L'INCUBO DI VELTRONI HA LA FACCIA DI LETTA E BERSANI - SE SI CANDIDANO, IL PRIMO GLI CONTENDEREBBE I POTERI FORTI, IL SECONDO I VOTI DS DELLE REGIONI ROSSE - IN BILICO LA POLTRONA DI NUMERO 2 DI FRANCESCHINI.

Non passa giorno senza che alcuni eminenti sconosciuti parlamentari ulivisti facciano dichiarazioni alle agenzie per spiegare con dovizia di ragionamenti e particolari perché non avrebbero alcun senso candidature alternative al ticket Veltroni-Franceschini "ispirate solo da ragioni di posizionamento o da motivazioni dettate dai soli rapporti di forza".

I nomi di questi onorevoli, che dicono poco anche ai giornalisti che seguono le agenzie di stampa, sono: Enrico Farinone, Giorgio Merlo, Ivano Strizzolo, Saverio Garofani, tanto per citarne alcuni. In comune, oltre alla parentela con Carneade, hanno anche un'altra caratteristica. Fanno tutti parte della corrente della Margherita che fa capo a Dario Franceschini. E il significato di questa batteria giornaliera di dichiaratori è uno solo: Walter e Dario hanno una paura fottuta che Enrico Letta e Pierluigi Bersani scendano in campo, insieme o divisi fa lo stesso.

Sì, perché se la manovalanza la mette il capogruppo dell'Ulivo alla Camera, l'idea è stata partorita direttamente dal Campidoglio. Dire che "altre candidature sono legittime se sono accompagnate da un disegno politico alternativo e realmente trasparente", come fa oggi Merlo, significa mettere in guardia l'altro tandem. Visto, è questo il ragionamento, che il discorso di Veltroni a Torino è stato venduto come un chiaro segnale di svolta moderata del sindaco di Roma, non si capirebbe il senso di due candidati centristi alternativi al suo progetto. O meglio, il senso non lo capiscono Walter e Dario. Ed è chiaro il perché.

Se il nipote calvo di Gianni Letta e il ministro più amato dalle Cooperative rosse scendono in campo, si mette male per il tandem dei romanzieri. Innanzitutto perché si romperebbe la teca dell'unanimismo che da sempre rappresenta la cifra politica di Walter. Un candidato che non ha l'appoggio unanime dentro al suo partito, ovvero il Pd, come potrà successivamente chiedere agli altri partiti del centrosinistra l'appoggio per essere il leader dell'intera coalizione? Per quanto riguarda il numero due di W., invece, si pone un altro problema: se Letta dovesse candidarsi, anche da solo, e dovesse mettere insieme una percentuale ragguardevole, chi sarà l'eventuale vicesegretario?

Di certo per Franceschini la situazione si farebbe più complicata. Anche perché il 14 ottobre si vota per un solo candidato, non per un ticket. Ma il timore riguarda anche la campagna elettorale per le primarie. Se Bersani rompe gli indugi, i diessini dell'Emilia rossa e della Toscana, che rappresenteranno il grosso dei votanti, chi appoggeranno, il loro ex segretario che li mollò in piena disfatta nel 2001 per scappare al Comune di Roma o il loro ministro preferito, amatissimo alle feste dell'Unità?



Letta, invece, andrebbe a sparigliare su un altro terreno, che Veltroni presidia con impegno: quello dei poteri forti. Fino a oggi il Corriere della Sera, per citare uno di questi poteri, ha sostenuto a pieni motori la discesa in campo del sindaco, ma se il sottosegretario di Palazzo Chigi sciogliesse le riserve è difficile non pensare che il suo padrino finanziario, Giovanni Bazoli, non si faccia sentire da Paolo Mieli. Qualcosa in proposito l'ha già detta il genero, Gregorio Gitti, sparando a zero su Veltroni e Franceschini nell'intervista al Giornale.

Per questo veltroniani e popolari hanno iniziato a mitragliare. Oltre ai dichiaratori franceschiniani, schierati quotidianamente nell'imbarazzo dei desk delle agenzie che si chiedono se sia il caso di passare o no queste batterie di comunicati fotocopia, sono iniziate anche le raffiche a bassa intensità nei retroscena. Giuseppe Fioroni, che prima ancora di essere un ministro della Repubblica fa sapere fiero ai giornalisti di essere diventato il "capo cordata della componente popolare", una specie di coordinatore del comitato elettorale "Franceschini for Number 2", dice oggi a Nino Bertoloni Meli sul Messaggero:

"In democrazia le competizioni devono essere vere. Non va bene fare annunci e poi non essere conseguenti, diventa pure fastidioso. A Letta, a Bindi dico: meno parole, più fatti. L'unica cosa che non si può fare è che si apra una competizione tra chi è al governo e chi no, si trasformerebbe in un referendum su Palazzo Chigi le cui macerie rischierebbero di caderci addosso". Come dire: attenti che a rischio potrebbe essere Prodi. E un anonimo diessina, dal sapore veltroniano, rincara sull'altro versante, sempre nell'articolo di Bertoloni Meli: "Mica Pierluigi può pensare di fare il candidato delle Coop".

Insomma, la guerra è già iniziata. Stavolta, però, il machiavello sembra che lo abbiano azzeccato gli uomini del Professore: con Letta e/o Bersani Veltroni dovrà perlomeno ballare un po'. Vediamo se i due tireranno fuori gli attributi o se prevarrà qualche invito all'Auditorium.


Dagospia 02 Luglio 2007