dan peterson

DAN PETERSON, PER SEMPRE "NUMERO 1" – IL MITOLOGICO ALLENATORE DI BASKET COMPIE 90 ANNI E SI RACCONTA: “SE LA PALLACANESTRO ARRIVA AL 5% DELLE PERSONE, SOLO AGLI APPASSIONATI, LO SPOT DEL THE ARRIVÒ DAVVERO A TUTTI. IL REGISTA ERA NANNI LOY. EBBI CARTA BIANCA. LA BATTUTA "PER ME NUMERO UNO" È MIA. QUELLA PUBBLICITA’ SPACCÒ. FU UN GRANDE LAVORO DI TEAM, COME È SEMPRE PIACIUTO A ME” – GLI ANNI IN CILE (“SE NON CI FOSSE STATO IL GOLPE DI PINOCHET, SAREI LÌ ANCORA”), L’AMERICA “TROVATA IN ITALIA”, L’OLIMPIA MILANO: “LA COSA BELLA È CONDIVIDERE IL MIO COMPLEANNO CON QUELLO DELL'OLIMPIA, FONDATA IL 9 GENNAIO 1936. SE NON È DESTINO QUESTO?” – VIDEO

 

Cosimo Cito per “la Repubblica” - Estratti

 

Well, coach Dan Peterson, tra una settimana saranno 90.  Novant'anni da numero uno. 

dan peterson

«Amici sportivi e non sportivi, il mio primo spot del tè iniziava così. Era il 1985». 

 

Un trionfo. 

«Se il basket arriva al 5% delle persone, solo agli appassionati, quella pubblicità arrivò davvero a tutti. Mi colpì il lavoro che c'è dietro uno spot di meno di un minuto. Il regista era Nanni Loy. Mi avevano chiesto di rivoluzionare il pubblico tradizionale del tè, di solito composto da donne, ammalati, anziani. Volevano arrivare a un pubblico di uomini sportivi e giovani. Mi chiamò un manager pubblicitario, Maurizio Giorgini. Io avevo fatto qualche pubblicità per Sergio Tacchini, ma soprattutto ero abituato alle telecamere, alla tv». 

 

Le fecero un provino? 

«Mezz'ora. Dopo un mese la chiamata di Giorgini: "Coach Peterson, lo spot è il suo"». 

Nanni Loy. 

«Potrei fare un'intervista fiume su quell'esperienza. Nanni Loy era un genio, a livello di Giorgio Armani. Non voleva prendere Peterson e cambiarlo, ma sfruttare quello che Peterson poteva dare. La battuta "per me numero uno" è mia. "Una miscela di 20 tipi diversi di tè tutti affiatati come una squadra vincente" anche, beh, insomma. 

Come si dice oggi, quello spot spaccò. Ebbi carta bianca. Fu un grande lavoro di team. Come è sempre piaciuto a me». 

 

d antoni dan peterson bob mcadoo

La sua vita prese una piega inaspettata. 

«Fondamentalmente sono rimasto un coach. Di basket e di altre cose. Ancora oggi, a 90 anni, scrivo, partecipo a convegni, parlo di team building, tengo allenata la mente, la mia e quella delle persone che mi ascoltano. Parlo di come si costruisce una mentalità vincente». 

 

Come ha costruito quella della sua Olimpia degli anni d'oro? 

«Lavorando, questo è facile da dire.  Un esempio: avevo portato dall'America un nuovo tipo di allenamento. Mettevo quattro sedie ai quattro angoli del campo e i giocatori dovevano correre da una all'altra per 45 minuti. Terribile, sì.  Dopo il Grande Slam lasciai l'Olimpia nel 1987, Bob McAdoo restò invece anche gli anni successivi, però nell'88 lo scudetto non arrivò.

 

E quando mi capitò di parlargli, lui mi disse: "Coach, sa perché non abbiamo vinto il campionato? Perché non facevamo più le sedie". Io adoravo i miei giocatori. Loro forse mi hanno odiato in certi momenti. Ma c'è sempre stato uno scambio, un dare e avere reciproco». 

 

(...)

 

La pubblicità l'ha tolta dalla panchina troppo presto, a 51 anni? 

dino meneghin dan peteron

«Non solo quello. Il successo è stato qualcosa di bello. Ma se tornassi indietro, continuerei ad allenare. La parentesi nel 2011 con l'Olimpia, voluto da Giorgio Armani quando avevo già 75 anni, resta una delle cose più elettrizzanti della vita». 

 

(…)

Fondamentale, nella sua carriera, è stata la parentesi da ct del Cile, dal 1971 al 1973. Che ricordi ha di quel paese e di quegli anni? 

«Un'esperienza meravigliosa e forse, se non ci fosse stato il golpe di Pinochet, sarei lì ancora adesso. Ero molto innamorato del Cile, della federazione, della squadra, dei giocatori. Ci ero arrivato anche come volontario del corpo di pace voluto da John Kennedy. 

 

Con la morte di Allende e la salita al potere di Pinochet però l'aria cambiò. E mi arrivò contemporaneamente un'offerta da Bologna. Però ricordo le Ande. La nostra casa a Santiago era all'ultima fermata di autobus prima della periferia. E dal mio balcone vedevo da una parte il mare, dall'altra queste montagne infinite. Non ho visto Portillo, la Cortina del Sudamerica, ma sono arrivato fino a Punta Arenas, la città più a sud del mondo, tra i ghiacci, e poi più a nord, nel deserto di Atacama, il luogo più secco del Sudamerica. Un Paese incredibile». 

 

Peterson è un cognome nordeuropeo: che origini ha la sua famiglia? 

DAN PETERSON MABEL BOCCHI

«I miei avi provengono da Inghilterra, Scozia, Irlanda, Germania, Norvegia, Danimarca. I miei trisavoli sono emigrati in America, la famiglia si è stabilita in Illinois. Il primo a fare il viaggio al contrario, dall'America all'Europa, sono stato io. Ho trovato l'America in Italia, si può dire». 

 

(...)

Meneghin, Gallinari, Premier, D'Antoni. Continui lei. 

«Bariviera, Villalta, Boselli. Dispiace molto per la scomparsa di Marco Bonamico. Un grandissimo». 

 

La sera della rimonta dal -31 contro l'Aris Salonicco resta l'apice della sua carriera? 

«Non c'è dubbio. Ho sentito elettricità. Qualcosa di mai visto prima». 

 

Come festeggerà i suoi 90 anni, venerdì prossimo? 

dan peterson

«La mattina sarò al Cinema Arlecchino di Milano per la proiezione del docu-film su di me, "Per sempre numero uno". Poi andrò a cena con i miei amici. La cosa bella è condividere il compleanno con quello dell'Olimpia, fondata il 9 gennaio 1936. Se non è destino questo?

 

E poi ricordo che quando vedevo una persona compiere 90 anni pensavo "che bel traguardo", mi faceva impressione. Montanelli ha superato i 90, Missoni ha superato i 90. Ora tocca a me. Me ne sento molti di meno, diciamo 55. Ma poi è solo un numero. Detto da uno che si è occupato di numeri, punteggi, statistiche tutta la vita, forse fa impressione. Ma è solo un numero davvero». 

valerio bianchini dan petersondino meneghin e dan petersonpatrizia carrano nanni loy 1dan peterson 17DAN PETERSON Dan Peterson dan peterson e la moglie

 

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