ilaria salis - diario del primo anni in carcere a budapest

“RACCONTO LA MIA DISCESA IN QUESTO MONDO INFERO” – ILARIA SALIS RIPERCORRE IN UN DIARIO I 12 MESI TRASCORSI IN CELLA A BUDAPEST – L’ARRIVO IN QUESTURA: “‘ANTIFA? DUCE! MUSSOLINI!’, QUESTA È L’ACCOGLIENZA CHE RICEVO” – IL TRASFERIMENTO IN CARCERE: “OGNI PASSO, CHE MI SPINGE PIÙ IN PROFONDITÀ IN QUESTO TARTARO, È UN PASSO CHE NON VORREI COMPIERE MAI” – “SONO TALMENTE SFINITA CHE MI ADDORMENTO IN CONTINUAZIONE E QUANDO CERCO DI METTER QUALCOSA SOTTO I DENTI VOMITO TUTTO ALL’ISTANTE

Fabio Tonacci e Giuliano Foschini per “la Repubblica”

 

ilaria salis - diario del primo anni in carcere a budapest 1

A un anno dal suo arresto, Ilaria Salis racconta in un diario questi 12 mesi in cella. Appunti, ricordi, lacrime, speranze che Repubblica è in grado di pubblicare. In attesa di quel momento in cui tornerà a “riveder le stelle”.

 

DOPO UN ANNO SIAMO ANCORA QUI

Diario di Ilaria Salis dal carcere di Budapest

 

È una tiepida mattina di inizio febbraio: l’aria quasi primaverile e il cielo terso. In giornate come questa scendere a passeggiare all’aria può essere esercizio molto salutare. Mentre si cammina in su in giù la testa a volte inizia viaggiare, lontano, fuori dalle gabbie, si rischia di prendere il volo e di provare sensazioni che sanno di libertà.

 

Inebriata da quest’ossigeno, mentre il mio animo fluttua sospeso a mezz’aria, mi concentro cercando di ricordare e trattenere sensazioni per me ormai lontane: il profumo dell’erba, il tocco lieve di una carezza. Tornata nella cella, prendo in mano un pacco di scartoffie. Sono appunti, ricordi sparsi, lettere che non ho mai potuto spedire risalente a circa un anno fa, ossia i giorni in cui è iniziata la mia discesa in questo mondo infero. Dopo un anno provo a leggere, scrivere, scomporre e ricucire questi materiali.

 

ILARIA SALIS

11 febbraio 2023. Teve Utca. Quando il furgone si ferma nel parcheggio della Questura, la sera inizia ad avvolgere i palazzi. “Antifa? Duce! Mussolini!” - questa è l’accoglienza che ricevo nell’atrio e sono anche le ultime parole che riesco a comprendere prima di essere travolta dalla Babele ugro-finnica. Nell’ufficio nessuno sembra preoccuparsi del fatto che sono ancora ammanettata stretta dietro la schiena, ma in compenso continuano a ripetere una sola parola: “Anya? Anya?” e mi fissano come se si aspettassero da me una risposta.

 

ILARIA SALIS

Chi potrebbe immaginare che in ungherese “anya” significa “mamma” e che il nome della madre in Ungheria è un elemento fondamentale per identificare le persone al pari della data di nascita? Poi i ricordi si fanno concitati. Tre giorni di fermo e spostamenti ripetuti: Cegléd e poi di nuovo Budapest. Il tribunale e mi mandano in galera. Davvero, ga-le-ra.

 

 

14 febbraio 2023. Nagy Ignac utca. La città, i palazzi, il fiume, il cielo...tra poco tutto questo sparirà e si materializzerà davanti ai nostri occhi un altro mondo infero e dimenticato. Il fragore della carraia che si apre lentamente

 

“Per me si va nella città dolente”

 

ilaria salis - diario del primo anni in carcere a budapest 2

e noi entriamo a piedi. Sostiamo a lungo nell’androne: le guardie della scorta devono depositare le armi e le interpreti i telefonini. Mi invade un vuoto prepotente e il tempo inizia a dilatarsi. I colori tetri e stinti, la penombra, l’aria viziata, latrati dei carcerieri, i rituali di ingresso: tutto questo spettacolo rimarrà impresso con tinte sinistre dentro di me. Guardo gli occhi, il volto di chi si trova a varcare l’infausta soglia al mio fianco: sono lo specchio della mia inquietudine, del mio smarrimento, delle mie paure.

 

Si compie il rituale di depositare gli oggetti personali e i polsi sono finalmente liberi dal freddo delle manette. Attraverso un cortile dove si trova un folto gruppo di prigionieri uomini, in fila mentre aspettano di salire su un autobus: i loro sguardi sono persi e vuoti e i loro corpi sembrano ondeggiare come fragili foglie al vento. Ogni passo, che mi spinge più in profondità in questo tartaro, è un passo che non vorrei compiere mai.

 

ILARIA SALIS

L’infermeria è in una penombra quasi spettrale. Mi danno un materasso arrotolato e legato con un lenzuolo (scoprirò in seguito che questa è la forma che il materasso dovrà assumere durante i numerosi cambiamenti di cella). Sostiamo ancora a lungo in un corridoio, mentre per ciascuno si compiono gli ultimi rituali negli uffici.

 

L’urlo assordante di una sirena segna il cambio di turno. Gli uffici chiudono e per interminabili minuti sostiamo ancora immobili, sull’attenti, in corridoio. Anche qui, come già la mattina in tribunale, si aggirano guardie con i volti coperti dal passamontagna. In seguito scoprirò che qui esiste un corpo speciale della Penitenziaria, che indossa un’uniforme paramilitare e un passamontagna nero.

 

ILARIA SALIS

Infine rimango da sola in quel corridoio e aspetto di essere collocata in una cella. Invece mi portano in un cortile e mi mettono di nuovo le manette. Un furgone fa manovra e dicono che devono trasferirmi in un altro carcere a una decina di minuti da lì. È buio pesto, sono sfinita e confusa e mi sembra tutto assurdo. Sembri quel che sembri, non ho molte alternative e mi tocca stare su quel dannato furgone.

 

Metà febbraio 2023. Gyorskocsi utca. Col buio non si vede quasi nulla da quel dannato furgone, ma dopo un breve tragitto in città ci fermiamo e si sente il rumore di una carraia che si apre. Tiro un sospiro di sollievo: sono arrivata. Qualche mese più tardi scoprirò che la prigione in cui mi trovo è lo stesso edificio del tribunale e che da lì mi hanno portata in un’altra prigione oltre il fiume solo per compiere i rituali d’ingresso, per poi riportarmi indietro.

 

ILARIA SALIS

Perdo il conto dei piani di scale, mentre salgo trascino stancamente il materasso arrotolato: non mi è chiaro a quale girone infernale sono stata destinata. Infine si apre davanti a me la porta di una cella.

 

Per giorni non capisco assolutamente niente di ciò che mi succede intorno. Sono talmente sfinita che mi addormento in continuazione e quando cerco di metter qualcosa sotto i denti vomito tutto all’istante. Sogno tanto e sono sogni davvero coinvolgenti: mi sono sempre libera e in giro per monti, mari e città.

 

Ogni volta al risveglio, nella branda, mi guardo intorno e mi ritrovo mestamente a fare i conti con la realtà: purtroppo era solo un sogno! Capita anche che, al risveglio da uno dei miei meravigliosi sogni, ci sia alla porta una donna che tiene in mano un martello con un lungo manico. Rimango interdetta quando mi sovviene un racconto ascoltato molti anni fa da un amico: nelle carceri si conserva l’antica usanza di battere le sbarre una volta al giorno per verificare che siano intatte.

 

ilaria salis

Ci metto un po’ a capire che devo uscire dalla cella per lasciare che si compia il rituale delle sbarre. Le regole e gli usi carcerari sono tutto fuorché naturali e intuitivi. Ne capisco meno di niente e non mi preoccupo più di tanto: è già abbastanza complicato riuscire a sopravvivere.

 

Quando aprono la porta della cella perché devo andare da qualche parte, io esco e con estrema naturalezza inizio a gironzolare per il corridoio. Ci metto parecchi giorni a capire e interiorizzare che devo fermarmi di fianco alla porta della cella rivolta verso il muro e farmi perquisire. Il tempo scorre in modo molto strano: le giornate non passano più, ma i giorni si susseguono veloci. Non ho mai idea di che ore siano e anche i giorni sono tutti uguali, per cui si rischia di confondersi.

 

Non avendo una matita, nei primissimi giorni faccio un piccolo strappo su foglio di carta tutte le mattine. Mi guardo in quello che probabilmente dovrebbe avere una funzione di specchio, ma, più che riflettere le immagini, in realtà le deforma, e mi dico: “Coraggio, Ila! Sempre a testa alta e con il sorriso. E quando uscirai di qui sarai più forte di prima”.

 

Nei mesi seguenti mi impegnerò a fondo a onorare questa promessa e a crescere giorno dopo giorno, preparandomi per il momento in cui finalmente tornerò “a riveder le stelle”.

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