LAS VEGAS NON È PIÙ QUELLA DI UNA VOLTA – LA “SIN CITY” CON I SUOI CASINÒ, GLI SHOW FARAONICI E LE LUCI SFAVILLANTI, NEGLI ULTIMI 18 MESI HA VISTO UN CROLLO DEI VISITATORI (-7,5%). MA COME IL RESTO DEGLI STATI UNITI, LA CRISI È SOLO PER LA PARTE BASSA DELLA POPOLAZIONE: SE UNA VOLTA ERA UNA CITTÀ ABBORDABILE PER TUTTI, ORA SI RIVOLGE SEMPRE PIÙ AI SUPER-RICCHI, CHE BAZZICANO IL BELLAGIO E IL CAESARS PALACE PER I GRANDI EVENTI, COME LA FORMULA 1, CHE RENDE UN INFERNO LA MITICA STRIP – ALLE ELEZIONI DI MIDTERM IL NEVADA, NEL 2024 CONQUISTATO DA TRUMP, TORNA CONTENDIBILE...
Estratto dell’articolo di Anna Lombardi per “la Repubblica”
Quel che accade a Las Vegas resta a Las Vegas» è uno dei motti più amati dagli americani. Oggi non è più così: quel che accade qui, riguarda tutti gli Stati Uniti. Il motore della capitale del divertimento è inceppato: e "Sin City", la città del peccato, da sempre indicatore economico sfavillante, è diventata lo specchio del malessere economico dell'America intera.
Dietro gli hotel sfarzosi, le convention e i mega show, i lavoratori del settore ospitalità, che tengono a galla la città, sono sull'orlo del baratro. Impoveriti dal rallentamento del turismo, attribuito all'aumento dei costi di beni e carburante a causa dai dazi imposti dall'amministrazione Trump e dalla guerra in Iran.
Negli ultimi 18 mesi Las Vegas ha registrato 3,1 milioni di visitatori in meno, un calo del 7,5%: il crollo maggiore (pandemia esclusa) da quando nel 1970, la Las Vegas Convention and Visitors Authority ha iniziato a raccogliere i dati sulle presenze.
Una perdita stimata in 4,3 miliardi di dollari, che ha portato anche la disoccupazione a uno dei livelli nazionali più alti, il 5,1 per cento. Disperazione che è evidente già attraversando la mitica Strip, dove tanti ti chiedono un dollaro: il numero di senzatetto ha raggiunto il picco massimo dalla recessione (la crisi 2008-2009): ce ne sono oltre 10mila, secondo il Dipartimento per lo sviluppo urbano, il nono numero più alto a livello nazionale.
L'antica opulenza del Nevada si sta trasformando dunque in una sfida per la sopravvivenza, lo Stato è passato dall'attivo di 51 miliardi di dollari registrato nel 2019 a un passivo da 70 miliardi sotto l'attuale amministrazione repubblicana.
Non a caso il "Silver State", che dal 2004 votava sempre dem, salvo essere conquistato da Trump nel 2024, torna competitivo. Quest'anno qui non si vota per il Senato: ma sono cruciali due seggi alla Camera che i repubblicani devono vincere a ogni costo per mantenere la maggioranza. E l'attenzione è pure sulla sfida per la poltrona di governatore: l'uscente repubblicano Joe Lombardo, ex sceriffo appoggiato da Trump, fa campagna sulla sicurezza, il rivale democratico Aaron Ford, attuale procuratore generale, parla del costo proibitivo della vita. Nei sondaggi sono testa a testa, il dem al 45 e il rep al 44.
«Il turismo è crollato anche per un motivo inaspettato», racconta Marta Soligo, prof bergamasca che insegna Sociologia del Turismo alla University of Nevada, sede di Las Vegas, accompagnandoci a fare il giro del campus. «In città venivano molti messicani e canadesi, rappresentavano il 17% delle presenze. I primi, disertano scioccati dalle politiche migratorie. I secondi, per le offese di Trump che vuol fare del Canada la 51esima stella: tanto che la sindaca dem Shelley Berkley ha creato campagne promozionali "Canadian friendly"».
[...] «Se la città è ancora illuminata, è perché i neon ora funzionano con gli impianti solari.
Altrimenti, saremmo al buio», confida Tony Spica, 44 anni, facchino in un resort sulla Strip e padre di tre figli, mentre racconta la fatica di arrivare a fine mese: «Il crollo turistico pesa sulle mance», voce di guadagno primaria per i lavoratori, che pure qui sono molto sindacalizzati e rappresentati dal Culinary Workers Union Local 226. Tanto che Trump le ha detassate, come ha ripetuto qui il mese scorso facendo campagna: «Ma se le mance calano, il vantaggio si annulla. Nonostante la detassazione, guadagno meno di prima. Purtroppo quelli come me, che mandano avanti Las Vegas, sono stati dimenticati», dice Spica.
La realtà è più complessa: come il resto d'America, Las Vegas è oggi una città a due velocità. Arrivano ancora (ma molto meno) i super ricchi coi jet privati, a farsi vedere nei locali esclusivi. Per la gioia dei proprietari, c'è gente come Derek Stevens che al Washington Post dice: «Vegas non è morta. Girano un sacco di soldi. Solo che le nostre puntate sono alte, e gli sfigati si sentono messi da parte».
MIRAGE HOTEL AND CASINO LAS VEGAS
Parco giochi per pochi, dunque, in un Paese dove il gap economico è sempre più profondo: «Un tempo era il paradiso dei "comps", gli omaggi (dai cocktail alle stanze) che venivano offerti ai giocatori d'azzardo per attirarli in città», racconta Soligo. «Oggi, invece, costa moltissimo: dai parcheggi alle stanze. La città era frequentata perché abbordabile, ora sopravvive su grandi eventi che il turista medio non può permettersi, come la Formula 1».
Già, per l'occasione, hanno alzato gli spalti per i vip, proprio davanti alla celebre fontana di Bellagio: negando al grande pubblico pure uno dei pochi spettacoli gratis della città, gli spettacolari giochi d'acqua. «Alcuni dicono che quando l'America ha il raffreddore, noi prendiamo l'influenza. Purtroppo, in questo momento, abbiamo la polmonite», ripete Ford nei comizi. E chissà se le elezioni saranno la cura.
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