barocco

BAROCCO È IL MONDO - DA GUIDO RENI A GADDA FINO A TARANTINO, LA VERTIGINE DI UNO STILE PER SEMPRE CONTEMPORANEO - QUANDO LA POLITICA COINCIDE CON LA RETORICA, E LA VITA SOCIALE CON LA DISSIMULAZIONE, L’ARTE NON PUÒ CHE ESSERE INGANNO: PER QUESTO, OGGI COME NEL SEICENTO, L’ENIGMA È L’UNICO MODO DI PARLAR CHIARO

GUIDO RENIGUIDO RENI

Sintesi del testo di Tomaso Montanari per il Festival di Spoleto pubblicato da “la Repubblica”

 

«Barocco è il mondo, e il Gadda ne ha percepito e ritratto la baroccaggine»: così sentenzia la mirabile appendice alla “Cognizione del dolore”.

 

Scritto a ridosso delle «calamità catastrofizzanti che l’Europa conobbe dal 1939 al 1945», quel libro emblematico uscì solo nel 1963: esattamente nel momento in cui due studi fondativi di Giuliano Briganti (Pietro da Cortona, o della pittura barocca) e Francis Haskell (Mecenati e pittori. Studio sul rapporto tra arte e società nell’età barocca) chiarivano i limiti e l’utilità dell’uso storiografico della categoria di “barocco”.

 

Ma siccome – lo ha scritto proprio Haskell – «per conservare vivi e funzionanti i nostri rapporti con gli antichi maestri, in ultima analisi, è necessario forzarli», la crescente precisione con cui conosciamo il Barocco storico non ferma il gioco che pone la modernità di fronte allo specchio della cultura barocca.

 

GADDAGADDA

Non si tratta di teorizzare un neo-barocco (come pure si è fatto a più riprese), né di istituire confronti formali (mai davvero funzionanti) tra opere d’arte del Seicento e di oggi: il punto è semmai provare ad afferrare i fili concettuali, morali, estetici che continuano ad innervare il nostro presente.

 

Uno dei più avvincenti riguarda il rapporto tra corpo e mondo. Rovesciando un motto greco che sta alla base del Rinascimento, si può dire che nel Barocco (come nella cultura occidentale di oggi) un corpo umano insieme titanico e imperfetto, fragile e dinamico diventa la dismisura narcisistica di tutte le cose, il parametro di una bellezza contraddittoria e ingannevole.

 

«In tutti gli altri paesi la bellezza era stimata bella, ma in quel regno era tenuta per bellezza la deformità: essendo ivi costume, non meno usato che infallibile, l’apprezzarsi solo tutto ciò ch’avea del raro, e dello stravagante»: l’altrove immaginato nei Giuochi di fortuna (un romanzo del genovese Luca Assarino pubblicato nel 1655) è il regno dell’estetica.

guido reni guido reni

 

In una scena memorabile sei uomini nudi, così magri da sembrar scheletri vestiti di pelle, orridi per la lunga capigliatura, danzano con sei donne, così grasse «che, per esser circolari, hanno dell’infinito»: «il far ballar corpi nudi e deformati era più che troppo stravagante, perciò il re avea creduto non potersi mai fare la più bella festa di quella».

 

Assarino non conosceva evidentemente le performance di Vanessa Beecroft né le coreografie di Virgilio Sieni o David St-Pierre, ma c’è da giurare che tenesse sulla scrivania una copia delle Bizzarie di diverse figure (1624), dove il misterioso incisore fiorentino Giovan Battista Bracelli fa danzare un popolo astratto e surreale, bello di una bellezza non umana:

 

un libro strepitoso, rimasto quasi sconosciuto fino a quando Guillaume Apollinaire e Tristan Tzara non se ne innamorarono. Ma la radice più profonda della disturbante danza dei Giouchi di fortuna è la radice stessa del Barocco, e insieme della modernità: l’ossessione di Caravaggio per i corpi. Sporchi, lacerati, morenti: comunque belli.

Affresco di Pietro Da Cortona Affresco di Pietro Da Cortona

 

Inquietantemente belli.«Spesso l’orror va col diletto », ammette lucidamente il massimo poeta italiano barocco, Giovan Battista Marino, commentando un quadro pulp di Guido Reni. Lì l’orrore era addirittura quello dei corpi massacrati degli Innocenti: ed è da qua che sgorga una linea che corre diritta fino al Kubrick di Arancia meccanica, o a Quentin Tarantino.

 

I corpi circolari di Assarino richiamano invece l’infinito: e la dismisura risucchia anche il rapporto con il corpo delle cose, cioè con il mondo. I più fini conoscitori di pittura (come Giulio Mancini, medico di Urbano VIII) vanno alla ricerca dei più incredibili scherzi di natura: «belli di bellezza mostruosa, ridicolosa ». 

 

I confini stessi dell’estetica diventano smisurati. Guarino Guarini – il più geniale seguace di Borromini – ne sposta i confini verso un relativismo radicale, affermando che perfino l’aborrito stile gotico può apparire «meraviglioso, e degno di molta lode» a chi «con giusto occhio lo considera». E l’occhio giusto è quello che non resiste all’inganno.

ARANCIA MECCANICAARANCIA MECCANICA

 

D’altra parte, cosa sono le opere d’arte, se non «artificiosi inganni della nostra imaginativa », capaci di «somministrarci infiniti equivoci mirabili, e enigmatiche proposizioni»? Non è un manifesto dell’arte neoconcettuale di oggi, ma un passo del Cannocchiale aristotelico di Emanuele Tesauro (1654). «Inganno» è la parola d’ordine che rimbalza da un angolo all’altro dell’Europa barocca: e del mondo moderno.

TARANTINOTARANTINO

 

L’ignoto poeta Bartolomeo Tortoletti, incurante di trovarsi sulla tomba di san Pietro, si strugge di fronte all’erotica Santa Veronica di Francesco Mochi: «Qui contemplo l’ignudo, ammiro i panni/ E nella nudità godo la vesta /Verace è l’arte e la natura onesta/ E fanno a gara altrui soavi inganni» (1641). In un gioco di specchi senza fine il sacro si trasforma in profano, e viceversa: e anche il più lucido teorico dell’arte dell’Italia secentesca, il severo cardinale gesuita Sforza Pallavicino, ammette senza reticenze che ogni artista «tanto è più lodevole, quanto più inganna».

TOMASO MONTANARI 2TOMASO MONTANARI 2

 

Quando la politica coincide con la retorica, e la vita sociale con la dissimulazione, l’arte non può che essere inganno: per questo, oggi come nel Seicento, l’enigma è l’unico modo di parlar chiaro.

 

poster di arancia meccanicaposter di arancia meccanicaBAROCCOBAROCCO

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