MEDIOBANCA, LUNGA GUERRA - I BANCHIERI ANTI-MARANGHI TRAMANO UN RIBALTONE CON CLAUDIO COSTAMAGNA.
Paolo Madron per Il Giornale
Ha proprio ragione Francesco Micheli. D'estate non bisogna mai abbassare la guardia, perché in finanza accadono le cose più clamorose. Parola di chi se ne intende, perché fu proprio lui, nel lontano luglio di 22 anni fa, a iniziare da una cabina telefonica nel porticciolo di San Bonifacio la mirabolante scalata alla Montedison. Che, fatte le debite proporzioni con l'opa lanciata da Roberto Colaninno e dagli audaci padani sulla Telecom, resta pur sempre la madre di tutte le scalate. Adesso che ci sono i telefoni cellulari o le video conferenze, per la verità, tutto sarebbe più semplice. Ma i protagonisti di Piazza Affari, quando devono tessere qualche trama, preferiscono ancora vedersi a quattrocchi, magari comodamente seduti a un tavolo di ristorante. Se possibile, visto che Milano è piccola, sarebbe opportuno non scegliere uno di quelli dove, appena entri, mezz'ora dopo lo sanno tutti i giornali.
E allora come mai, mercoledì scorso, alcuni noti banchieri si sono dati appuntamento al centralissimo Savini per parlare dei destini di Mediobanca? Perché l'occasione non dava adito a sospetti. C'era infatti, come hanno puntualmente riferito le cronache, il pranzo in onore di Peter Woicke, il numero uno della Banca Mondiale invitato a Milano dalla Camera di Commercio. Più istituzionale di così.
Nessuno infatti avrebbe mai potuto sospettare che tra un branzino e un risotto al salto, tra una chiacchiera sul Brasile e una sul debito dei paesi sottosviluppati, Alessandro Profumo, Rainer Masera e Corrado Passera si intrattenessero sul futuro di piazzetta Cuccia. Il cui blitz sulla Ferrari, come è noto, non ha incontrato il loro gradimento. Ed è umanamente comprensibile: a nessuno piace vedersi sfilare l'affare sotto il naso quando già se ne intravede la sospirata conclusione.
Tutto ciò accadeva la mattina dello stesso giorno in cui, nel tardo pomeriggio, Maranghi faceva il suo ingresso in commissione parlamentare per parlare della questione Fiat dove, tradendo le sue origini toscane, aveva modo di definire il piano di pronto soccorso al Lingotto delle banche "una minestra rimpiattata". Insomma, il 10 luglio rischia di passare alla storia come la data in cui i lunghi coltelli della finanza hanno incominciato ad agitare le lame.
Ma al di là del fatto in sé, il tema affrontato al Savini è un classico degli ultimi cinquant'anni: c'è una banca d'affari, blasonata e prestigiosa, che dalla sua fondazione non ha mai voluto "ubbidire" ai suoi azionisti. Enrico Cuccia, il banchiere che la creò staccando un frammento da una costola della Comit e soffiandovi dentro, ne ha fatto il teorema di una vita: le azioni si pesano, non si contano. Ovvero: comandano l'intelligenza e l'autorevolezza, non i soldi. Specie in un capitalismo come quello italiano che di soldi ne ha sempre visti pochini.
Molti pensavano che, dopo la morte del banchiere siciliano, la musica sarebbe cambiata. Così non è stato, nonostante i vari e reiterati tentativi di introdurre un nuovo spartito. Si riteneva che l'erede di Cuccia, il coriaceo Vincenzo Maranghi, fosse molle come il burro. Invece si è rivelato coriaceo almeno quanto il suo maestro. Sta di fatto che, finora, tutte le iniziative per rovesciare i delicati assetti del santuario della finanza si sono rivelate cosa vana. Andrà meglio stavolta?
Tutto dipende dalle forze in campo. E, trattandosi din un centro di potere nevralgico, gli schieramenti sono davvero poderosi. Mediobanca conta sull'appoggio di Salvatore Ligresti, le Fondazioni che governano Unicredito, le Generali su cui è tornata a disporre con un certo agio, più i tradizionali alleati esteri su cui spiccano la Commerzbank e il finanziere bretone Vincent Bolloré. Nonché, tra i politici, della vis polemica del gran picconatore Francesco Cossiga. L'esercito avversario non è da meno: c'è la Banca di Roma, il governatore Fazio, una parte del Sanpaolo-Imi e Banca Intesa. Poi ci sono i neutrali, magari per necessità, come in questo momento la Fiat. O quelli che non sanno più bene da che parte stare, per esempio Cesare Romiti. In tempi normali avremmo sicuramente incluso il presidente della Rcs tra i più stretti alleati di Maranghi. Ma adesso che il delfino di Cuccia vuole rivoltare come un guanto Hdp, la casa madre del Corsera, non è più così sicuro. I poteri forti si muovono a volte come in un frenetico gioco di sponde: oggi stanno con questo, domani con quell'altro.
Romiti, i cui rapporti con Cesare Geronzi solo qualche mese fa erano gelidi, adesso invece cena a tu per tu con il numero uno della Banca di Roma sulla plancia del suo Miotir ormeggiato sulla rada di Ischia. E Carlo Salvatori, che dall'istituto capitolino era uscito sbattendo la porta per poi approdare alla presidenza di Unicredito? Il banchiere di Sora è tra due fuochi: come vice presidente di Mediobanca deve controbilanciare il peso di Geronzi dentro il comitato esecutivo, come Unicredito deve tener conto dell'ira del suo amministratore delegato seccato alquanto dalla vicenda Ferrari.
Insomma, poteva essere un'estate tranquilla dopo che il suo inizio era stato sconvolto dalle vicissitudini Fiat. Invece, alla vigilia di agosto, si complotta per sovvertire niente meno che l'ordine di Mediobanca. Come tutte le trame, anche questa ha una sua strategia: si tiene il titolo costantemente sotto pressione, mossa per altro non difficile visti i disastri che regnano sul mercato. E si ipotizzano nuovi organigrammi di comando dove, sulla poltrona di Maranghi, dovrebbe andare a sedersi Claudio Costamagna, banchiere della Goldman Sachs tra i più apprezzati nella city milanese. Finirà davvero così? L'esperienza del passato insegna che è meglio non sbilanciarsi. Primo perché negli ultimi dieci anni Mediobanca è stata data per morta almeno una mezza dozzina di volte. Secondo perché un simile sconquasso abbisogna di qualche lasciapassare politico di rilievo, che nessuno ha ancora contrpofirmato. Terzo, perché in un sistema industrial-finanziario malato di nanismo, quando scorre troppo sangue non c'è mai un vincitore.
Paolo Madron
Dagospia.com 16 Luglio 2002
Ha proprio ragione Francesco Micheli. D'estate non bisogna mai abbassare la guardia, perché in finanza accadono le cose più clamorose. Parola di chi se ne intende, perché fu proprio lui, nel lontano luglio di 22 anni fa, a iniziare da una cabina telefonica nel porticciolo di San Bonifacio la mirabolante scalata alla Montedison. Che, fatte le debite proporzioni con l'opa lanciata da Roberto Colaninno e dagli audaci padani sulla Telecom, resta pur sempre la madre di tutte le scalate. Adesso che ci sono i telefoni cellulari o le video conferenze, per la verità, tutto sarebbe più semplice. Ma i protagonisti di Piazza Affari, quando devono tessere qualche trama, preferiscono ancora vedersi a quattrocchi, magari comodamente seduti a un tavolo di ristorante. Se possibile, visto che Milano è piccola, sarebbe opportuno non scegliere uno di quelli dove, appena entri, mezz'ora dopo lo sanno tutti i giornali.
E allora come mai, mercoledì scorso, alcuni noti banchieri si sono dati appuntamento al centralissimo Savini per parlare dei destini di Mediobanca? Perché l'occasione non dava adito a sospetti. C'era infatti, come hanno puntualmente riferito le cronache, il pranzo in onore di Peter Woicke, il numero uno della Banca Mondiale invitato a Milano dalla Camera di Commercio. Più istituzionale di così.
Nessuno infatti avrebbe mai potuto sospettare che tra un branzino e un risotto al salto, tra una chiacchiera sul Brasile e una sul debito dei paesi sottosviluppati, Alessandro Profumo, Rainer Masera e Corrado Passera si intrattenessero sul futuro di piazzetta Cuccia. Il cui blitz sulla Ferrari, come è noto, non ha incontrato il loro gradimento. Ed è umanamente comprensibile: a nessuno piace vedersi sfilare l'affare sotto il naso quando già se ne intravede la sospirata conclusione.
Tutto ciò accadeva la mattina dello stesso giorno in cui, nel tardo pomeriggio, Maranghi faceva il suo ingresso in commissione parlamentare per parlare della questione Fiat dove, tradendo le sue origini toscane, aveva modo di definire il piano di pronto soccorso al Lingotto delle banche "una minestra rimpiattata". Insomma, il 10 luglio rischia di passare alla storia come la data in cui i lunghi coltelli della finanza hanno incominciato ad agitare le lame.
Ma al di là del fatto in sé, il tema affrontato al Savini è un classico degli ultimi cinquant'anni: c'è una banca d'affari, blasonata e prestigiosa, che dalla sua fondazione non ha mai voluto "ubbidire" ai suoi azionisti. Enrico Cuccia, il banchiere che la creò staccando un frammento da una costola della Comit e soffiandovi dentro, ne ha fatto il teorema di una vita: le azioni si pesano, non si contano. Ovvero: comandano l'intelligenza e l'autorevolezza, non i soldi. Specie in un capitalismo come quello italiano che di soldi ne ha sempre visti pochini.
Molti pensavano che, dopo la morte del banchiere siciliano, la musica sarebbe cambiata. Così non è stato, nonostante i vari e reiterati tentativi di introdurre un nuovo spartito. Si riteneva che l'erede di Cuccia, il coriaceo Vincenzo Maranghi, fosse molle come il burro. Invece si è rivelato coriaceo almeno quanto il suo maestro. Sta di fatto che, finora, tutte le iniziative per rovesciare i delicati assetti del santuario della finanza si sono rivelate cosa vana. Andrà meglio stavolta?
Tutto dipende dalle forze in campo. E, trattandosi din un centro di potere nevralgico, gli schieramenti sono davvero poderosi. Mediobanca conta sull'appoggio di Salvatore Ligresti, le Fondazioni che governano Unicredito, le Generali su cui è tornata a disporre con un certo agio, più i tradizionali alleati esteri su cui spiccano la Commerzbank e il finanziere bretone Vincent Bolloré. Nonché, tra i politici, della vis polemica del gran picconatore Francesco Cossiga. L'esercito avversario non è da meno: c'è la Banca di Roma, il governatore Fazio, una parte del Sanpaolo-Imi e Banca Intesa. Poi ci sono i neutrali, magari per necessità, come in questo momento la Fiat. O quelli che non sanno più bene da che parte stare, per esempio Cesare Romiti. In tempi normali avremmo sicuramente incluso il presidente della Rcs tra i più stretti alleati di Maranghi. Ma adesso che il delfino di Cuccia vuole rivoltare come un guanto Hdp, la casa madre del Corsera, non è più così sicuro. I poteri forti si muovono a volte come in un frenetico gioco di sponde: oggi stanno con questo, domani con quell'altro.
Romiti, i cui rapporti con Cesare Geronzi solo qualche mese fa erano gelidi, adesso invece cena a tu per tu con il numero uno della Banca di Roma sulla plancia del suo Miotir ormeggiato sulla rada di Ischia. E Carlo Salvatori, che dall'istituto capitolino era uscito sbattendo la porta per poi approdare alla presidenza di Unicredito? Il banchiere di Sora è tra due fuochi: come vice presidente di Mediobanca deve controbilanciare il peso di Geronzi dentro il comitato esecutivo, come Unicredito deve tener conto dell'ira del suo amministratore delegato seccato alquanto dalla vicenda Ferrari.
Insomma, poteva essere un'estate tranquilla dopo che il suo inizio era stato sconvolto dalle vicissitudini Fiat. Invece, alla vigilia di agosto, si complotta per sovvertire niente meno che l'ordine di Mediobanca. Come tutte le trame, anche questa ha una sua strategia: si tiene il titolo costantemente sotto pressione, mossa per altro non difficile visti i disastri che regnano sul mercato. E si ipotizzano nuovi organigrammi di comando dove, sulla poltrona di Maranghi, dovrebbe andare a sedersi Claudio Costamagna, banchiere della Goldman Sachs tra i più apprezzati nella city milanese. Finirà davvero così? L'esperienza del passato insegna che è meglio non sbilanciarsi. Primo perché negli ultimi dieci anni Mediobanca è stata data per morta almeno una mezza dozzina di volte. Secondo perché un simile sconquasso abbisogna di qualche lasciapassare politico di rilievo, che nessuno ha ancora contrpofirmato. Terzo, perché in un sistema industrial-finanziario malato di nanismo, quando scorre troppo sangue non c'è mai un vincitore.
Paolo Madron
Dagospia.com 16 Luglio 2002