JESUS IS BACK! – LA MOSTRA “SALVATION” DELL’ARTISTA SCOZZESE PETER HOWSON, ALLA FLOWERS GALLERY DI LONDRA, VISTA DA ANTONIO RIELLO: “BISOGNA TORNARE A DALÌ PER TROVARE UN SALVATORE DIPINTO FRESCO-FRESCO SULLA TELA DAL PENNELLO DI UN ARTISTA. IN EFFETTI, È COME SE IL SOGGETTO-PRINCIPE DELLA STORIA DELL'ARTE OCCIDENTALE FOSSE MISTERIOSAMENTE SCOMPARSO DALLA SCENA. COME SE PUBBLICO, ARTISTI E VARI-ADDETTI-AI-LAVORI QUASI NE PROVASSERO IMBARAZZO. SOLO CHE IL LINGUAGGIO PITTORICO QUI SCELTO DA HOWSON NON HA SEMPRE ESITI FELICI. QUALCHE QUADRO RISUONA VAGAMENTE KITSCH O COMUNQUE TROPPO VICINO A CERTE RAPPRESENTAZIONI RELIGIOSE STEREOTIPATE…”
Antonio Riello per Dagospia
A Londra la FLOWERS Gallery (attiva dal 1970) propone, fino al 10 di Ottobre, i lavori recenti del pittore scozzese Peter Howson (1958). Il titolo della mostra è "Salvation".
L'artista è sicuramente un personaggio singolare. La sua è una biografia inusuale anche per gli anticonvenzionali standard artistici. A 19 anni si arruola nell'esercito britannico, a 21 si iscrive alla Glasgow School of Art. Diventa nel tempo una figura rilevante tra i cosiddetti "Glasgow Boys" (un gruppo di artisti scozzesi) degli anni 80. Nel 1983 va in Bosnia come "pittore ufficiale allegato alla Royal Army" e ritrae, vicino ai soldati sul campo, gli orrori della guerre civili balcaniche.
Non resiste per molto a quel genere di stress e inizia ad imbottirsi di alcool e droghe varie. Passa parecchio tempo in ospedali e cliniche per cercare di recuperare la retta via. Nel 2001 la trova: ha delle visioni legate alla figura del Cristo e una sorta di crisi mistica. Abbandona il "vizio" e rinasce come cristiano sobrio e fervente. E poi diventa un virtuoso "artista devoto": le sue opere diventano le accorate e sincere testimonianze della ritrovata fede cristiana.
La Fede come fonte di ispirazione e l'Arte come strumento di salvezza: tra Mistica e Romanticismo. Anche nella eclettica Londra si tratta di qualcosa di decisamente raro rispetto agli schemi della tarda modernità, dove al massimo gli artisti si votano ad altre cause in genere più modaiole. Potrebbe già bastare.
Questa mostra londinese invece non si accontenta. Anche le opere sono sui generis. Il tema è decisamente demodé ed estremamente impegnativo: Gesù Cristo. Bisogna tornare a Dalì per trovare un Salvatore dipinto fresco-fresco sulla tela dal pennello di un artista. In effetti, pensandoci, è come se il soggetto-principe della Storia dell'Arte occidentale fosse misteriosamente scomparso dalla scena. Come se pubblico, artisti e vari-addetti-ai-lavori quasi ne provassero imbarazzo. Insomma uno strano caso di taboo visivo che Howson decide - con un certo ardito orgoglio - di infrangere.
Nei suoi quadri non c'è solo il fondatore del Cristianesimo, ma compaiono anche il classico "Giuda-baciatore" e la maliosa Maria Maddalena. Vediamo il Redentore assolutamente tormentato dall'angoscia e dal dolore, non rimane spazio per momenti di confidenza o di dolcezza. Un Cristo in feroce e continua lotta con i demoni, affine forse più al Vecchio Testamento che ai Vangeli. Anche la Resurrezione sembra per l'artista un processo di problematica sofferenza, più che di liberazione.
Solo che il linguaggio pittorico qui scelto da Howson - devo ammetterlo - non ha sempre esiti felici. O perlomeno gli esiti sono alternanti. Qualche quadro - pur nel pieno rispetto delle sue motivazioni - risuona vagamente Kitsch o comunque troppo vicino a certe rappresentazioni religiose stereotipate (in Italia si direbbe "Stile-Santino"). Non sempre i moventi etici e la loro trasmutazione estetica riescono insomma a coordinarsi in maniera appropriata. Qualcosa sembra essersi sfortunatamente perso per strada. Un peccato. Comunque i disegni in mostra, da questo punto di vista, funzionano molto meglio.
Howson? Ha un suo pubblico, tra cui tra primeggia una certa Madonna. No, non la Vergine Maria, ma la cantante americana Madonna Luise Veronica Ciccone. E' in ogni caso un artista particolare, non omologato e con una forte personalità. Con tutti i suoi limiti è un artista autentico e coraggioso.
Indubbiamente nel suo schema di rappresentazione - in apparenza appunto forse un po' troppo frusto ed ingenuo - c'è comunque una intima risonanza con questa nostra presente civiltà visiva, sempre più vicina ad una esasperata semplificazione. La tendenza dei social (e non solo) procede verso la creazione di un pigro figurativismo iconico di base (con la banalità tipica delle figure ricreate dalla AI).
Le metafore sofisticate sembrano chimere troppo complicate: pare necessario che il pubblico possa afferrare la narrazione in pochi decimi di secondo. Servono tecniche veloci ed efficaci: stereotipi e superficialità sembrano luminose vie maestre. Il resto, per molti, sembra essere ormai una forma di noioso "cerebralismo da intellettuale borghese".
Sì, in questa attitudine ci si può vedere il riflesso di un certo processo involutivo delle Arti Visive in corso da qualche anno. Una sorta - se si può chiamarlo così - di strisciante populismo estetico. Una espressione artistica semplificata e facile (e talvolta perfino superficiale). Spesso va persa parte della complessità dell'opera. E così anche il gioco ironico che potrebbe scaturire da un determinato e calcolato grado di ambiguità.
Talvolta si rischia di finire addirittura di fronte ad una particolare forma di analfabetismo-artistico-di-ritorno che sforna per lo più propaganda (o qualcosa che gli assomiglia). Comunque tutto questo non è - come potrebbe sembrare - speciale appannaggio solo di certe destre (appunto populiste) in ascesa.
Parliamo di una deriva radicale che spadroneggia tranquillamente anche nel "Sud Globale" e in quasi tutte le cosiddette "democrazie popolari" (autocrazie) del pianeta. Solo che in questi casi appositi paludati specialisti contrabbandano - con apparente entusiasmo e consumata abilità - la faccenda come una "doverosa deprofessionalizzazione anti-colonialista delle Arti".
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