SENTI COME POMPA L’AMERICA - GRAZIE ALLO “SHALE OIL” GLI USA DIVENTERANNO IL PRIMO PRODUTTORE DI PETROLIO ENTRO IL 2020. E I PAESI DELL’OPEC RISCHIANO UNA CRISI MAI VISTA

Sissi Bellomo per “Il Sole 24 Ore

 

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Nel braccio di ferro tra Opec e "frackers" americani, entrambi impegnati a resistere al crollo delle quotazioni del greggio, potrebbero prevalere questi ultimi. A temerlo è la stessa Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, che nelle sue nuove previsioni di medio-lungo termine vede crescere ancora per molti anni la produzione di shale oil: un successo – e una longevità – che finiranno col ridurre la sua quota di mercato ad appena 28,2 milioni di barili al giorno nel giro di un paio d'anni, 1,8 mbg in meno rispetto all'attuale tetto produttivo, per mantenerla sotto 30 mbg almeno fino al 2020, anche in presenza di una domanda in crescita di 1 mbg in media all'anno.

 

Solo alla fine del decennio infatti, secondo l'Opec, gli Usa raggiungeranno il picco della produzione, a un livello mai raggiunto da nessuno al mondo: 13 mbg, di cui circa un terzo di shale.

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Il crollo del petrolio – che ha perso circa un terzo del valore da giugno – sta intanto facendo scricchiolare l'economia di molti paesi produttori (Opec e non), ma non sembra spaventare i maggiori operatori dello shale oil statunitense, che anziché ritrarsi di fronte alla presunta sfida lanciata dai sauditi, diffondono annunci spavaldi sulla propria capacità di abbattere i costi e addirittura accelerare, invece che rallentare, le estrazioni di greggio.

 

Il guanto di sfida viene insomma rilanciato all'Opec: ci pensino loro a tagliare la produzione il 27 novembre, quando si vedranno a Vienna, proprio mentre gli americani si siederanno a tavola per gustare il tacchino del Ringraziamento.

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Harold Hamm, fondatore e ceo di Continental Resources – il maggior produttore nell'area di Bakken , in North Dakota – è talmente sicuro di farcela da aver chiuso tutte le operazioni di hedging durante il terzo trimestre: una gigantesca scommessa, che ha fruttato 433 milioni di dollari alla società, ma che la lascia completamente esposta al rischio di un'eventuale ulteriore ribasso del prezzo del barile.

 

Hamm è convinto che l'Opec voglia rallentare il boom petrolifero americano, ma prevede che il prossimo vertice dell'Organizzazione sarà «una rivelazione» per il mercato e che il petrolio risalirà nel breve termine oltre 90 dollari. Continental tornerà a coprirsi dai rischi solo una volta tornati a quota 100 dollari.

 

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Eog Resources ha intanto affermato che a Eagle Ford (Texas) riuscirebbe ad avere una redditività del 10% anche colo petrolio a 40 dollari. Mentre Chesapeake Energy ha appena alzato il target di produzione dello 0,7% (a 700mila bg) dopo aver abbattuto del 10-13% i costi nelle sue migliori "shale plays", a Marcellus in Pennsylvania e a Eagle Ford.

 

È l'Arabia Saudita, secondo Archie Dunham, presidente di Chesapeake, che «sta facendo una grande scommessa». «Se riusciranno a far scendere il barile a 60 o 70 dollari, allora gli Usa rallenteranno. Ma comunque non ci sarà uno stop. E le conseguenze per altri paesi Opec saranno catastrofiche».

petrolio e dollari petrolio e dollari

 

«Siamo preoccupati, ma non nel panico», ha ribadito anche ieri segretario generale dell'Opec, Abdullah al-Badri. Il 29 ottobre si era detto convinto che il 50% dello shale oil americani fosse già «fuori mercato» e che le società coinvolte avrebbero presto capitolato perché sopportano costi molto più alti dei produttori Opec.

 

Una visione distorta, secondo Jamie Webster, analista di Ihs. «I membri dell'Opec sono paesi e non società, quindi non guardano alla redditività dei pozzi ma alle entrate ai fini della stabilità del bilancio statale o delle partite correnti. I costi di estrazione sono un aspetto secondario». Se l'Arabia Saudita – con 745 miliardi di dollari di riserve – può sperare di resistere, lo stesso non si può dire di paesi come Venezuela, Libia, Nigeria o Algeria.

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@SissiBellomo

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