guerra in iran donald trump

“SE IL GOLFO DIVENTA INSTABILE LA CRISI DIVIENE SISTEMICA, ED È CIÒ CHE TEHERAN CERCA” – L’AMBASCIATORE SEQUI SOTTOLINEA LE DIFFICOLTÀ DI TRUMP: “L’IRAN PUNTA A TRASFORMARE I PAESI DELL'AREA IN MEDIATORI COATTI. SE LA LORO SICUREZZA VACILLA, LA PRESSIONE PER FERMARE LA GUERRA CRESCE. TEHERAN SA CHE LA VERA VULNERABILITÀ AMERICANA NON È MILITARE MA POLITICA: CONSENSO FRAGILE, ELEZIONI VICINE E BASE DIVISA” – RAMPINI: “IL LATO DEBOLE DI TRUMP È IL ‘FRONTE INTERNO’. L’ELETTORATO SI STANCA PRESTO DELLE GUERRE. E IL MONDO MAGA SI ASPETTA DAL PRESIDENTE CHE SI CURI DEI PROBLEMI DEL PAESE, CHE SONO TANTI: A COMINCIARE DAL CAROVITA. L’ASCESA POLITICA DI TRUMP FU UNA DENUNCIA DELLE ‘GUERRE INTERMINABILI’ IN MEDIO ORIENTE…”

1. UNA SOLA GUERRA E TANTE SCOMMESSE

Estratto dell’articolo di Ettore Sequi per “La Stampa”

 

DONALD TRUMP IN VERSIONE AYATOLLAH

Le borse crollano, il Brent supera gli 80 dollari, Hormuz diventa un imbuto energetico, Merz vola a Washington in piena emergenza strategica. Non sono episodi isolati ma i segnali di una guerra che ha già superato la dimensione regionale ed è ormai sistemica.

 

Il punto di svolta è stata l'uccisione di Khamenei. Fino a quel momento l'operazione era una campagna di deterrenza militare. Da lì è diventato chiaro che l'obiettivo fosse la caduta del regime.

 

[…]

 

Da quel momento per Teheran la lotta diventa esistenziale e coincide con la sopravvivenza del sistema e con l'allargamento deliberato del conflitto al Golfo per colpire energia, rotte marittime, hub finanziari e logistici. Nel Golfo si concentrano le basi americane, passa un quinto del petrolio mondiale e si regge l'architettura della stabilità regionale.

 

abu dhabi colpita dagli attacchi iraniani

Se il Golfo diventa instabile la crisi diviene sistemica ed è esattamente ciò che Teheran cerca: trasformare i paesi dell'area in mediatori coatti. Se la loro sicurezza vacilla, la pressione per fermare la guerra cresce. Teheran sa inoltre che la vera vulnerabilità americana non è militare ma politica: consenso fragile, elezioni vicine e base divisa. In una guerra di logoramento il tempo diventa un'arma.

 

Dall'altra parte non esiste una strategia unica. Stati Uniti e Israele condividono un obiettivo tattico — colpire rapidamente l'Iran — ma divergono sul fine ultimo. Per Israele la questione è esistenziale: il regime resta una minaccia e occorre quindi neutralizzarlo definitivamente.

 

ettore sequi foto di bacco

E consolidare una supremazia regionale. Per Washington la logica è diversa: operazione breve, senza occupazione, senza il rischio di impantanarsi. È la strategia "bomb and hope": colpire, degradare e uscire prima che i costi politici esplodano. I "boots on the ground" evocati sono soprattutto deterrenza comunicativa.

 

Questa divergenza è decisiva. Una guerra breve favorisce Washington. Una guerra strutturale favorisce Israele. Una guerra lunga penalizza il Golfo. La tensione tra questi tre vettori è la variabile nascosta del conflitto.

 

In parallelo, Washington guarda alla dimensione globale. Una quota rilevante delle esportazioni petrolifere iraniane finisce in Cina. Se quei flussi vengono tagliati, insieme alla pressione sul petrolio russo e venezuelano, ciò restringe il margine negoziale della Cina sul piano energetico proprio mentre si intensifica la competizione per terre rare e tecnologie strategiche.

 

xi jinping donald trump vladimir putin

La guerra contro l'Iran non è dunque solo mediorientale: è un capitolo della competizione USA-Cina. Pechino protesta ma incassa. Non può proteggere militarmente Teheran e non romperà con Washington per l'Iran. Per Xi il dossier decisivo resta Taiwan e la stabilità del rapporto economico con gli Stati Uniti.

 

La Russia non interviene ma beneficia. Prezzi più alti di gas e petrolio finanziano l'economia di guerra. L'Ucraina scivola in secondo piano. Mosca non salva il partner -dopo il Venezuela vede cadere un altro alleato- ma capitalizza la crisi.

 

E mentre l'attenzione strategica mondiale si concentra sull'Iran, anche il dossier palestinese scivola ai margini: Gaza e soprattutto la Cisgiordania continuano a deteriorarsi sotto il rumore geopolitico di una guerra più grande.

 

consolato americano a Dubai colpito da un drone iraniano

L'Europa è l'attore vulnerabile. Esposta al Golfo per le sue importazioni energetiche, teme soprattutto uno shock sistemico sulle rotte commerciali. Macron lo ha detto esplicitamente: se Hormuz si blocca, la crisi smette di essere regionale e diventa globale.

 

[...]

 

Un Iran frammentato sarebbe una fonte permanente di instabilità: milizie non controllabili, traffici sulle rotte, shock energetici strutturali, radicalizzazione transnazionale. Il regime ha legittimità erosa ma controlla le armi. La variabile decisiva è la coesione dei corpi armati.

 

Finché IRGC e apparati restano compatti il collasso è improbabile; se si fratturano può essere improvviso e caotico. Questa guerra si regge su alcune scommesse: l'Iran sulla resistenza e sull'aumento dei costi globali; Israele su una finestra storica per eliminare la minaccia; gli USA su un colpo rapido senza impantanamento; il Golfo sulla possibilità di recuperare stabilità.

 

Il problema è che queste scommesse non sono compatibili nel medio periodo. "Epic Fury" è una dimostrazione di forza. Ma se mira a distruggere un equilibrio senza costruirne uno nuovo rischia di diventare "Epic Gamble".

 

I TRE FRONTI INTERNI IL LATO DEBOLE DI DONALD

Estratto dell’articolo di Federico Rampini per il “Corriere della Sera”

 

DONALD TRUMP

Il lato debole di Donald Trump è il «fronte interno». Come per tutti i presidenti americani della storia. [...]

 

L’elettorato si stanca presto delle guerre. A maggior ragione quando il bilancio di vittime sale, e se il fine ultimo del conflitto non è spiegato o condiviso in modo adeguato. Sotto questo aspetto l’offensiva attuale di Trump contro il regime degli ayatollah parte con un deficit di «capitale politico» interno.

 

Alcuni sondaggi rilevano una minoranza di sostegni a queste operazioni militari. A questo possono contribuire diversi fattori: la guerra è cominciata in una fase in cui Trump era già a un minimo di popolarità; e il presidente non ha fatto molto per spiegarne l’utilità ai fini degli interessi nazionali.

 

La base e l’opposizione

DONALD TRUMP AL GUINZAGLIO DI BENJAMIN NETANYAHU - ILLUSTRAZIONE DI MARILENA NARDI PER DOMANI

I fronti interni in questo caso sono molteplici. Una parte dell’opposizione democratica lo accusa di abuso di poteri per non avere chiesto al Congresso l’autorizzazione a portare il Paese in guerra. Per la verità Barack Obama si comportò allo stesso modo in Libia, ma pochi lo ricordano e comunque l’opposizione fa il suo mestiere.

 

[...]

 

Un altro fronte interno, ben più preoccupante per Trump nell’immediato, è nella sua base. Il mondo Maga (Make America Great Again) si aspetta da lui che si curi dei problemi del Paese, che sono tanti: a cominciare dal carovita. L’ascesa politica di Trump, l’antefatto della sua prima campagna elettorale nel 2016, fu una denuncia delle «guerre interminabili» che avevano impantanato l’America in Medio Oriente.

 

The Donald aveva operato una revisione feroce del bilancio dei Bush padre e figlio, oltre che di Obama. Pensando a questa base, il vicepresidente JD Vance si è premurato di garantire che non ci sarà nessun impegno militare di lunga durata in Iran.

 

joe biden e donald trump inauguration day

Il suo capo non è stato così netto, non ha nemmeno voluto escludere in modo tassativo i boots on the ground , l’invio di soldati sul terreno. Anzi, in alcune dichiarazioni Trump ha usato l’espressione «whatever it takes» (quella che gli italiani associano a Mario Draghi e al salvataggio dell’euro): la guerra durerà per tutto il tempo necessario a raggiungere il suo scopo.

 

Ma quale scopo? Di volta in volta gli obiettivi elencati sono diversi: lo stop definitivo del nucleare, lo smantellamento dell’arsenale missilistico, la fine degli appoggi alla galassia jihadista e terrorista (Hamas, Hezbollah, Houthi), si accompagna a indicazioni più ondivaghe sul rovesciamento del regime. Un ventaglio ampio si presta al rischio del «mission creep», quello slittamento progressivo degli obiettivi che fu proprio la maledizione irachena e afghana.

 

A maggior ragione se questo significa mandare truppe terrestri, con l’inevitabile corredo di vittime, lo spettacolo straziante delle salme rimpatriate che fu fatale in Iraq.

 

DONALD TRUMP

C’è un terzo fronte interno, per ora il meno visibile, che potrebbe essere rilevante quanto i primi due. Si trova al Pentagono. I vertici delle forze armate americane hanno un approccio razionale, manageriale, applicano alla guerra l’analisi costi-benefici.

 

Nella dottrina strategica tradizionale del Pentagono, è indispensabile che l’America sia in grado di combattere due guerre simultaneamente, se costretta. Questo vuol dire, per esempio, che se domani la Cina invade Taiwan gli Usa non devono aver esaurito troppe scorte di munizioni in Iran.

 

[...] 

 

FRIEDRICH MERZ DONALD TRUMP ALLA CASA BIANCA

La convergenza di questi tre vincoli interni sarà un elemento forte nella decisione di Trump. Sempre che gli obiettivi non siano raggiunti prima. Ma qui si apre un quarto problema, esterno: la definizione della missione dal punto di vista americano non è la stessa che viene data da Israele.

 

MEME SU JOE BIDEN E DONALD TRUMP

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