L'ODISSEA GIUDIZIARIA DI PELLEGRINO CAPALDO - LO VOLEVANO PRESIDENTE DIMEDIOBANCA, MA FU "BRUCIATO" NEL FALLIMENTO FEDERCONSORZI DA CUI È USCITO DIECI ANNI DOPO CON PIENA ASSOLUZIONE. E QUALCHE SASSOLINO DA TOGLIERSI (NEL MIRINO FAZIO).

Paolo Madron per Panorama
 

Ci sono voluti dieci anni, dieci lunghi anni, perché Pellegrino Capaldo potesse ottenere giustizia. Ma nonostante il forzato isolamento in cui era rinchiuso dopo la condanna per il crac Federconsorzi, nel suo ufficio romano di via Parigi hanno continuato a passare i più bei nomi della finanza e della politica in cerca di consigli. Adesso, dopo che la Cassazione ha clamorosamente ribaltato la sentenza di primo grado, che aveva vissuto come uno sfregio alla sua onorabilità, ha ripreso voce per rendere la vicenda di cui è stato protagonista emblematica. Di malagiustizia? In parte.

Quello che brucia a Capaldo è soprattutto l'incompetenza di molti dei suoi attori. Nonché il mistero che ancora avvolge un episodio dove c'entra di tutto: politici, banche, magistrati, periti dalla sospetta imperizia. E soldi, tanti soldi. Come racconta in quest'intervista esclusiva.

Quanto ce l'ha con i giudici di primo grado che l'hanno condannata?
Non ce l'ho con la giustizia, che alla fine ha funzionato. Anzi non ce l'ho con nessuno. Credo solo che questa storia debba spingere a qualche riflessione.

Me ne dice qualcuna?
La prima è che per questioni molto complesse bisogna affidarsi a periti di grande esperienza e di grande competenza. E quelli che si sono occupati di questa vicenda, salvo una o due eccezioni, non lo erano, anzi si sono rivelati del tutto incompetenti. Questa storia non sarebbe proprio nata o comunque si sarebbe conclusa rapidamente se le perizie fossero state affidate a professionisti capaci. Ecco, io credo che bisognerebbe studiare la possibilità di costituire un albo di «superconsulenti» magari sotto l'egida della Consob e della Banca d'Italia. Quando i problemi economici sono molto complessi non si può attingere genericamente a un albo professionale.

Quanto è costata questa storia?
Tra pubblico e privato credo che andiamo oltre i 100 milioni di euro. Soldi sciupati. Mi faccia fare un po' di demagogia: si potevano costruire un migliaio di appartamenti. E poi intercettazioni, pedinamenti e ancora tutto quel sottobosco professionale che una vicenda come questa si tira dietro.

Si è parlato di un processo che subì un'improvvisa accelerazione con udienze protrattesi fino a tarda sera e con una sentenza emessa di domenica. Una fretta sospetta.
Non so che dirle. Ci sono, è vero, strane coincidenze ma non sono in grado di far mia una delle tante ipotesi, alcune anche molto fantasiose, che in questi anni sono state avanzate.



Per esempio quelle che legano questa accelerazione al fatto che le era stato chiesto di assumere la presidenza di Mediobanca.
Non so che dirle.

Insomma, lei è la prima vittima illustre di quel disegno di potere che avrebbe portato alla cacciata di Mediobanca e all'apparire dei furbetti del quartierino. Questo pensano Francesco Cossiga e molti dei suoi colleghi. Che per Antonio Fazio era un intralcio.
Non lo so. Continuo a non saper rispondere.

È vero che in tempi non sospetti aveva manifestato a Gianni Letta preoccupazione per il ruolo assunto da Fazio?
Lo chieda a Letta. Ma non è un mistero che Fazio non fosse il mio governatore preferito.

Senta, come si arriva a far ballare 2 mila miliardi di vecchie lire tra la sua valutazione della Federconsorzi e quella data dai periti del Tribunale?
Semplice, avevano valutato crediti e partecipazioni immobiliari in modo assolutamente cervellotico. Non si dimentichi che la Commissione parlamentare d'inchiesta sulla Fedit prima ancora che cominciasse il processo a Perugia aveva concluso i suoi lavori con un giudizio del tutto positivo sull'operazione da me ideata. Mi piacerebbe che un giovane ricercatore ben preparato sul piano giuridico- economico studiasse tutta la documentazione. Ne verrebbe fuori una monografia molto istruttiva.

È  vero che molti avvocati di parte civile erano aderenti all'Italia dei valori?
Sì, c'era anche Antonio Di Pietro che però a un certo punto si defilò.

Quando lei è stato condannato Fazio si è fatto vivo?
No, mi chiamò il presidente della Repubblica Ciampi che era governatore della Banca d'Italia nel 1991, all'epoca dei fatti.  Nel marzo scorso dopo la chiusura della vicenda in Cassazione, il presidente Ciampi mi ha invitato al Quirinale e abbiamo ricordato come l'operazione da me ideata avesse avuto l'avallo e l'incoraggiamento costante della Banca d'Italia.


Dagospia 28 Luglio 2006