bruno contrada

“BRUNO CONTRADA È UNA FIGURA CHE APPARTIENE ALLA ZONA GRIGIA DELLA STORIA ITALIANA” – LIRIO ABBATE: “APPARTIENE A UN MONDO DIFFICILE DA RACCONTARE: IL LUOGO DOVE LA LEGALITÀ E IL SUO CONTRARIO NON SI PRESENTANO SEMPRE COME FRONTI OPPOSTI, MA COME UNIVERSI CHE IMPARANO A CONVIVERE. ED È FORSE PER QUESTO CHE, ANCORA OGGI, IL NOME DI CONTRADA TORNA OGNI VOLTA CHE SI PROVA A RICOSTRUIRE I MISTERI DI PALERMO. NON COME LA CHIAVE DI TUTTI GLI ENIGMI, MA COME IL SEGNO DI UNA VERITÀ PIÙ INQUIETA: CHE NELLA LUNGA GUERRA TRA LO STATO E LA MAFIA, QUALCHE VOLTA, LE LINEE DEL FRONTE NON SONO STATE COSÌ NETTE COME AVREMMO VOLUTO CREDERE...”

Estratto dell’articolo di Lirio Abbate per www.repubblica.it

 

BRUNO CONTRADA ESCE DAL CARCERE

A Palermo, negli anni Settanta, quando la città imparava a riconoscere l’odore della dinamite prima ancora di sentire l’esplosione, c’era un uomo che attraversava tutti i corridoi del potere investigativo. Non faceva rumore. Non lasciava impronte evidenti. Ma era sempre lì: negli uffici della questura, ai tavoli delle indagini più delicate, nelle stanze dove circolavano i rapporti riservati e le notizie che non dovevano uscire.

 

Quell’uomo si chiamava Bruno Contrada. Per più di vent’anni è stato uno dei poliziotti più potenti di Palermo. Un funzionario capace, ben introdotto, con una schiera di confidenti sul territorio, con una carriera costruita dentro gli apparati che combattevano la mafia: Squadra mobile, Criminalpol, Alto commissariato antimafia, fino al Sisde, il servizio segreto civile.

BRUNO CONTRADA

 

La sua figura ha attraversato l’intera stagione più oscura della storia siciliana: dalle prime grandi guerre di mafia agli anni Ottanta delle stragi interne a Cosa nostra, fino alla vigilia delle bombe che hanno ucciso Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

 

Per molto tempo Contrada è stato considerato uno degli uomini dello Stato impegnati nella caccia ai boss. Ma la sua storia, a un certo punto, cambia segno. [...]

Non più soltanto il poliziotto che indaga sulla mafia, ma l’uomo che, secondo l’accusa poi accolta dai giudici, con quella stessa mafia avrebbe intrattenuto un rapporto stabile di scambio e protezione.

 

L’accusa è precisa: Contrada avrebbe utilizzato il suo ruolo dentro gli apparati investigativi per fornire informazioni riservate a esponenti di Cosa nostra. Avvisi su operazioni imminenti. Notizie su indagini in corso. Segnalazioni utili a evitare arresti o perquisizioni. Non un singolo episodio isolato, piuttosto una disponibilità costante. A sostenerlo sono diversi collaboratori di giustizia.

BRUNO CONTRADA NEL 1998

 

I loro racconti descrivono un funzionario che per i boss era figura conosciuta, qualcuno a cui si poteva arrivare, qualcuno che poteva intervenire quando un’indagine si faceva troppo pericolosa. Per questo il suo nome riappare spesso quando si sfogliano i capitoli più irrisolti della storia palermitana.

 

Uno di questi comincia il 6 gennaio 1980, in via Libertà. Piersanti Mattarella, presidente della Regione siciliana, sta uscendo di casa per andare a messa con la famiglia. Due uomini si avvicinano all’auto e sparano: Mattarella muore pochi minuti dopo. [...]

 

La sua morte è un messaggio. [...] dentro quella storia riaffiora, a distanza di decenni, anche un nome che appartiene alla cerchia investigativa di Contrada: Gioacchino Piritore. È un investigatore che aveva lavorato a lungo dentro le strutture dirette da Contrada. [...]

 

BRUNO CONTRADA NEL 1992

Oggi Piritore è accusato di depistaggio proprio nell’inchiesta sull’omicidio Mattarella. Secondo l’ipotesi investigativa, avrebbe contribuito a indirizzare le indagini su una pista sbagliata, allontanando l’attenzione da quella mafiosa facendo sparire un guanto utilizzato dai killer e dimenticato nell’auto ritrovata dalla polizia. Non è una storia conclusa. È un’indagine ancora aperta

 

[...] ritorna anche l’ombra lunga di Contrada. Non come imputato di quel delitto. Non come protagonista diretto dell’indagine. Piuttosto come il dirigente che in quegli anni guidava uomini, carriere, percorsi professionali.

Piritore è stato un funzionario cresciuto dentro quel sistema. E così, mentre la giustizia prova a capire se e come le indagini su Mattarella siano state deviate, riemerge inevitabilmente anche quel contesto.

 

L’ambiente investigativo di Palermo nei primi anni Ottanta, un luogo dove la guerra contro la mafia si combatteva dentro uffici spesso isolati, senza strumenti adeguati, ma anche dentro un clima in cui, come diranno anni dopo i processi, non tutti gli uomini dello Stato stavano dalla stessa parte.

 

BRUNO CONTRADA NEL 1995

È la stessa zona grigia in cui si muove la storia di Contrada. Quando, negli anni Novanta, viene arrestato e processato per concorso esterno in associazione mafiosa, la vicenda assume un significato che va oltre la sua persona. I magistrati mettono insieme questi racconti e li confrontano con una serie di episodi concreti: operazioni saltate all’ultimo momento, latitanze inspiegabilmente protette, informazioni investigative che sembrano filtrare verso l’esterno.

 

Ne nasce una ricostruzione che rovescia il significato della sua carriera. Contrada non sarebbe stato soltanto il poliziotto che inseguiva Cosa nostra ma anche - questa la conclusione dei giudici - uno degli uomini attraverso cui la mafia riusciva a conoscere in anticipo le mosse dello Stato.

BRUNO CONTRADA NEL 1979

 

È questa la dimensione che rende la sua vicenda diversa da molte altre storie giudiziarie. Non si tratta del mafioso che corrompe un funzionario. Qui il problema è più profondo: riguarda un uomo che si muove nel cuore stesso delle strutture investigative. Lo sbirro e, insieme, l’uomo dei servizi. Il funzionario che conosce i segreti delle indagini e che, secondo l’accusa, li trasforma in una merce di scambio.

 

Per questo la sua figura compare spesso, come un’ombra, accanto a molti dei passaggi più inquietanti della storia palermitana e sullo sfondo della stagione più tragica, quella delle stragi. [...]

 

La sua vicenda giudiziaria resta dunque confinata in un altro campo: quello del concorso esterno in associazione mafiosa. Una formula giuridica che in Italia ha spesso segnato il punto di contatto tra organizzazioni criminali e pezzi delle istituzioni. Non il mafioso che appartiene all’organizzazione, ma l’uomo che dall’esterno la protegge, la rende più forte. È per questo reato che Contrada viene processato e condannato.

BRUNO CONTRADA ESCE DAL CARCERE

 

Anni di sentenze, assoluzioni, annullamenti e nuovi giudizi. Una vicenda complessa, segnata da decisioni contrastanti e da un dibattito giuridico che continuerà a lungo anche dopo la fine del processo. Ma al centro resta sempre la stessa domanda. Chi era davvero Bruno Contrada? Un poliziotto travolto da accuse nate nella stagione convulsa dei pentiti? Oppure un uomo dello Stato che aveva imparato a muoversi su due tavoli, offrendo alla mafia quel patrimonio di informazioni e relazioni che solo le istituzioni possono garantire? Forse la risposta più precisa sta nella natura stessa della sua storia.

Bruno Contrada

 

Contrada non è il protagonista spettacolare delle cronache criminali. Non è il boss sanguinario né il politico corrotto. La sua figura appartiene a un mondo più difficile da raccontare: quello dove le strutture dello Stato e il potere criminale si sfiorano, si osservano, a volte si riconoscono. È la zona grigia della storia italiana. Il luogo dove la legalità e il suo contrario non si presentano sempre come fronti opposti, ma come universi che, per ragioni diverse, imparano a convivere.

 

Ed è forse per questo che, ancora oggi, il nome di Contrada torna ogni volta che si prova a ricostruire i misteri di Palermo. Non come la chiave di tutti gli enigmi, ma come il segno di una verità più inquieta: che nella lunga guerra tra lo Stato e la mafia, qualche volta, le linee del fronte non sono state così nette come avremmo voluto credere.

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