procuratore milano viola procura milano luigi lovaglio - francesco gaetano caltagirone - giancarlo giorgetti - milleri - alberto nagel - philippe donnet mediobanca mps giorgia meloni

DAGOREPORT - SDENG! ANCHE IL ‘’SOVRANISMO BANCARIO’’ È FINITO NEL CESTINO DELLE CAZZATE DELL’ARMATA BRANCA-MELONI – A CANCELLARE IL DISEGNO DEL ‘GRANDE POLO DEL RISPARMIO TRICOLORE', A CAVALLO DI CALTAGIRONE & C., OBIETTIVO GLI 800 MILIARDI DI GENERALI, CI HANNO PENSATO IN TANTI: DALLE PERPLESSITÀ DI BCE ALLA CONTRARIETÀ DEI FONDI INTERNAZIONALI PER LA LEGGE CAPITALI (RIVELATASI UN BOOMERANG PER CALTA CHE L’AVEVA ISPIRATA) - MA IL RIBALTONE NON SAREBBE AVVENUTO SENZA L’ENTRATA IN CAMPO DELLA PROCURA DI MILANO - L’ISCRIZIONE NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI DI CALTA-MILLERI-LOVAGLIO PER PRESUNTO “CONCERTO OCCULTO” SULLA SCALATA DI MEDIOBANCA, IN DUPLEX CON LA BIZZARRA VENDITA “OVERNIGHT” DEL 15% DI MPS DA PARTE DEL TESORO DI GIORGETTI, E' STATO IL PRIMO SEGNALE DI ALLARME PER I GENI DI PALAZZO CHIGI PER I POSSIBILI (E AMARI) STRASCICHI GIUDIZIARI - MA LA GOCCIA CHE HA FATTO INFINE TRABOCCARE IL VASO, SPINGENDO MELONI, DELFIN E BPM AD ABBANDONARE AL SUO DESTINO L’EX ALLEATO CALTARICCONE, È STATA LA VITTORIA DEL “NO” AL REFERENDUM, SENZA LA QUALE L’INCHIESTA DELLA PROCURA DI MILANO CHISSA' IN QUALE CASSETTO SAREBBE FINITA...

giovanbattista fazzolari e giorgia meloni

DAGOREPORT

Vi ricordate? Era il 26 gennaio 2025 quando l’allora invincibile Meloni, in missione dall’Arabia Saudita, trova il tempo per annunciare alla Nazione, come la chiama lei, di aver aperto un nuovo fronte, quello del “sovranismo bancario”, per fermare l’ingresso dei francesi di Natixis nel risparmio gestito di Assicurazioni Generali (del valore di 800 miliardi).

  

Al top dell’enfasi, con il tricolore che sventola al vento, strepita: “L’operazione Mps-Mediobanca dovrebbe rendere tutti quanti orgogliosi. Se dovesse andare in porto parleremo della nascita di quel terzo polo bancario che potrebbe avere un ruolo importante nella messa in sicurezza del risparmio degli italiani… perché di lì (Generali), passa la sovranità nazionale”.

 

Lovaglio, Nagel, Caltagirone, Milleri

Un mese dopo, febbraio 2025, un retroscena (si fa per dire) di Verderami sul ‘’Corriere della Sera’’ riferisce che, in un vertice di governo, Lady Giorgia di nuovo sottolinea che l’operazione Mps del trio Caltagirone-Milleri-Lovaglio per acquisire il 13% di Generali in pancia a Mediobanca necessario per catturare il Leone di Trieste era “la partita più importante della legislatura, perché di lì passa il principio stesso di sovranità nazionale”.

 

Un anno dopo (febbraio 2026), in un’intervista a Bloomberg, la premier Meloni, rispondendo anche su Generali, ribatte su “L’importanza strategica del risparmio nazionale’’, definisce gli italiani ‘’Un popolo di risparmiatori’’ e spiega che la gestione di questi risparmi è “un asset fondamentale della ricchezza che si produce qui”.

 

LUIGI LOVAGLIO FRANCESCO MILLERI GAETANO CALTAGIRONE GENERALI

Nella stessa intervista afferma che “è importante che tali risorse possano essere investite per contribuire a rafforzare l’economia italiana”, ribadendo la preferenza politica per un impiego domestico del risparmio rispetto a soluzioni che lo spostino nelle mani dei francesi del detestato Macron…

 

E arriviamo al clamoroso ribaltone di mercoledì scorso quando all’assemblea di Mps la lista Plt Holding di Tortora con il resuscitato Lovaglio, partita con la misera quota dell'1%,, supera la Lista del Cda di Nicola Maione, sostenuta da Caltagirone e i suoi alleati, grazie a due grandi colpi di scena.

roberto pellicano pierantonio zanettin marcello viola commissione banche al senato foto lapresse

 

Prima il duo Tortora-Lovaglio si accaparra il favore del primo azionista con il 17%, la Delfin della famiglia Del Vecchio guidata da Milleri, poi incassa il voto che fa la differenza e incorona di nuovo Ceo di Mps Luigi Lovaglio, quello di Banco Bpm gestito da Giuseppe Castagna, che detiene il 3,74%, mettendo così nel sacco i sogni di Caltagirone di nominare Fabrizio Palermo.

 

Va detto che la frattura con il suo compagno indagato Lovaglio da parte di Caltariccone, culminata il 4 marzo con il licenziamento del baffuto manager deciso dal Cda, ma senza la partecipazione, non a caso, di Barbara Tadolini, consigliere di Mps indicata da Delfin, ha origine dal piano industriale predisposto dal banchiere lucano che prevede la fusione Mps-Mediobanca. Atto del tutto inaccettabile per l’83enne editore del “Messaggero” che vuole sovrintendere lui, attraverso l’ad di Piazzetta Cuccia, il sodale Melzi d’Eril, sull’uso del tesoretto del 13% di Generali.

giuseppe castagna - banco bpm

 

In barba a coloro che scommettevano sull’astensione di Delfin e Banco Bpm al Palio bancario di Siena, che cosa è cambiato per innescare un così inatteso, e clamoroso, strappo con il loro alleato de’ noantri?

 

Certo, rilevanti sono stati molti fattori: dalle perplessità di Bce, organo europeo di vigilanza bancaria, alla contrarietà dei grandi fondi internazionali per la Legge Capitali (rivelatasi un boomerang per Calta che se l’era inventata).

 

francesco gaetano caltagirone - ILLUSTRAZIONE DI FRANCESCO FRANK FEDERIGHI PER IL FATTO QUOTIDIANO

Fattori importanti, ma non decisivi per il cambio di rotta: il clima politico intorno alla banca senese è cambiato con l’entrata in campo della Procura di Milano, a cui si è aggiunto il colpo del kappao del 23 marzo con la batosta presa dalla maggioranza al referendum sulla giustizia.

 

Intanto, l’iscrizione nel registro degli indagati del trio Calta-Milleri-Lovaglio per presunto “concerto occulto” sulla scalata di Mediobanca, in duplex con la bizzarra vendita “overnight” del 15% di Mps da parte del Mef di Giorgetti, aveva già mandato in tilt gli otoliti dei geni di Palazzo Chigi per i possibili (e amari) strascichi giudiziari.

 

Già il 27 febbraio scorso la Statista della Garbatella sorprende tutti annunciando in un’intervista la messa in soffitta del “terzo polo bancario” italiano: ‘’Il ruolo del governo in Mps è finito’’, aggiungendo che il Mef di Giorgetti non avrebbe partecipato al rinnovo del Cda con la sua quota del 4,9%.

 

A far traboccare definitivamente il vaso del “sovranismo bancario”, è arrivata la goccia pesantissima della sconfitta del governo Meloni al referendum del 23 marzo: “Senza la vittoria del “no” alla consultazione sulla separazione delle carriere, (l’inchiesta della Procura) si sarebbe ammosciata”, scrive Sergio Luciano su “Economy''.

giancarlo giorgetti funerale umberto bossi foto lapresse

 

A quel punto, si è fatto definitivo il doppio "vaffa" di Milleri (Delfin) e di Castagna (Bpm) al loro ex alleato romano che fino all’ultimo aveva rispedito al mittente i suggerimenti di Palazzo Chigi di fare a meno di mettere in campo il bravo ma Calta-bollinato, Fabrizio Palermo. “E’ la mia battaglia”, aveva troncato, in soldoni, l’indomabile Calta.

 

Per quanto poi riguarda lo strappo di Banco Bpm va aggiunto che nel corso degli anni il Ceo Giuseppe Castagna non ha mai digerito (eufemismo) l’attitudine dell’ex palazzinaro romano di mettersi a capotavola e di scegliere il menù. Del resto, prima ancora di Siena, Castagna aveva rispedito indietro i tentativi di Calta di entrare in Bpm.

 

all armi siam banchieri servizio di report su mps mediobanca 2

In questo vuoto di affinità elettive, Castagna è sempre stato appoggiato dal tutor dell’ex popolare di Milano, il ministro varesotto-leghista del Tesoro Giancarlo Giorgetti, che all’epoca già non gradì il decreto legge Capitali, ispirato da Calta e portato in parlamento dai fratellini di Fazzolari, ed oggi se la ride sotto i baffi della ritirata con la coda tra le gambe dei “Camerati d’Italia’’.

 

SE IL MERCATO BATTE (ANCORA) LA POLITICA 

Raffaele Ricciardi per “la Repubblica” 

ARTICOLO DI THE ECONOMIST SULL OPERAZIONE MPS - MEDIOBANCA

 

‘’Certo era l'esito meno probabile, ma non inatteso visto il fronte che è andato creandosi negli ultimi giorni in favore della lista di Lovaglio. E, forse, una crescente disaffezione della Delfin nei confronti della manovra volta a creare il polo del risparmio italiano con Mediobanca a Generali». 

 

Salvatore Rossi, economista ed ex dg di Bankitalia, l'esito senese mette in dubbio quella manovra? 

«Il progetto di una piena fusione tra Montepaschi e Mediobanca è stato fortemente voluto da Lovaglio e andrà avanti. Cosa implichi per il pacchetto di Generali non è certo: se prima sembrava segnata anche la sorte di Trieste, che sarebbe caduta nelle mani dei nuovi azionisti di Mediobanca, ora la separazione dei grandi soci di Siena muta la prospettiva. D'altra parte, il disegno del governo per il ‘grande polo del risparmio tricolore' non mi ha mai convinto…»

 

In che senso? 

salvatore rossi foto di bacco (1)

«Il risparmio è di noi tutti e necessita di essere investito in attività redditizie e, soprattutto, di essere in mani ‘sicure': che siano nazionali o internazionali, al risparmiatore interessa il giusto. Il ‘sovranismo finanziario' non ha molta razionalità economica». 

 

Da ieri sera il sistema bancario italiano è più instabile o si è fatta chiarezza? 

«In una condizione lineare, ci aspettiamo che la lista proposta dal cda prevalga. Se non è così, significa che siamo in presenza di un elemento di turbativa. L'intera vicenda del Montepaschi è stata turbolenta e oscura. Visto che gli investitori istituzionali ‘votano' per la stabilità - e in casi notevoli come Blackrock e Norges hanno optato per la lista Lovaglio – il messaggio forte che hanno recapitato è che quella era la scelta per la stabilità». 

LUIGI LOVAGLIO MONTE DEI PASCHI DI SIENA

 

È stato un banco di prova per la legge Capitali: quale lezione? 

«C'è un aspetto buffo in questa vicenda. La legge Capitali contiene la norma, molto contestata, secondo cui la lista del consiglio è soggetta a doppia votazione: prima di lista e poi nome per nome. Tanto che il dubbio si concentrava su questo secondo passaggio, alla luce delle perplessità di alcuni investitori esteri sulla composizione della lista del cda e in particolare sull'indicazione dell'ad. Lovaglio non ha avuto bisogno di una seconda votazione. È una nemesi per chi ha voluto quella norma». 

PHILIPPE DONNET GENERALI

 

Un ruolo sull'esito l'ha giocato, allora, la scelta dei nomi? 

«L'indicazione dell'ad che ha sollevato perplessità in alcuni azionisti, può avere giocato un ruolo. Ma il fattore determinante è stata la separazione delle strade dei due grandi azionisti, Delfin e Caltagirone, dopo che per lungo tempo erano state parallele. Al punto da arrivare all'accusa formale di intesa occulta da parte della Procura di Milano. È tutta da dimostrare, ma se mai c'è stata, ora non c'è più». 

 

fondo blackrock

Il supporto del Banco Bpm per l'ad uscente indica una via del terzo polo? 

«Sono alchimie alle quali sono estraneo: può darsi che il Banco Bpm faccia questo calcolo, ma bisogna considerare il ruolo dei francesi di Crédit Agricole che lì si apprestano a contare molto. Tutto questo è però futuribile». 

 

Che peso ha avuto la Bce? 

«Non è un mistero che abbia avuto interlocuzioni preliminari e abbia espresso qualche perplessità dal punto di vista dell'applicazione della normativa sul ‘fit and proper'. 

 

norges bank

Non essendo state recepite nella definizione della lista del cda, avrebbe agito ex post con una valutazione non semplice. Tutto questo può essere entrato nelle ponderazioni di Delfin e di chi ha votato per Lovaglio». 

 

E la politica? Il Mef non si è presentato in assemblea…

«Non si possono escludere pressioni e interferenze, fino all'anno scorso. Poi, magari anche per le critiche ricevute, l'impressione è che, negli ultimi tempi, la maggioranza si sia un po' tirata indietro e nelle ultime battute abbia giocato un ruolo relativo». 

 

monte dei paschi di siena

In sintesi, come ne esce il sistema italiano agli occhi del mercato internazionale? 

«Non benissimo. Sono vicende agitate che non piacciono a chi fa finanza professionalmente, soprattutto gli operatori di matrice anglo-americana, che sono i soggetti prevalenti. Tutte le volte che c'è qualche "pasticcio", i grandi investitori alzano il sopracciglio. Il paradosso è che si è verificato proprio mentre la legge Capitali voleva semplificare e rendere le regole di governance italiane più friendly. Ancora non ci siamo». 

 

 

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