extracomunitari.

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Ospitali e razzisti, bigotti e peccatori, senza saperne nulla del peccato, fallimento gigantesco di una Madre Chiesa che ha infiorato nei secoli altari, benedetto spose e miracolato madonne, addestrato preti nei confessionali di tutto lo stivale, ma senza quasi mai spremere nulla di veramente morboso dall’averli genuflessi a palate e inoculato a tonnellate il corpo di Cristo in quelle gole spalancate e quelle lingue batteriche.

 

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Passati negli anni dalle braghe rotte ai jeans firmati, ma sempre in coda e in fila per qualunque cosa. Per il bollo dell’Aci, il flacone del Viagra, la salsiccia della sagra e i primi viados o le nuove puttane scaricate a frotte sulle litoranee dell’Adriatico, africane e rumene, quelle non ancora braccate dalla polverosa tonaca di Don Benzi, il Prete Insonne e Redentore che spostava montagne e papponi. Quando la rete non era ancora il libero accesso a qualunque cosa, ma ciò che ci separava dal libero accesso, di ciò che ci escludeva, mentre oggi tutto ci include. O sembra farlo. E ci divora.

 

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Quando partire era un po’ come morire. E il Mare era ancora Nostro, in quelle foto, talmente nostro che ci si annegava volentieri, essendo ancora noi al tempo innegabili e annegabili identità solide, come le mele di Newton, e non ancora così disperatamente liquide da non poter annegare per definizione. Corpi, cose e automobili. Carcasse allora esuberanti oggi ridotte a cenere e lamiera.

 

Dalle discoteche alle discariche. Tutti. Senza riserve. Tossici, barboni e incantatori. Incluso Mino D’Amato, a furia di camminare sui carboni ardenti. Incluso Bambi e, chissà, se anche lui, il poliziotto che lo sta accarezzando o forse ammanettando. Escluso Paolo Brosio, grazie a Medjugorje. Meglio così, che i cimiteri erano già traboccanti allora e i morti sgomitavano per uno spazio, quelli canonici con il cuore spezzato e il colesterolo a mille e i nuovi, la concorrenza che avanza, con la siringa conficcata nel braccio.

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Si sono confessati tutti, senza volerlo e senza saperlo, all’obiettivo di Bove, più che in uno qualunque dei loro atti coscienti di espiazione. “Un’Italia in miniatura”. Mille flash inesorabili, quelli che vediamo, ma sono molti di più, tra la metà degli anni ’80 e la fine dei ‘90, utilizzando quell’esemplare contesto e pretesto, chiamato e fotografato Rimini e dintorni, un fazzoletto di sabbia, gelato, lambrusco e cemento.

 

Come il fazzoletto di Desdemona. Solo che qui il fazzoletto, più che confessare il tradimento, lo annuncia, e nessuno che diventi pazzo o nero di rabbia. I neri, quei pochi, sarebbero diventati di lì a poco l’ossessione dei Borghezio con i fazzoletti verdi al collo. Un microcosmo dell’italianità, vuoi residente o villeggiante, di allora. Le terga ancora posate a Cesenatico ma già pronte a schizzare via charter alle Maldive.

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Icone, che nessuno a parte Pasolini aveva avuto ancora l’arguzia profetica di beatificare, mohicani all’ultimo giro di giostra di un Paese che oggi puoi ricercare solo con la lanterna molto cinica e molto paziente di un Diogene più allucinato che mai. In quella Romagna nostra l’italiano spunta ovunque, da ogni quinta e tavola imbandita, in bianco e nero o a colori, compari di crapula, un’invadenza felice, fantasmi evasivi, con le loro pinne, fucili e occhiali, al confine di un millennio, il terzo, che minaccia di stravolgere il mondo e lo stravolgerà davvero. L’ennesima catastrofe cui abituarsi in fretta.

 

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Quel fazzoletto di terra e mare. Prototipo di una comunità riconoscibile, di un paesaggio messo insieme dalle facce e dove le facce e persino i cani sono persone. La provincia di una nazione provincia, nel ciclo immutabile, così sembrava, delle stagioni e delle passioni, dei pieni e dei vuoti, delle assordanti balere e delle silenziose derive, il silenzio che fa rumore, degli oggetti da collezione e quelli di scarto, custoditi nelle teche e abbandonati nelle spiagge.

 

Figurine di un album che è stato circo, felliniano per amore di Fellini, fesso e indefesso, che replica inesorabile e inesauribile, così pareva, dove anche i pazzi hanno diritto di cittadinanza, purché alloggianti in una di quelle pensioni da riviera tutto incluso, suicidio escluso, prima di Pantani, si capisce, il Pirata, ma era già il non fotografabile 2004, prima che i cadaveri avessero deprecabilmente addosso la percepibile tragedia del dolore di essere stati vivi.

 

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Quel puzzo inconfondibile che si espande sotto il volo dei moscerini. Prima di lui, da quelle parti, il solo modo infallibile e autorizzato di farsi fuori era un’overdose di salama con il sugo, insaccato farcito di spezie. Prima che il divertimento diventasse industria e l’industria stupro scientifico delle masse, anche se l’unico stupro riconoscibile e titolabile oggi resta quello dell’infoiato senegalese che s’incarica, per eccesso di foia e di generosità, di regalare al quarto d’ora di gloria al cannibale o al Salvini di turno. Un giorno, molto presto, scivoleranno insieme nello stesso Aquafan di Riccione.

 

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Guardatela con tutta la commozione lucida del caso, lucida di lacrime e riso, quella comunità che collassa, firmando le ultime accettabili cambiali, sull’orlo di una fine di cui non ne sa nulla. Di quelle famiglie stipate ovunque, nelle berline e negli stabilimenti di allora. Italiani veri e non di riporto. Che se ne fottevano di sembrare caricature agli occhi dell’italiano di oggi. Una marmaglia di cavernicoli freaks alla Tod Browning, all’italiano che verrà. Bacherozzi improbabilmente vestiti e travestiti.

 

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Che sapevano, però, ancora per poco, come allumare una tedesca o una svedese, senza per questo risultare indecenti o maniaci. Quando le tedesche e le svedesi erano allumabili oltre che desiderabili, perché vogliose di essere desiderate. Vogliose e basta. Quando anche i buchi della serratura non erano di massa e porno era se almeno un poco clandestino, quando ancora i Siffredi del cazzo non si erano trasformati in pupazzi dello Show che più Frigido non si può.

 

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Quando da nudi e crudi si rischiava almeno un giorno di galera. E, a scambiarsi la donna, ti sentivi quasi satanista. E i diversi erano davvero diversi. E i culi davvero generosi. L’hanno chiamata globalizzazione, ma si poteva chiamare dispersione. Diventare polvere da vivi, con la scusa del web. E senza le scuse di John Fante. Una gran trovata. E chissà non sia la vera felicità. Per quanto non ci riguarda. Gente comune. Del pudore e del sudore. Dell’onore e dell’odore.

 

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Che poi magari erano orchi che mangiavano bambini. O mamme che, sotto sotto, non ne potevano più di smorzare pianti e cambiare pannolini, casalinghe che l’avrebbero voluta incendiare la loro casa. Ma, se appena incrociavano l’obiettivo, eccoli, tutti, criminali espliciti e non, trasfigurati nell’assoluta innocenza, il piacere ancora pudibondo d’essere colti e violati. A guardarle oggi quelle facce è più che una nostalgia. Molto più che un paradiso perduto, è la ferita lieve, immancabile e immedicabile, del paradiso che non sapevi di avere mentre lo frequentavi. Che poi è la vita. Riconoscerla quando è perduta.

 

IL CORPO

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Annegati, danzanti e banchettanti, tra Thanatos, Bacco e Trimalcione. Quando il vegano era tutt’al più un marziano e non circolava ancora terrorista il concetto del cibo uguale infarto, che le merendine erano veleno, e ci si nutriva per nulla timorati con tonnellate probabilmente tumorate di carne alla brace ed ettolitri di lambrusco, meglio se Giacobazzi. Quando a fare lo sciopero della fame e della sete era solo uno, sempre lo stesso, mentre oggi sono tutti, uomini e donne, smaniosi di strapagare le nuove Auschwitz a colpi di tisana.

 

I corpi, qua e là, lampeggiavano di vanità, certo, ma non ancora alterati dalle ossessioni cosmetiche e chirurgiche. Strafatti ma non rifatti. Corpi di donna. Non ancora torchiati dallo spauracchio dell’etto in più, nell’era triste dell’Anoressiade, corpi da palpare, dove annegare, come ben sapeva e certo praticava Pablo Neruda, prima di “Drive In”: “…Ah le coppe del petto/Ah gli occhi dell’assenza/Ah la rosa del pube/Ah la tua voce lenta e triste/Corpo di donna mia, persisterò nella tua grazia”.

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E i primi, timidi, molto imbranati tentativi di redenzione. La mala carne. Le carcasse gonfie di lasagne e culatello, incastrate dentro loffie Ferrari di seconda mano e il cilicio della palestra. Per nulla imbarazzate, anzi quasi fiere, di prestarsi con tanta carne addosso alle perquisizioni della polizia non ancora troppo scientifica, per non dire il bisturi del medico legale.

 

I primi goffi tentativi di liberarsi dell’anchilosi incombente, dentro tute non ancora griffate Nike e scarpacce della Upim, per nulla ammortizzate e traspirabili, per niente new balance o wave elevation, sopra tappeti di linoleum che trasudavano il puzzo di questa insensata battaglia persa in partenza. Bocche mai del tutto sfamabili che si avventavano su qualunque cosa di commestibile e bevibile pur di farsi del male, con la scusa del piacere effimero.

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Quando la bellezza e la salute non erano ancora un’industria e, quando c’erano, non ci si preoccupava troppo che dovessero finire. Quando essere fotografati e ripresi era un’eccitante ma non del tutto spudorato incidente e non l’eclatante mania dei nostri giorni, l’equazione perfetta per cui più non si esiste e più si accumulano prove (immaginarie) della propria esistenza. I corpi di oggi invocano il selfie salvifico, anche quando ammucchiati sulle zattere migranti della morte.

 

E salutano festosi il paparazzo stile Rambo che spunta in elicottero dai cieli per immortalarli da vivi quando si tratterebbe piuttosto di salvarli da quasi morti. Quelli, i migranti di allora, si accontentavano di una polaroid di gruppo, anche se sbiadiva sempre più in fretta e sospetta. Sbiadivano corpi e foto. Nel pieno della vita. E, innocenti, non lo sapevamo.

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Gli ultimi corpi degli ultimi italiani, quelli del nostro empio Bove, si abbronzavano osceni al sole, con il loro adipe e le loro tette al vento, sapendo che una scorta di ghiaccio e di bicarbonato li avrebbe salvati dall’occasionale inferno. I corpi si trascinavano stanchi, gaudenti e mai sazi. Quello di Fellini morì felliniano strangolato da un’ovolina. Ma il funerale fu degno di lui.

 

LA MUSICA

Quando Fiorella Mannoia, non ancora ideologicamente corretta, cantava “caffè nero bollente”, pornosoft che inneggiava alla libera masturbazione. E Gianna Nannini, che non si credeva ancora rock: “…Meravigliosa creatura sei sola al mondo, meravigliosa paura di averti accanto…”.

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E Anna Oxa, non ancora vegana, duettava senza avere conati di vomito con Fausto Leali. “…Ti lascerò crescere, ti lascerò scegliere, ti lascerò vivere..”. Ci si amava e ci si lasciava. E si languiva, a seconda del proprio brodo emotivo. Che fosse il Renato Zero del “…penso che ogni giorno sia una pesca miracolosa…” o la Loredana Bertè non ancora definitivamente pazza de: “…il mare d’inverno, è solo un film bianco e nero visto alla tv…stanche parabole di vecchi gabbiani”.

 

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Sacrosante parole di Enrico Ruggeri. Eros Ramazzotti, il Matt Dillon del Tuscolano, “…nato ai bordi di periferia dove i tram non vanno avanti più…” o Zucchero, il Joe Cocker della Bassa: “…solo una sana e consapevole libidine salva il giovane dallo stress e dall’Azione cattolica”, meglio ancora Vasco Rossi, il modenese di Zocca, che spericolava a Sanremo e ovunque “…voglio una vita maleducata…”, mentre veniva al mondo la prima Laura Pausini. I migliori di noi, negli intervalli sentimentali tra uno svuotamento organico e l’altro, se ne stavano estasiati e grati dalle parti di Mietta e Amedeo Minghi e del loro trottolino amoroso dudu dadadà: “…vattene amore che pace più non avrò e non avrai…”. Ma già spazzati via, noi, loro e il trottolino, dalla travolgente onda della dance e la tracotanza impasticcata dei deejay.

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I MITI

Con duecento lire compravi un ghiacciolo e cinquantamila lire ci facevi un fine settimana, pensione completa, a Bellaria. Si schiccheravano ancora le biglie con la faccia da ciclista sotto la canicola, nelle piste fatte a mano, anzi con il gomito, trascinando sulla sabbia la sagoma dell’amico più in carne a sagomare le curve, l’ideale era quando passava di lì Jerry Scotti. O, se appartenevi invece alla specie autistico-cerebrale, era il cubo di Rubik l’imperdibile oggetto di perdizione.

 

Quando ci terrorizzavano con il Millenium Bag e poi con il buco dell’ozono. E poi con Bossi. E il singhiozzo passava se ti facevano paura e le orecchie ti fischiavano se qualcuno ti pensava, desideravi solo quando le stelle cadevano e se ti facevi troppe pippe non crescevi, i nastri s’incasinavano e i primi cd saltavano, i grissini spezzavano il tonno e i cinesi erano solo a Prato. Più Moana Pozzi che Lady Diana. Più scaltra Moana a estinguersi prima e sufficientemente misteriosa. Quando le femmine erano svergognate perché sapevano cos’era la vergogna.

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Più Serena Grandi di Mia Martini. Più Mia Martini che Karl Popper. Il Tamagotchi per i bimbi, Naomi Campbell per gli adulti e Bruno Pizzul per tutti, che quando c’era lui la Nazionale era sempre bella. Più alcol e meno plastica. Lo respiravi dal fiato di Pizzul l’ultimo calice di Refosco. E la carta dei giornali non ti dava l’orticaria. Quando c’era la Sip e i primi cellulari pesavano come mattoni, quasi come i dizionari da portare a scuola, insieme alle Panini e al panino bisunto con la frittata.

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E le pensioni a due stelle che non avevano la tivù in camera. Così che i venti pollici si affittavano in vacanza per non mancare almeno Castagna o il Gabibbo, se non Bongiorno, Baudo, Corrado e Tortora, quando non erano ancora mummie, cenere o scheletri da profanare, e il nuovo avanzava con la faccia di Renzo Arbore e la sua banda di stralunati, prima di lui Cecchetto e Awana Gana. E poi, nei loro palazzi, i professionisti della morale e della salute pubblica.

 

Macchiette o Supermen? Quando Bettino Craxi baciava i bambini e non sapeva ancora di essere un mostro. Il muscolare Wojtyla più del troppo astratto James Bond, e senza l’ombra, Karol, di una controfigura. Il lussureggiante Silvio Berlusconi più della santa Madre Teresa, senza aver letto nemmeno sant’Agostino e i suoi trattati sul vizio. Maradona meglio di Pelé.

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Il Milan nonostante Sacchi. Le mamme imbiancavano, i muri cadevano, le borse crollavano, i giudici stangavano e crepavano, le mani diventavano pazze e le mucche pulite, o viceversa? Finché un giorno Lucio Battisti e Fabrizio De Andrè s’incaricarono di morire. Un po’ per sé, egoistacci, un po’ per tutti noi.

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