apple netflix disney

LA GUERRA DELLA TV ARRIVA IN EUROPA - DISNEY E APPLE SFIDANO NETFLIX, SI MUOVONO ANCHE TIME WARNER-AT&T E COMCAST: TUTTI VANNO ALL'ASSALTO DEGLI ABBONATI DI REED HASTINGS, CHE AMMETTE: ''LA CORSA È PARTITA'' - LA TIPOLOGIA DI CONTENUTI CAMBIA. LE CLIP, I VIDEO BREVI FORMATO YOUTUBE, PERDONO QUOTA (-13%) E ORA VALGONO APPENA IL 10% DEL CONSUMO. GLI EVENTI LIVE (SPORT, MUSICA, NEWS), SONO QUASI RADDOPPIATI (+86%) E VALGONO UN TERZO DEL TOTALE

Stefano Carli per “Affari & Finanza - la Repubblica

BRIAN ROBERTS COMCAST

 

Lo dicono i numeri che quella sul mercato mondiale dei contenuti video per la tv è una vera e propria battaglia di giganti: Disney nel 2019 mette sul tavolo investimenti per quasi 23 miliardi, Comcast per 21, Warner per oltre 14 e Netflix per 12. La posta in gioco sono milioni di abbonati: dagli Usa fino all' Europa, prossimo campo di battaglia.

L' accelerazione si è avuto in ottobre, quando Reed Hastings, fondatore e ceo di Netflix ha sillabato: "The game is on". Cosa volesse dire, quale fosse la partita appena cominciata, lo si è visto subito, quando, in novembre, Netflix ha annunciato che avrebbe smesso di lasciar sottoscrivere abbonamenti tramite la piattaforma Apple. Perché?

 

netflix 2

Per smettere di pagare la cosiddetta Apple Tax, ossa la fee del 15% che la casa della Mela si prende per qualsiasi transazione accada sui suoi iPhone, i suoi iPad e i suoi Mac. Una "tassa" che ha prodotto subito effetti nel mondo della musica (come Affari & Finanza ha raccontato poche settimane fa titolando sulla "Prima guerra mondiale dello streaming"). Mossa a cui dieci giorni fa Tim Cook, ceo di Apple ha risposto lanciando la nuova versione della Apple Tv, scendendo di fatto in un campo di gioco quanto mai affollato ma che rappresenta una grossa fetta di una torta che l' ultimo Entertainment Report di Price Waterhouse Cooper stima, a livello globale, in quasi 2 mila miliardi di dollari. Dentro c' è di tutto: la musica e i film, i concerti dal vivo e gli eventi sportivi in tv, i videogiochi, le serie tv e le news.

 

Non è la prima volta che Apple prova a lanciare la sua tv ma stavolta c' è una differenza. Non è più solo una piattaforma di distribuzione, una sorta di iTunes dei video, ma Cook ha dato prova di voler entrare nel mercato della produzione dei contenuti. Ha già parlato di nomi di grido come Steven Spielberg e Oprah Winfrey, ma soprattutto ha messo sul piatto per questo 2019 un budget di un miliardo da investire in contenuti da produrre o comprare. Certo, un miliardo è poco rispetto ai 12 di Netflix o ai quasi 24 miliardi di Disney. Ma Apple ha altri numeri per far paura ai suoi concorrenti: ha 1,4 miliardi di terminali attivi nel mondo, 900 milioni dei quali sono degli iPhone. Vuol dire che quando lancia un nuovo servizio i risultati arrivano.

reed hastings

 

Ma anche senza l' incognita Apple quello della nuova tv è un settore in pieno fermento. Il fatto è che quella a cui stiamo assistendo è la nuova fase della convergenza tecnologica. I quattro mercati una volta separati delle tlc, di Internet, della tv e del cinema sono oramai di fatto una cosa sola: è la grande fabbrica mondiale dei contenuti e nessuno può starne fuori. Ecco perché in pochi mesi sta cambiando tutto.

 

Disney che ha appena comprato Fox, controlla una streaming tv come Hulu e ne sta per lanciare un' altra, Disney+. Un' altra major, Time Warner, è da poco entrata nell' orbita del gigante telefonico At&t che ne utilizza i contenuti per la sua Hbo Now, la streaming tv che in poco tempo ha assommato negli Usa 7 milioni di utenti. Comcast, un broadcaster di contenuti a pagamento via cavo e via satellite, con circa 20 milioni di abbonati pay tv negli Usa e una streaming tv con 25 milioni di utenti, si è appena comprata in Europa il gruppo Sky, che di abbonati ne ha quasi altrettanti.

 

COMCAST

Il tycoon John Malone, maggior socio singolo del gruppo Discovery, con la sua Liberty Global si è ulteriormente rafforzato nel settore dei contenuti dove era entrato sei anni fa comprando Virgin Media: ha ora preso il controllo del gruppo britannico Itv, che gestisce canali tv e produce contenuti, tanto che ha a sua volta appena acquisito in Italia la Cattleya di Federico Tozzi. Un incrocio di storie, di società e di personaggi degno di una telenovela sudamericana, tanto per restare in tema. Ma che cosa è che ha dato il via a questo grande rimescolamento?

 

Due cose. La prima: l' arrivo di nuovi soggetti accanto alle vecchie tv ha accresciuto la domanda di contenuti pregiati, facendo lievitare i prezzi. La seconda: più costi e più competizione sul versante della vendita di questi contenuti al pubblico degli utenti ha innescato una concorrenza alla conquista di spettatori e avviato il consolidamento del mercato.

 

JOHN MALONE

Solo chi ha grandi numeri può permettersi di partecipare a una guerra che promette di veder scorrere fiumi di denaro. «Chi produce contenuti oggi monetizza subito», spiega un manager del settore. Intanto però anche i comportamenti degli utenti stanno cambiando e si polarizzano attorno ad una tendenza globale: il ritorno alla tv.

 

TIME WARNER

Pochi anni fa si profetizzava la fine della tv a favore di tablet e smartphone. Ecco, non sta andando così. L' ultimo "video Marketplace Report" della società di consulenza Usa Freewheel rileva che se nel 2014 i contenuti digitali si fruivano per il 75% circa sui pc, per il 10% sui tablet e per il 15% sugli smartphone, oggi è tutto il contrario. I tablet sono all' 8%, gli smartphone sono al 20%, i pc al 14%. Il 58% li vede sul "vecchio" schermo tv: il 42% sulle nuove tv connesse, il 16% su apparecchi più vecchi connessi alla rete attraverso i set top box, dai decoder come quelli di Sky alle pennette Hdmi di Chromecast.

 

E anche la tipologia di contenuti cambia. Le clip, i video brevi formato YouTube, per intendersi, perdono quota, hanno perso il 13% l' anno scorso e ora valgono appena il 10% del consumo totale, e il contenuto prevalente sono diventate le news. Gli eventi live (sport, musica, news), sono quasi raddoppiati (+86%) e valgono un terzo del totale. Il 56% vede contenuti lunghi, film o episodi interi di serie tv, e sono cresciuti in un anno del 24%. La guerra insomma la si vince o la si perde in salotto, e con immagini di alta qualità.

 

netflix

Lo sanno bene anche le telco che sono della partita perché la tv via streaming può rivitalizzare le bollette telefoniche e giustifica gli investimenti sulla fibra e, tra un paio d' anni, quelli sulla seconda fase delle reti mobili 5G (la prima fase, quella attuale, specie in Usa, è un potenziamento delle reti mobili attuali). Anche in Italia, per esempio, è attraverso i set-top-box di Tim Vision o di Vodafone Tv che le app di Netflix o di Amazon, di Dazn o di Chili entrano nelle case anche dove non ci sono tv connesse.

 

È alla luce di questi numeri che vanno capite le strategie dei campioni in campo, a partire da Netflix. Le loro mosse dicono in sostanza che oggi la guerra è alla conquista di abbonati e che il mercato Usa, da questo punto di vista, è quasi vicino alla saturazione. E che quindi i nuovi contratti, fonte dei ricavi, vanno cercati dove c' è ancora spazio: in Europa. E per riuscirci bisogna creare contenuti adatti al mercato europeo. «I contenuti sono il nuovo petrolio spiega Tarak Ben Ammar, che sta a sua volta affiancando al business delle tv (Sportitalia da noi, Nessma Tv nell' Africa Mediterranea) sempre più produzione e distribuzione di contenuti con la sua Eagle, con cui si èanche di recente associato alla società che ha rilevato gli asset Usa del gruppo Weinstein, travolto dalle vicende del MeToo.

 

reed hastings 3

«La competizione tra i giganti del mondo media sembra una partita tutta americana, che mette fuori gioco noi europei - spiega Ben Ammar - Oramai è tardi per noi per competere con nostre piattaforme, ma sui contenuti no.

Il 63% del catalogo di Netflix è fatto di contenuti prodotti da altri.

Loro hanno bisogno dei nostri contenuti se vogliono conquistare utenti in un mercato come quello europeo che vale 360 milioni di persone».

 

È la saturazione del mercato Usa, insomma, a dettare le strategie. Netflix stessa cresce quasi solo fuori degli Usa. Mercato facile da aggredire visto in media, prima di Netflix, vedere la tv comportava un costo mensile attorno ai 200 dollari, a fronte di un' offerta abbastanza ridotta. Ora, dietro i 60 milioni di abbonati Netflix ce ne sono altri 50 divisi a metà tra Hulu e Comcast. Hbo Now, la streaming tv del gruppo Time Warner, cui si devono successi che vanno da Sex and the City a Game of Thrones, ne ha 7 milioni.

E su tutti aleggia l' incertezza sul numero mai rivelato da Amazon di quanti tra i 96 milioni di abbonati Amazon Prime abbiano attivato la modalità video.

 

A costi attorno ai 10 dollari al mese gli americani si sono attestati su una media di tre abbonamenti a famiglia, con le prime tre piattaforme che hanno oggi una quota di mercato cumulata del 90%.

 

youtube

Sarà arduo per i nuovi entranti farsi spazio. ma se si chiamano Disney - e questa sarebbe al momento la maggior paura di Hastings potrebbero far molto male. Magari innescando una guerra di prezzi, un po' come nella telefonia mobile in Italia. Oggi dall' idea di un film o di una serie, al lancio sul mercato alle major servono solo 20 mesi e poi, con la vendita dei diritti monetizzano subito. Quanti mesi ci metterebbero a rientrare di un investimento a 10 dollari al mese o poco più?

 

La stessa Netflix ha appena ritoccato in su i suoi prezzi. Ma gli altri li abbassano: l' entry level di Hulu è a 6 dollari al mese. Per questo c' è chi inizia a pensare che dietro l' ingresso in massa delle major e delle telco nel settore ci sia anche un vero e proprio assedio al parco abbonati di Netflix: l' ipotesi è che il modello di business di Netfix, solo film e serie tv, senza sport, senza eventi live, alla lunga non regga e non possa che finire come Aol, America Online, che ai tempi della bolla Internet arrivò a comprare Time Warner, ma poi dovette rivenderla e oggi ne è una piccola sussidiaria. Difficile, certo, non impossibile. Ma, come dice Hastings, la partita è appena cominciata.

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