ULTIMO TANGO PER MARLON - OSCAR, GLORIA E TRAMONTO - L'APOCALISSE UMANA DI UN GRANDE ATTORE E DI UNA PICCOLA ANIMA, IMPRIGIONATA IN UN CORPO DEBORDANTE.



Vittorio Zucconi per La Stampa del 19 aprile 1995


Questa è la storia di un grande attore e di una piccola anima, imprigionata nel corpo debordante di un uomo enorme come i suoi appetiti; questo è il diario di un'"Apocalisse privata" che divora nella sua cavalcata lunga 71 anni vite di figli, di donne, di amici troppo fragili per resistere all'urto di un nome e di un corpo sempre troppo grandi per loro.

Sfoglio le pagine della vita di Bud Brando, in arte "Marlon", il figlio di un rappresentante di calce e di un'attricetta di provincia, e un odore stordente di eccessi, di dollari guadagnati e poi bruciati, di chili di gelato divorati e poi vomitati, di sesso a palate, di frangipani in fiore nelle isole dei Mari del Sud si sprigiona, intenso e corrotto come l'odore di quella camera ardente di Tahiti dove da ieri sta il corpo della figlia Cheyenne. Suicida per impiccagione a 25 anni.

II suicidio di una figlia non condanna un padre o una madre. Neppure la droga, la solitudine, la disperazione che trasudano dalla biografia di Cheyenne Teriipia Brando, la sesta, o settima, od ottava - persino il padre ha perso il conto - figlia di Marlon Brando e di un attrice tahitiana, Tarita, possono essere da soli una condanna per chi l'ha generata.

Cheyenne era clinicamente schizofrenica e cronicamente depressa. Aveva già tentato un suicido nel 1991, restando in coma da barbiturici e sonniferi per 2 giorni. Aveva visto il grande amore della sua vita, un tahitiano, Dag Drollet, ucciso a rivoltellate dal fratellastro Christian Brando nel maggio del '90, nella villa del padre a Hollywood, quando lei era incinta di Dag.

I percorsi della vita sono troppo contorti perché ogni tragedia possa condurre sempre alla casa del padre o alla madre. Si uccidono i figli del buio come i figli delle stelle.

Eppure. Troppo enorme è la sagoma di Brando tra Oscar, gloria, squarci di follia e 140 chili di peso, troppo schiacciante e insensata la sua esistenza, perché la sua figura non incomba sulla vita e sulla morte di chi è dovuto crescerne all'ombra. Ha avuto nove, o dieci figli, o forse più, lui stesso confessa di averne perso - o di non aver mai avuto - il conto.

Né potrebbe essere diversamente per un divoratore di sesso che già nel collegio militare di Shattuck, in Minnesota, dove il padre lo aveva spedito nel 1941, 'era stato a letto' con tutti quelli che gli capitavano a tiro...", ha scritto il suo biografo Richard Schickel "...ragazzi compresi".

Paternità, amore, responsabilità non hanno lo stesso significato per un uomo qualsiasi e per Marlon Brando, che sul set degli "Ammutinati del Bounty", proprio in quelle isole della Polynesia che allora conobbe innamorandosene, giocava con le stupende comparse tahitiane (femmine) al "gioco della bottiglia". Le faceva sedere in circolo, faceva girare la bottiglia come una bussola, e quella sulla quale 'l'ago' si fermava, portava sotto una capanna di cocco, fra una pausa e l'altra della lavorazione.

Il rapporto fra eccessi e talento, fra stravizi e creatività, è antico come la storia dell'arte, come antiche sono le ubriacature che i Mari del Sud dispensano ad artisti, scrittori, intellettuali, Gauguin e Somerset Maugham, Melville e Conrad, Margaret Mead e Robert Louis Stevenson. E tutto sarebbe soltanto "colore", tutto sarebbe invidiabile boheme per noi peccatori di provincia, se nell'ingranaggio della "arte come eccesso" non venissero triturate vite senza colpa e senza talento.

La strada di Marlon Brando è lastricata di tragedie, di amanti e di mogli abbandonate e tentate sucide, di contabili e produttori portati all'infarto, come i finanziatori del "Bounty" che lo pagavano 25 mila dollari al giorno, nel 1960, e videro la sua parcella, tra un giro di "bottiglia" e l'altro, salire dai 500 mila dollari preventivati a quasi un milione, sbancando la casa di produzione.

La vita di questo magnifico, insopportabile, irripetibile attore capace di raggiungere le vette di "Don Corleone" con Coppola e di precipitare con Chaplin negli abissi della "Contessa di Honk Kong", è attraversata dall'angoscia di una fame senza sazietà, di uri onnivora incoscienza che non può non rovesciarsi su chi ne porta il nome. Non è il solo, tutt'altro, in un universo di "stelle" capaci di bruciare i loro pianeti o di subire la vendetta del destino.



Coppola vide il figlio morto in un incidente di barca, ucciso dall'ubriachezza del suo compagno di barca, il figlio di Ryan O'Neal. Paul Newman perse l'unico figlio maschio, nel 1978, per overdose. Danny De Vito ebbe il padre stroncato da un infarto proprio durante il suo pranzo di nozze, in un ristorante di Little Italy, a Manhattan. Robert Redford ha tentato invano di salvare il figlio, corroso e finalmente ucciso da un fegato irrimediabilmente malato.

Ma è più difficile provare simpatia, o solidarietà, per Marlon Brando. Lui aveva pur conosciuto il sapore di una paternità atroce e ne portava il marchio incancellabile. Odiava, e odia ancora con tutte le sue forze, il padre, il venditore di calcina a Omaha, Nebraska, nel quieto, sordo MidWest dei campi di granoturco così lontani dagli Eden debosciati del Pacifico tropicale, dove Bud 'Marlon' è nato 71 anni or sono. Ascoltare come lui parla del padre, dà i brividi.

"Per anni ho sognato di spaccargli la faccia e di vederlo sputare i denti a uno a uno", e ci sembra di vedere la smorfia torva del ragazzo scoperto da Kazan in "Fronte del Porto", o il ghigno sprezzante del "Selvaggio", "...avrei voluto strappargli le orecchie e mangiarle di fronte a lui". Quando il vecchio Brando morì, il figlio disse "...ho provato un dolore immenso al pensiero che non avrei potuto mai più rompergli la mascella..:".

Tutto, in lui, ha il segno di questa carnalità greve, di questa fisicità brutale che solo pochi registi sono riusciti a imbrigliare e sublimare fino a due Oscar, l'ultimo, ormai lontano, per il "Padrino". Perché odi tanto il padre, quanto invece amava la madre, la umile attrice, non sappiamo davvero, oltre i soliti pettegolezzi di ubriachezza (entrambi i genitori bevevano come solo nel Midwest si beve) di molestie sessuali al figlio, di botte.

Né i suoi biografi "ufficiosi", e neppure lui stesso nelle recentissime memorie naturalmente dedicate alla madre ("I canti che mi madre mi insegnò", si intitola) lo spiegano. In una vita di eccessi, tutto è eccesso, l'amore, la recitazione, l'odio, il mangiare. Durante la lavorazione del suo ultimo film, "Don Juan", con Faye Dunaway e Johnny Depp, storia doppiamente tragica e allusiva, di un ragazzo che si crede Don Giovanni e di una psichiatra, Brando, che lo salva dal suicidio, è riuscito ad aumentare di una taglia d'abito, in due settimane di pausa.

"Una sera, mentre aspettavo di ricevere una signora il cui marito era in ospedale, mangiai per il nervosismo un chilo di gelato di crema - racconta nella sue memorie - ma poi mi misi due dita in gola e riuscii a vomitare tutto prima che lei arrivasse".

E' difficile immaginare come una ragazza fragile e bellissima, come la figlia di un amore fra Brando e l'attrice tahitiana Tariita che lui mise incinta e che poi tentò di convincere ad abortire, potesse crescere in una donna solida e forte. Già fu battezzata can quel nome impegnativo, Cheyenne, solo perché il padre aveva ereditato qualche goccia di sangue cheyenne, soltanto perché Marlon attraversava in quel momento una fase di militanza pro-indiana come aveva conosciuto momenti filo-israeliani (finanziava l'Irgun, la guerriglia ebrea in Palestina), filo-Black Panthers, e persino femministi. Oggi che dorme fra gli hibiscus, le bougainvillee e i frangipani della sua isola, sembra essere stata da sempre una predestinata alla tragedia.

Era stupenda, nelle foto da ragazzina, fino a quando un incidente d'auto le frantumò la mascella, proprio come il padre aveva sognato di fare a suo nonno. La chirurgia le restituì un'apparenza accettabile, ma lei piangeva, con chi voleva ascoltarla, di quel suo viso 'tutto tenuto assieme da pezzi di plastica, ossa di morti e fili di ferro'.

Aveva trovato l'amore della sua vita, Dag, dal quale aveva voluto un figlio, una bambina che oggi a 5 anni, e il fratellastro glielo aveva ucciso a rivoltellate. Nella casa del padre. Non sapeva che fare nella vita e prima di morire lavorava come umile agente di viaggio sull'atollo che Marlon Brando aveva comperato. Per suicidarsi, appesa a una corda tesa attorno alla trave del soffitto, ha scelto la casa della madre, a Papeete.

Dove sia, che cosa pensi, come stia suo padre non si sa. Non è stato ricoverato all'ospedale, non ha avuto alcun malore, dicono i pressagent. E' di nuovo scomparso, rientrando in quel silenzio dove era stato per 8 anni, prima di uscirne per girare "Don Juan" l'anno scorso e per promuovere in TV le sue memorie, apparendo in talk-show dove la sua assurda vocetta roca e in falsetto, dentro quel corpo immane, parlava per ore, sconclusionata, dì "intelligenza dei maiali", di "ebrei che dominano Hollywood" (lui che aveva finanziato il terrorismo irredentista dell'Irgun) di "muscoli facciali diversi dai nostri nelle razze asiatiche".

Alla fine di un lungo colloquio con Larry King, il re dei talk show americani, il mese scorso: si alzò, in diretta, e baciò lo stupefatto presentatore sulla bocca. Forse è a Tahiti, dove vive da 25 anni avvolto in pareo ampi come vele. Forse è nella sua casa di Mullholand Drive, la strada più panoramica di Los Angeles, sulla cresta delle colline di Hollywood; la strada dalla quale si vede sotto tutta la città di "lustrini e stagnola".

Enorme, splendida, falsa, inquieta, come l'"Apocalisse umana" di questo magnifico sciagurato.


Dagospia 02 Luglio 2004