DEFICIENTE SARA' LEI! LA TV DEI TELEFILM E' DIVENTATI "PIÙ IMPORTANTI DEL CINEMA E DEI LIBRI" - ALDO GRASSO RIMANDA AL MITTENTE L'ANATEMA DI POPPER: ALTRO CHE CATTIVA MAESTRA TELEVISIONE - I VARI "LOST" E "DR. HOUSE" A LIVELLO DELLA GRANDE LETTERATURA.
Da "Il Foglio"
Una dichiarazione d'amore. Ragionata, giacché non si tratta di un capriccio: queste sono passioni che durano una vita. E una dichiarazione di guerra. Altrettanto ragionata, giacché bisogna controbattere discorsi ascoltati fino alla nausea, però duri a morire: in Italia, parlare male della tv rimane la migliore scorciatoia per guadagnarsi il patentino di intellettuale. "Buona maestra" - il libro che Aldo Grasso dedica ai telefilm, appena uscito da Mondatori - rimanda al mittente l'anatema del vecchio Karl Popper: "Cattiva maestra televisione". Tanto peggio per chi ha cavalcato la frase ricavandone una carriera da opinionista, o da scrittore-contro. E tanto peggio per chi accende la televisione solo all'ora dei telegiornali.
"I telefilm sono diventati più importanti del cinema e dei libri", annuncia il sottotitolo, inimicandosi anche i registi e gli insegnanti. I telefilm sono importanti perché li guardiamo, tanto per cominciare. Perfino da noi - che pure siamo all'estrema periferia dell'impero, e per vedere "I Soprano" abbiamo dovuto arrangiarci - "Sex and the City", "Desperate Housewives", "Lost", "24" e "Doctor House" hanno fatto il botto, conquistandosi un pubblico fedele. Soprattutto quando le serie vanno in onda sui canali satellitari: chi consuma telefilm in quantità, spesso preferisce vederli in originale, e comincia il conto alla rovescia appena le nuove puntate escono negli Stati Uniti.
Raro che accada per un film (se non è un signoredeglianelli oppure un harrypotter). Più raro ancora che accada per un romanzo non destinato ai mocciosi. I telefilm americani sono più importanti dei cinema e dei libri anche per un paio di altri - e più sostanziali - motivi, continua Aldo Grasso, che un tempo era malato di cinema, e ora si confessa malato di televisione (con parole sue: "La mia droga si chiamava Julie. Ora mi tiro su a casalinghe disperate").
Sono pensati, scritti, girati e recitati assai meglio di molte pellicole programmate nelle sale, applaudite dai recensori e scansate dagli spettatori paganti. A differenza dei romanzi - che spesso girano attorno all'ombelico del romanziere, ai suoi brufoli, alle sue delusioni amorose - osservano il mondo che c'è là fuori e si sporcano volentieri le mani con questioni che un tempo erano appannaggio della letteratura.
Per essere precisi: della Grande Letteratura, quella che secondo gli apocalittici è andata perduta, e mai più ritornerà. Pensieri che passano nella testa di chi non ha mai visto neanche una puntata di "Carnivàle", la serie tv ambientata in un circo durante la Grande Depressione: le storie più faulkneriane (a pari merito con i romanzi di Cormac Mac-Carthy) prodotte dopo la morte di William Faulkner. Pensieri che passano per la testa di chi è troppo occupato a usare l'aggettivo "televisivo" come un insulto, e non gli avanza tempo per qualche puntata di "Lost": tecnicamente, l'ultima delle robinsonate conosciute.
Dicesi robinsonata un rifacimento, più o meno attualizzato, del "Robinson Crusoe" di Daniel Defoe. Il premio Nobel Cotzee ci ha provato scrivendo "Foe", romanzo sperimentale terzomondista e femminista, facendosi leggere a malapena dai critici (difficile annoiare parlando di naufragi e isole deserte, lui c'è riuscito). J. J. Abrams e Damon Lindelof - i creatori di "Lost" - si sono comportati come un Defoe redivivo: hanno creato 48 personaggi da cui non riusciamo a staccarci, rifinito dialoghi e situazioni, curato i dettagli (è l'unico modo per parlare sensatamente del bene e del male, o altri temi di pari grandezza). Il prossimo che userà "televisivo" come sinonimo di "becero, sciocco, superficiale" lo farà a rischio di pernacchia.
Dagospia 19 Aprile 2007
Una dichiarazione d'amore. Ragionata, giacché non si tratta di un capriccio: queste sono passioni che durano una vita. E una dichiarazione di guerra. Altrettanto ragionata, giacché bisogna controbattere discorsi ascoltati fino alla nausea, però duri a morire: in Italia, parlare male della tv rimane la migliore scorciatoia per guadagnarsi il patentino di intellettuale. "Buona maestra" - il libro che Aldo Grasso dedica ai telefilm, appena uscito da Mondatori - rimanda al mittente l'anatema del vecchio Karl Popper: "Cattiva maestra televisione". Tanto peggio per chi ha cavalcato la frase ricavandone una carriera da opinionista, o da scrittore-contro. E tanto peggio per chi accende la televisione solo all'ora dei telegiornali.
"I telefilm sono diventati più importanti del cinema e dei libri", annuncia il sottotitolo, inimicandosi anche i registi e gli insegnanti. I telefilm sono importanti perché li guardiamo, tanto per cominciare. Perfino da noi - che pure siamo all'estrema periferia dell'impero, e per vedere "I Soprano" abbiamo dovuto arrangiarci - "Sex and the City", "Desperate Housewives", "Lost", "24" e "Doctor House" hanno fatto il botto, conquistandosi un pubblico fedele. Soprattutto quando le serie vanno in onda sui canali satellitari: chi consuma telefilm in quantità, spesso preferisce vederli in originale, e comincia il conto alla rovescia appena le nuove puntate escono negli Stati Uniti.
Raro che accada per un film (se non è un signoredeglianelli oppure un harrypotter). Più raro ancora che accada per un romanzo non destinato ai mocciosi. I telefilm americani sono più importanti dei cinema e dei libri anche per un paio di altri - e più sostanziali - motivi, continua Aldo Grasso, che un tempo era malato di cinema, e ora si confessa malato di televisione (con parole sue: "La mia droga si chiamava Julie. Ora mi tiro su a casalinghe disperate").
Sono pensati, scritti, girati e recitati assai meglio di molte pellicole programmate nelle sale, applaudite dai recensori e scansate dagli spettatori paganti. A differenza dei romanzi - che spesso girano attorno all'ombelico del romanziere, ai suoi brufoli, alle sue delusioni amorose - osservano il mondo che c'è là fuori e si sporcano volentieri le mani con questioni che un tempo erano appannaggio della letteratura.
Per essere precisi: della Grande Letteratura, quella che secondo gli apocalittici è andata perduta, e mai più ritornerà. Pensieri che passano nella testa di chi non ha mai visto neanche una puntata di "Carnivàle", la serie tv ambientata in un circo durante la Grande Depressione: le storie più faulkneriane (a pari merito con i romanzi di Cormac Mac-Carthy) prodotte dopo la morte di William Faulkner. Pensieri che passano per la testa di chi è troppo occupato a usare l'aggettivo "televisivo" come un insulto, e non gli avanza tempo per qualche puntata di "Lost": tecnicamente, l'ultima delle robinsonate conosciute.
Dicesi robinsonata un rifacimento, più o meno attualizzato, del "Robinson Crusoe" di Daniel Defoe. Il premio Nobel Cotzee ci ha provato scrivendo "Foe", romanzo sperimentale terzomondista e femminista, facendosi leggere a malapena dai critici (difficile annoiare parlando di naufragi e isole deserte, lui c'è riuscito). J. J. Abrams e Damon Lindelof - i creatori di "Lost" - si sono comportati come un Defoe redivivo: hanno creato 48 personaggi da cui non riusciamo a staccarci, rifinito dialoghi e situazioni, curato i dettagli (è l'unico modo per parlare sensatamente del bene e del male, o altri temi di pari grandezza). Il prossimo che userà "televisivo" come sinonimo di "becero, sciocco, superficiale" lo farà a rischio di pernacchia.
Dagospia 19 Aprile 2007