L’ITALIA VUOLE SEGARE LE GAMBE A QUEL CONFLITTI DI INTERESSI CHE SONO LE AGENZIE DI RATING (PRIMA CHE LO FACCIANO LORO A NOI)

1 - "TOGLIAMO IL RATING AI PRIVATI SERVONO AGENZIE IMPARZIALI" ECCO L'IDEA DELL'ITALIA PER IL G20
Federico Fubini per "la Repubblica"

Non sarà semplice, anche ammesso che l'esecutivo sopravviva al terremoto di queste ore. Molti nelle istituzioni si sono convinti che S&P o Moody's, declassando in serie i paesi in recessione e con debiti crescenti, cerchino di ricostruire una credibilità incrinatasi quando le agenzie chiusero gli occhi sulla bolla subprime o sul crac di Lehman Brothers. Esiste però anche un altro risvolto: il fattore tempo sta diventando importante, perché nuovi tagli al giudizio sul debito italiano possono diventare l'innesco di una richiesta d'aiuto del governo a Bruxelles, a Francoforte o al Fmi.

Non che tutto questo stia increspando troppo la superficie. Una delle settimane più convulse nella storia recente del paese si è chiusa con dati di mercato che fanno apparire l'Italia quasi normale. Lo spread, lo scarto fra i Btp a dieci anni e i Bund tedeschi, è sui minimi da due mesi.

E il rendimento di un titolo del Tesoro a cinque anni è sceso al 3,1%, poco sopra al livello del bond governativo Usa a dieci anni che venerdì viaggiava al 2,6%. La lancetta dei mercati segna febbre bassa, eppure ciò non impedisce che la tensione sulla tenuta dell'Italia continui a correre in modo meno visibile: più nelle sale riunioni del governo o delle istituzioni internazionali, che in quelle operative delle banche d'affari. In particolare in questi giorni il Tesoro studia un'iniziativa per provare a disinnescare l'impatto che un nuovo declassamento del rating provocherebbe.

I primi sondaggi con la Bce sono già iniziati in modo del tutto informale. In parallelo, il governo studia la proposta che si pensa di portare al prossimo vertice del G20, a inizio settembre a San Pietroburgo, e al Financial Stability Board: l'idea di base è rimpiazzare le grandi agenzie di rating private, come Moody's e S&P, con un sistema di valutazioni del rischio d'insolvenza sui titoli di Stato che sia gestito da organismi pubblici come l'Ocse o la Banca dei regolamenti internazionali di Basilea.

Le discussioni per ora sono puramente tecniche, ma tutti hanno chiara la posta in gioco politica. Se declassata di nuovo sul rating, l'Italia può trovarsi costretta ad accettare un prestito e un piano di aggiustamento monitorato da Bruxelles, dalla Bce e dal Fmi: la cosiddetta troika. Non è una prospettiva imminente, ma già oggi le banche italiane sono a un soffio dal veder peggiorare le condizioni a cui si finanziano presso la Bce.

Le operazioni con Francoforte sono il polmone finanziario del paese, ma l'Eurotower di recente è diventata più prudente nell'accettare in garanzia, a fronte dei propri prestiti, dei titoli di Stato con un rating troppo basso. Il rating infatti è un giudizio sulla capacità di un debitore di rimborsare i bond, cioè di onorare i suoi debiti.

Il valore dei Btp come garanzia a fronte di un prestito di Francoforte sarebbe già tagliato fino all'8,5%, riducendo dunque i fondi disponibili per le banche, non fosse che per una piccola e poco nota agenzia di rating canadese che tiene l'Italia in gioco: si chiama Dbrs e qualora si allineasse a Moody's e S&P, che hanno su Roma un giudizio peggiore, le banche subirebbero la prima sforbiciata.

Non tutti gli istituti l'assorbirebbero facilmente. Questo però è solo il rischio minore. Quello più serio è che un nuovo, doppio declassamento da parte di Moody's e S&P tagli fuori l'Italia dai fondi della Bce.

La banca centrale infatti accetta in garanzia titoli con rating «spazzatura» solo se il governo che li emette prende misure per garantire di essere solvibile: con l'Irlanda, la condizione dell'Eurotower fu che il governo accettasse un programma della troika. E oggi sia Moody's che S&P hanno rating sull'Italia a due soli gradini dal livello «spazzatura» («noninvestment grade»), entrambi con «prospettive negative» e dunque la minaccia di un nuovo taglio.

Uno scenario del genere fa da sfondo ai colloqui di queste settimane con l'Eurotower e alle proposte che l'Italia vuole portare al G20. Quando a luglio S&P declassò l'Italia a «BBB», Fabrizio Saccomanni contestò la logica dell'agenzia americana. Secondo il ministro dell'Economia i rating «unsolicited», non richiesti, servono all'agenzia soprattutto per aumentare la propria visibilità e dunque l'influenza e il giro d'affari.

Chiunque abbia ragione, l'esperienza parla comunque chiaro: chi si trova dov'è oggi l'Italia, statisticamente ha una probabilità significativa di essere declassato a livello «spazzatura» in pochi anni. E ne ha una del 7,5% di fare default nel giro di un decennio. Che il governo concordi o no con le agenzie di rating, non può dunque più ignorarle.

Di qui l'idea italiana di un'iniziativa europea per disinnescare Moody's e S&P e affidarsi ai rating di organismi internazionali. La speranza dell'Italia è che l'Eurotower sollevi il tema alla Bri, il club delle grandi banche centrali del pianeta.

Non è chiaro che Mario Draghi, indipendente nelle sue vesti di presidente della Bce, voglia entrare in questa partita: non ora, non sul caso del suo paese d'origine in pieno stallo politico e senza riforme. Più plausibile forse che al G20 l'Italia trovi il sostegno dall'amministrazione Usa, che ha già fatto causa a S&P, chiedendole cinque miliardi di dollari per le promozioni facili emesse dietro compenso in piena bolla subprime.

Magari a molti la mossa italiana sembrerà un tentativo di cambiare l'arbitro quando si sta perdendo la partita. Ma un paese che non privatizza, non riduce la spesa e non si autoriforma per crescere, a quanto pare, non ha molta altra scelta.

2 - ALLEN SINAI: "TROPPI CONFLITTI D'INTERESSE PER MOODY'S E S&P"
Eugenio Occorsio per "la Repubblica"

«Il meccanismo del rating va riformato ma per ora l'esistenza delle agenzie resta indispensabile. Serve qualcuno "terzo" e indipendente che con chiarezza orienti gli investitori nel mercato delle offerte globali. E' un'esigenza di trasparenza: non si può dipendere solo dalle dichiarazioni di chi i titoli li emette.

Per ora però questo "qualcuno" non è ancora stato identificato, e così le agenzie sono un male necessario ». Allen Sinai, veterano di Wall Street, oggi a capo del think-tank Decision Economics dopo esser stato economista di importanti banche, consulente della Fed e consigliere di Clinton e Bush senior, invita a risolvere con urgenza il problema del rating.

«La questione è il conflitto d'interessi. Le agenzie stesse sono quotate in Borsa, Moody's ha Warren Buffett quale principale azionista e S&P fa parte di una conglomerata diversificata come McGraw Hill. Si può ipotizzare che orientino i giudizi a seconda delle loro esigenze di investimento, oppure di chi le paga di più perché il rating come sapete si paga. Devono fare un bilancio trimestrale, rispondere agli azionisti: non sto accusando nessuno, però la possibilità teorica esiste. Ed è sufficiente perché questi odiosi sospetti siano dissipati e la situazione cambi».

Quale le sembra, fra le varie proposte in gioco, quella più plausibile?
«Neanche qui in America le agenzie hanno buona stampa, specie da quando S&P declassò il debito Usa nel 2011. Ora il governo di Washington l'ha denunciata per 5 miliardi di dollari per responsabilità nella crisi finanziaria. Tutto ciò rafforza chi chiede
un'agenzia "popolare": un organismo dove i cittadini sono gli azionisti e gli analisti sono pubblici dipendenti, come la Fed o la Sec.

E' un'idea che condivido, ma che incontra serie difficoltà politiche: temo che non se ne farà nulla, di certo non in questa legislatura ma probabilmente neanche in futuro. C'è poi chi ipotizza un aggancio all'Fmi, che però è un lender of last resort per il terzo mondo e quindi esposto anch'esso a conflitti. Di sicuro non si può lasciare il rating alle banche d'investimenti».

Ma l'eventuale agenzia "modello Fed" emetterebbe anche i rating per gli altri Paesi?
«Sì. In fondo anche le agenzie attuali sono americane, e tanti fondi Usa detengono titoli per esempio italiani. E' un lavoro difficile: un downgrading su un debito sovrano, se non è emesso nei tempi giusti come purtroppo accade spesso, aggrava ancor più la situazione del Paese. In Italia lo sapete benissimo, come in tutta l'area euro.

Questo però chiama in causa la Bce, che sta facendo troppo poco per garantire la solidità della valuta e quindi dei debiti sovrani. E' passato un anno da quando Draghi lanciò le sue rassicurazioni a Londra: faremo tutto quello che è necessario per difendere l'euro.

La speculazione si è calmata, ma di misure se ne sono viste poche e così la recessione si allarga. Parlo di un ruolo più deciso per l'unione bancaria o di provvedimenti tipo
quantitative easing americano, che tra l'altro sta per finire: la Germania si oppone ma non è vero che servirebbero cambi di statuto. Risultato, anche l'economia di Berlino rallenta. Tutto questo può avere risultati rovinosi: se la crisi continua, ne farà le spese l'euro non ci sarà speranza di salvarlo».

 

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