IL LATO DEBOLE DEI POTERI FORTI: I VECCHI ESCONO DI SCENA
POTERI, UN TEMPO FORTI SI SCOPRONO IMPROVVISAMENTE DEBOLI
LA FINANZA È LA SCORCIATOIA PIÙ ALLETTANTE PER FARE SOLDI CON I SOLDI.

Tratto da "Il lato debole dei poteri forti", di Paolo Madron, Longanesi & C.


In attesa che maturino i tempi, non si puo` pero` eludere la questione di fondo: perche´ il capitalismo e` diventato cos?` leggero? Una prima risposta e`: perche´ ha perduto la sua industria manifatturiera. «Basta confrontare l'attuale capitalizzazione borsistica di societa` industriali e finanziarie», sostiene con rassegnazione Carlo De Benedetti, «e si vede che in meno di quindici anni le proporzioni si sono rovesciate a favore delle seconde.» Se questo, come in America, non avviene a scapito del giusto mix tra economia reale ed economia di carta, va bene. Ma se e` la prima a rimetterci, lo squilibrio e` inevitabile. La finanza, insomma, si dimostra la scorciatoia piu` allettante per fare soldi con i soldi, risparmiandosi rogne e fatica. L'epoca delle fabbriche, delle tute blu e delle catene di montaggio sembra definitivamente conclusa. Non resta che aprirsi alle magnifiche sorti di un'economia tutta basata sui servizi, o nutrire cieca fiducia in un radioso futuro postindustriale. Sta di fatto, pero` , che la fine o la crisi delle grandi imprese ha sin qui creato piu` svantaggi che opportunita`. Quello che resta, in attesa del nuovo che avanza, e` il loro progressivo sgretolarsi, il tentativo spesso confuso di cambiare pelle e mestiere, il tramonto delle dinastie che ne hanno fatto la storia.

In questo clima, si afferma tra le altre una corrente di pensiero ispirata al crudo realismo: se il capitalismo italiano non e` in grado di autoriformarsi da solo, e se al contempo occorre scongiurare che la mano pubblica torni a spadroneggiare, tanto vale spalancare le porte agli stranieri. Il liberismo e` salvo, e le ragioni del mercato pure. Cos?`, per esempio, Franco Debenedetti, senatore liberal di una sinistra cui ama fare spesso il controcanto, di fronte all'agonia dell'Alitalia sostiene che non ci sarebbe affatto da stracciarsi le vesti, se il paese non avesse piu` una compagnia di bandiera. Per traslato, proseguendo il suo ragionamento, niente vesti stracciate anche se non avesse piu` un'industria automobilistica nazionale, dopo aver gia` rinunciato a quella chimica e a quella informatica.

Durante il meeting di Rimini dell'estate 2004, a rompere il profluvio di genericita` che ammorba gli interventi dei simposi ciellini, fanno un gran rumore le parole di due banchieri di rango, Alessandro Profumo e Roberto Mazzotta: non ci sarebbe proprio nulla di scandaloso, affermano, se banche straniere entrassero nel capitale di quelle italiane. Evidentemente, in qualcuno comincia a farsi strada il pensiero legittimo che, se il capitalismo italiano non trova in se stesso l'energia per riprendersi, sara` bene che a rianimarlo ci pensi qualcun altro da fuori. E i teorici del neocolonialismo hanno buon gioco nel dimostrare come spesso l'arrivo delle multinazionali (il caso piu` eclatante e` quello dell'americana General Electric che ha rilevato la fiorentina Nuovo Pignone) abbia portato nuova ricchezza e posti di lavoro. Allora, perche´ non permettere che sia qualche forza esogena a tentare l'impresa di smuovere le nostre acque stagnanti? Meglio la colonizzazione che la paralisi, il continuo rinvio, l'ostruzionismo implacabile degli interessi corporativi, che ormai scatta come un riflesso condizionato ancora prima di sfiorare nel merito le questioni. Alitalia, la vicenda piu` pittoresca cui da anni tocca di assistere con un misto di fastidio e rassegnazione, ne e` un esempio lampante: mentre l'azienda minaccia di fallire, i sindacati si comportano come la signora snob che, con la casa in fiamme, eccepisce sull'ornato delle tende. E gli azionisti, invece di mandarli a quel paese, ne accettano i ricatti.

Di solito, l'argomento forte di chi si oppone all'arrivo degli stranieri e` la difesa dell'industria nazionale, soprattutto se con qualche suo campione ambisce ad avere voce in capitolo sulla scena mondiale. L'antidoto magico alla drammatica perdita di competitivita` sembra essere la riscoperta del made in Italy, con tanto di appello affinche´ si riaffaccino gli animal spirits che un tempo resero possibile il miracolo economico. Per ora, tutto cio` e` bastato a fare del capitalismo italiano il piu` bello e perfetto del mondo solo nei convegni. E mentre da noi si discute, spagnoli e olandesi si lanciano con rinnovata determinazione alla conquista delle banche italiane. Sempre in omaggio al primato della parola, si dibatte molto anche di riforma del welfare e di nuove relazioni tra le parti sociali, un tema che assilla pressoche´ tutti i governi di Eurolandia, alle prese con la difficolta` di far quadrare i conti. All'estero, pero` , molte dichiarazioni di intenti si concretizzano con la sigla di accordi tra le parti, come quello della Bosch in Francia o quello ancora piu` innovativo della Volkswagen in Germania, dove la moderazione salariale allontana lo spettro della delocalizzazione e della perdita di posti di lavoro. E` il tentativo, ancora imperfetto, di trovare una soluzione condivisa, in attesa che una ripresa meno effimera dell'economia consenta il ripristino di una dialettica fisiologicamente conflittuale. In Italia, la tanto attesa riforma degli assetti contrattuali si infrange contro lo scoglio di un approccio meramente contabile: tanto chiedono i dipendenti pubblici, tanto i metalmeccanici, mentre le loro rappresentanze si accapigliano tra le insidie dell'inflazione (programmata, reale o percepita che sia) e le strizzate d'occhio della politica compiacente.

Prima che Lucchini cedesse le acciaierie ai russi, la Edison - ovvero quel che restava della Montedison una volta smantellata la chimica e le assicurazioni - era l?` l?` per cadere in mani francesi. L'Olivetti di Ivrea, orgoglio dell'informatica nazionale, cancellata con tutto il suo carico di tradizione. La Pirelli aveva scoperto che si guadagna di piu` con i telefoni che con gli pneumatici. E molti dei padroni, capita l'antifona, erano corsi a comprarsi aziende che garantissero le rendite percepite in passato da societa` pubbliche operanti in regime di monopolio. Come i Benetton, ammirati in tutto il mondo per i loro maglioni e soprattutto per il modo in cui li vendevano, che a un certo punto hanno massicciamente diversificato investendo su autostrade e telecomunicazioni. Insomma, e` come se i grandi industriali avessero di colpo abdicato al loro ruolo, portati via da una allegra deriva che progressivamente li alleviava dal peso delle responsabilita`.

E anche dalla fatica di fare il loro mestiere in un paese che li ha s?` sovvenzionati, ma scarsamente aiutati - per usare un altro degli slogan piu` in voga nel nuovo corso confindustriale - a «fare squadra». A fronte di cio`, si e` assistito al grande ritorno dello Stato padrone. In realta`, il fenomeno, certificato dalle piu` recenti classifiche di Mediobanca sulle principali aziende italiane, e` una novita` solo apparente. Anche se il fatto che l'ENI, il colosso petrolchimico nazionale, abbia scalzato il primato degli Agnelli e` il piu` eloquente segnale di quanto il blasone dell'industria privata si sia offuscato. Ma il dato sorprendente di quelle classifiche non sta nell'ordine d'arrivo dei primi venti gruppi, bens?` nel raffronto con le societa` estere che fanno lo stesso mestiere. Se ne deducono due considerazioni. La prima e` che il sistema industriale italiano e` sempre piu` autoctono, rivolto essenzialmente al mercato interno, con pochi sbocchi e propaggini oltralpe. La seconda e` che le sue dinamiche di crescita sono di gran lunga piu` contenute rispetto a quelle dei suoi competitori. Cio` spiega perche´ per il presidente di Confindustria, assai sensibile al tema, la reazione al declino debba avere come priorita` il rilancio della grande impresa e la sua apertura alla concorrenza internazionale.

Nell'intenzione di dare il buon esempio, Montezemolo, appena insediatosi sulla poltrona piu` alta del Lingotto, ha fatto la sua parte di autocritica, ammettendo che all'epoca, eravamo nel 1986, fu deleterio impedire alla Ford di acquistare l'Alfa Romeo. Quel mancato arrivo degli americani assume cos?` la matrice di un peccato originale: l'indole protezionista, che ha finito con il diventare mentalita` dominante, nonche ´ causa primaria della perdita di competitivita` dell'intero sistema.



Altro errore: gli imprenditori italiani hanno vistosamente sbagliato le politiche di prodotto. O perche´ le hanno trascurate (il caso della FIAT di fine gestione Romiti insegna), o perche´ non le hanno riconvertite in funzione di una domanda differenziata. Si e` continuato, insomma, a puntare sulla massa, invece che sul valore aggiunto, pensando, chissa` perche´, che la standardizzazione facesse premio sulla qualita`. Cos?`, l'innovazione di prodotto e di processo e` stata delegata interamente alla piccola e media industria, che ha retto finche´ poteva giovarsi, come armi competitive, della fluttuazione della moneta e della elevata qualita` dei suoi manufatti. Ma quando il modello delle piccole e medie imprese, che ha sin qui fatto da spina dorsale del sistema, ha cominciato a mostrare la corda di fronte alla concorrenza dei paesi emergenti, il nanismo da elemento di sviluppo e` diventato un fattore involutivo. Ed e` sempre la classifica di Mediobanca a testimoniarlo: nel 2003, solo sette tra le piccole-medie aziende si sono meritate la palma per il dinamismo, contro le quattordici dell'anno prima, le ventiquattro del 2001 e le trentasette del 2000. E al tempo stesso ci siamo accorti che, a differenza di inglesi, francesi, tedeschi (e oggi, nelle banche, persino spagnoli), non abbiamo un solo gruppo, eccezion fatta appunto per l'ENI, che possa aspirare a essere polo di aggregazione internazionale. Il capitalismo e` dunque leggero e Montezemolo, da uomo della provvidenza voluto a furor di popolo per rinverdirne i fasti, rischia di diventare il cireneo che porta la croce del suo inesorabile declino, parola peraltro da lui bandita piu` per scaramanzia che per convinzione. Ma piu` del declino spaventa il galleggiamento, il tirare a campare in attesa che capiti qualcuno o qualcosa a risolvere i problemi, la sensazione di arrendevolezza che serpeggia a tutti i livelli, mentre si fa la conta dolente delle occasioni perdute. Nel giro di pochi anni, la metamorfosi e` divenuta evidente, come mostra bene la vicenda FIAT.

L'azienda vive oggi una delle sue crisi piu` nere, tanto che in discussione non e` piu` il suo futuro, ma la sua sopravvivenza. E benche´ a Torino abbiano abilmente spacciato il divorzio dagli americani della General Motors come la vittoria della riconquistata (in realta` mai perduta) italianita`, e` evidente che i suoi azionisti se ne libererebbero volentieri, perche´ oggi a fabbricare automobili si ricavano molti piu` guai che soddisfazioni. Peccato pero` che questo accada mentre in altri paesi - Francia, Giappone e in parte Germania - l'industria delle quattro ruote gode di uno straordinario momento. Ancora a proposito di italianita`. Nella primavera del 2005, su giornali e periodici compaiono, negli stessi giorni, diverse campagne pubblicitarie accomunate dal medesimo intento: esaltare l'amor di patria verso prodotti che l'Italia fabbrica o esporta. Non la qualita`, dunque, ma l'origine al primo posto, o perlomeno l'origine come marchio di qualita`. Denominatore comune anche nelle immagini: il tricolore campeggia ben visibile in tutte, la parola Italia e i suoi aggettivi sono piu` volte reiterati nel testo, il richiamo all'appartenenza nazionale viene evocato come bene primario. Ma c'e` una differenza: se alcune di quelle pubblicita` inneggiano all'italianita` riconquistata, altre invece si mostrano orgogliose dell'italianita` da esportazione, quella che si fa valere sui mercati internazionali vendendo il suo stile peculiare. Siccome niente nasce per caso, specie nella pubblicita`, che e` maestra nel cogliere umori e aspirazioni dell'immaginario collettivo, gli osservatori del costume segnalano una preoccupante indecisione sul tema. Siamo contenti di essere italiani perche´ ci riprendiamo le fabbriche su cui gli stranieri avevano allungato l'occhio e in qualche caso le mani, oppure perche´ esportiamo oltralpe la qualita` che la nostra industria sa esprimere?

Se e` buona la prima ipotesi ci troviamo di fronte a un'autarchia di ritorno, con la nostalgia di un passato dove le cose ce le facevamo (e soprattutto ce le tenevamo) in casa, per nostro uso e consumo. Ma anche con la diffusa paura che gli altri ce le portino via, magari proprio quei cinesi che ci stanno sbaragliando il campo. E che considerano non solo l'Italia, ma l'intera Europa, come il teatro di un'economia destinata a soccombere.

Resta comunque l'impressione che i pubblicitari e i loro clienti abbiano sbagliato messaggio. Al consumatore, infatti, interessa ben poco che le merci che acquista siano fatte in Italia. Gli interessa invece che siano buone merci, apprezzabili per qualita` e magari con un prezzo accettabile. E questo rigurgito di nazionalismo in fondo non interessa nemmeno ai produttori. Perche´ il loro principale obiettivo e` un altro: vendere il piu` possibile, fare profitti e distribuire utili agli azionisti. Se invece si vuol reclamizzare la nostra capacita` di farci valere all'estero, allora siamo in piena sintonia con lo spirito del tempo, che inneggia alla globalizzazione di mercati e prodotti. Mettere l'accento sul sentimento di patria, percio` , oltre che anacronistico, risulta anche decisamente provinciale e fuori luogo.

Ma ci sono altri motivi che giustificano la leggerezza del capitalismo odierno. Negli anni della New Economy la cui fine ha metaforicamente coinciso con il crollo delle Torri Gemelle, la levita` era diventata il primo dei valori economici. Il futuro stava nell'impalpabilita` della Rete, nei telefonini e nei servizi connessi, mentre l'industria pesante sembrava votata a irreversibile estinzione. Fabbricare qualcosa, spendere tempo ed energia nel rinnovamento dei prodotti appariva un'attivita` obsoleta, roba da Old Economy, un termine che suonava come un'offesa.

Molto meglio la finanza, o le speculazioni edilizie, magari sostenute con denaro preso a prestito dalle banche, e confidando in un mercato, quello del mattone, che ha continuato a incrementare il suo valore senza cedimenti. Non a caso, in un quadro tendente all'immobilita`, spuntano come funghi proprio gli immobiliaristi. Si chiamano Ricucci, Coppola, Toti, Statuto. Questi, con la stessa rapidita` con cui costruiscono palazzi e quartieri, entrano nel capitale di banche e case editrici. Credito e giornali, un connubio esplosivo nell'Italietta postindustriale, che cerca faticosamente di riprender quota senza badare al colore dei soldi. Eppure, qualcosa dai nostri vicini si potrebbe imparare.

Come non accorgersi che in mezzo al gran parlare di Europa e di internazionalizzazione dei mercati la sfida per la supremazia si gioca ancora per singoli campioni nazionali? Come non vedere che, mentre noi smantellavamo il nostro gia` esiguo patrimonio industriale, in Francia, Germania e Spagna lo difendevano con le unghie e coi denti? Cos?` facendo, gli stranieri ponevano le condizioni di quella reciprocita`, concetto oggi tanto caro alla Banca d'Italia, imprescindibile per celebrare matrimoni alla pari. In modo tale che, se un francese ha mano libera nel comprare in Italia, lo stesso principio deve valere quando una nostra azienda varca le Alpi. Perche´ cio` avvenga, occorre almeno che i soggetti si equivalgano per dimensioni e volumi d'affari. E qui, nel piccolo che contraddistingue la nostra economia, al concetto di reciprocita` vengono a mancare drammaticamente i presupposti.

Al declino di un sistema si accompagna quello dei suoi protagonisti. Anzi, si potrebbe dire che sono questi ultimi a provocarlo. La metamorfosi in corso non e` una semplice staffetta generazionale, quasi un naturale ricambio fisiologico, ma tocca lo spessore intellettuale e delle coscienze. Cioe` gli uomini, le loro passioni e ossessioni, la loro capacita` di progettare l'avvenire, di immaginare piu` in la` dell'esistente. Invece, siamo tutti prigionieri di una societa` che si avvita su se stessa, che ha una gran paura del futuro e naviga senza piu` valori di riferimento, appiattendosi sempre di piu` sull'incertezza del presente. Il capitalismo, che in un'epoca non lontana predicava con orgoglio la centralita` dell'impresa come fattore di sviluppo e innovazione, e si definiva la parte sana di un paese che cominciava a manifestare i sintomi della malattia, si adegua all'andazzo, mettendosi al mero servizio di interessi individuali. Poteri, un tempo forti per autorevolezza e senso del ruolo, si scoprono improvvisamente deboli. Cos?` il confronto con il passato diventa un punto di partenza obbligato, a partire dal quale misurare l'attuale degrado.


Dagospia 28 Dicembre 2005