CASINO DELLE LIBERTA' - TREMONTI: "MI DIMETTO". BERLUSCONI: "FAI PURE. MI RISOLVERESTI UN PROBLEMA" - L'ECONOMIA VA MALE? GIULIETTO, CAPRONE ESPIATORIO SIA PER IL "PARTITO ROMANO" SIA PER BOSSI.
Mario Prignano per Libero
«Al punto in cui siamo arrivati, sono costretto a dirtelo chiaramente, Giulio: se te ne vai, mi risolvi un problema». Non uno dei tanti sfoghi, come quelli che periodicamente gli capita di fare quando si sente accerchiato. Lunedì notte, presenti Umberto Bossi e il sottosegretario Aldo Brancher, Tremonti aveva avvisato Berlusconi che, stando così le cose, se ne andava sul serio. La bozza del disegno di legge sul risparmio uscita dal pre-consiglio dei ministri era talmente lontana dalle sue posizioni che niente poteva più giustificare una permanenza in via XX settembre.
Soprattutto, gli bruciava la cogestione Bankitalia-Antitrust di tutta la partita sulle concentrazioni bancarie: «Se il testo finale rimane questo, mollo». Ma mai e poi mai avrebbe immaginato, il ministro, quella risposta del suo presidente e mentore. Vai pure, gli ha detto in sostanza il Cavaliere. Poi, quella frase gelida: «Se lasci, mi risolvi un problema». Solo le preghiere di Bossi hanno convinto Berlusconi che non era il caso di accettare subito lo strappo. Magari più avanti, quando lo stesso Senatùr avrà pronto un nome nuovo da suggerire al posto di Tremonti.
Già, perché, conformemente alla vulgata che vuole il ministro dell'Economia in quota Lega, più che Forza Italia, sembra che dopo il colloquio a quattro di lunedì notte, Bossi abbia deciso di condurre un sondaggio riservatissimo per individuare qualcuno meritevole di sostituire il professore di Sondrio. Il che potrebbe accadere subito dopo le Europee, quando Berlusconi avrà già consumato la sua vendetta sugli alleati, accusati di avere boicottato la Gasparri e per questo costretti, almeno nelle intenzioni del premier, a sorbire senza discutere la riforma della par condicio e una nuova legge elettorale senza preferenze.
Raccontano che già sabato scorso, due giorni dopo avere stoppato il testo Tremonti in consiglio dei ministri, il premier avesse messo nel conto l'eventualità di una minaccia di dimissioni. Un'eventualità niente affatto allarmante, se chi era con lui lo ha sentito fare il seguente ragionamento: «Nel caso in cui Giulio dovesse arrivare a tanto, stavolta non mi strapperei le vesti. Ho giusto in mente un paio di nomi che possono sostituirlo, ma per i primi tempi assumerei io l'interim: un nuovo ministro adesso, a verifica non ancora conclusa e con la campagna elettorale alle porte, mi procurerebbe solo problemi».
Facile profeta, il Cavaliere ha dovuto attendere 48 ore, trascorse le quali tutto quello che aveva previsto si è puntualmente realizzato. Il primo segnale della crisi incipiente è arrivato, lunedì pomeriggio, da Roberto Maroni. Due ore prima che i capi degli uffici legislativi dei vari ministeri si riunissero in pre-consiglio per scrivere il nuovo testo del ddl sul risparmio, il ministro leghista ha lanciato l'allarme: «C'è qualcuno che per calcoli politici vuole annacquare tutto», ha tuonato dai microfoni di Radio Padania: «Il partito romano si è mosso».
Ma se l'obiettivo era quello di incidere sulla riunione dei tecnici, il fallimento è stato completo e su tutta la linea. Dall'ultima stesura, Bankitalia usciva rafforzata più ancora di quanto lo era in quella precedente, già ampiamente contestata dai tremontiani. Il travaso di competenze da Palazzo Koch alla nuova Consob, ormai ridotto al lumicino; le deleghe al governo (quindi al ministero dell'Economia), passate da dieci a sei; l'annacquamento del reato di nocumento al risparmio, e poi quello schiaffo, la gestione delle concentrazioni bancarie suddivisa equamente tra Bankitalia e Antitrust: che altro era, tutto questo, se non una sconfessione plateale della strategia approntata da Tremonti per affrontare e risolvere la più grave crisi finanziaria degli ultimi decenni?
Evidentemente la riunione di Fini con i suoi, nel pomeriggio a Palazzo Chigi, aveva avuto sul pre-consiglio dei ministri molta più influenza del previsto. Forse il partito dei fazisti, capeggiato da quell'Ivo Tarolli senatore Udc e amico personale del Governatore, era riuscito nel suo intento, era riuscito a stoppare tutto. O magari, più semplicemente, le indicazioni di Berlusconi, il suo famoso «no alla caccia alle streghe», avevano trovato una traduzione in ben precisi e circostanziali articoli di legge.
Già furibondo per i nuovi contenuti del "suo" disegno di legge, Tremonti non ha nemmeno avuto la soddisfazione di potersi sfogare subito con il premier, impegnato prima a viaggiare da Milano a Roma su un aereo militare in compagnia di Umberto Bossi, poi assorbito fino a notte fonda nel vertice sulla verifica, con Gianfranco Fini a Palazzo Chigi. È stato allora, all'una passata, che, presenti Bossi e Brancher, a loro volta reduci da una riunione sulle riforme, Berlusconi ha potuto misurare il livello di rabbia del suo ministro. Tralasciando le ragioni della sua contrarietà al nuovo testo, Tremonti è andato dritto al sodo: «Non posso accettare una tale sconfessione del mio operato: se tu pensi di potere andare avanti così cercati pure un altro ministro del Tesoro».
Parole forti, che comunque partivano da una considerazione di fondo: Tremonti è pur sempre quel ministro "geniale" di cui Berlusconi è sempre andato particolarmente fiero. Impensabile che proprio adesso decida di sacrificarlo, in nome di cosa, poi? E invece, la doccia gelata. Dovuta, raccontano, anche ad un'altra considerazione non proprio secondaria, visto il campo di attività in cui si muove Tremonti. Sempre attentissimo ai dati dell'economia reale, Berlusconi è rimasto impressionato dal significativo calo della produzione industriale del mese di gennaio, decisamente in controtendenza rispetto a dicembre scorso, e soprattutto non in linea con quanto accade in Spagna e in Germania, nostri diretti concorrenti. Se a questo si aggiunge il persistente calo dei consumi, si spiega perché il Cavaliere si sia dato tre-sei mesi di tempo, al termine dei quali, se il trend economico negativo dovesse continuare, cercare un capro espiatorio da sacrificare sull'altare del nuovo miracolo economico italiano. Nelle anticamere di Palazzo Chigi, il totoministri è già incominciato.
Dagospia 5 Febbraio 2004