IN ITALIA IL PASSATO NON PASSA MAI – IGNAZIO LA RUSSA SCRIVE AL “FATTO”, DOPO UN ARTICOLO DI PINO CORRIAS, PER RIBADIRE LA SUA ESTRANEITÀ AGLI EVENTI CHE PORTARONO ALL’UCCISIONE DEL POLIZIOTTO ANTONIO MARINO PER UNA GRANATA LANCIATA DA UN NEOFASCISTA, IL 12 APRILE 1973: “INSISTETE FALSAMENTE NELL’INDICARMI NEL SOTTOTITOLO COME ‘IN PRIMA FILA AL CORTEO NEOFASCISTA IN CUI MARINO VENNE UCCISO’. UNA RICOSTRUZIONE GRAVEMENTE INESATTA. VOGLIO INOLTRE PRECISARE CHE MIO PADRE NON EBBE ALCUN RUOLO NÉ NELLA DIFESA, NÉ NEL PAGAMENTO DELLA PARCELLA DEI DIFENSORI DI MURELLI, CONDANNATO A VENT’ANNI DI RECLUSIONE PER QUEI TRAGICI FATTI” – LA CONTRO-REPLICA DI CORRIAS: “IN QUANTO AI SOLDI VERSATI DA SUO PADRE AI LEGALI DEI DUE IMPUTATI E ALLA FAMIGLIA DELL’AGENTE MARINO, LE VERSIONI SONO CONTROVERSE. A PROCESSO MURELLI E LOI (CHE NEGLI INTERROGATORI AVEVANO ACCUSATO LEI, SUO FRATELLO ROMANO E IL PARTITO DI AVERE ORGANIZZATO GLI SCONTRI) RITRATTARONO…”
Lettera di Ignazio La Russa al “Fatto Quotidiano”
L AGENTE ANTONIO MARINO UCCISO DA UNA GRANATA A MILANO GIOVEDI NERO NEL 1973
Caro Direttore, lei sa bene che, tutte le volte in cui il Fatto quotidiano mi ha ingiustamente preso di mira, ho sempre preferito, anziché ricorrere alle vie legali, scrivervi per chiedere rettifiche e precisazioni. Anche stavolta intendo provarci.
Ma, se ci sarà una rettifica, dovrà avere pari visibilità rispetto all’intera pagina 16 del vostro giornale di oggi. Nonostante i fatti siano ormai chiari, insistete falsamente, già nel sottotitolo, nell’indicarmi come “in prima fila al corteo neofascista in cui Antonio Marino, poliziotto di 22 anni, venne ucciso da una granata”. Una ricostruzione gravemente inesatta, riferita a fatti di oltre mezzo secolo fa, che la fotografia pubblicata contribuisce ad accreditare.
Eppure, per chi avesse la pazienza di leggere l’articolo per intero, è lo stesso testo a riconoscere che quella fotografia fu scattata quando io mi trovavo con i dirigenti missini, “mentre stanno andando verso la prefettura per contestare il divieto”.
Ma non si trattava del divieto del corteo, come erroneamente afferma il vostro giornalista: quel divieto era stato disposto due giorni prima e il MSI lo aveva accettato. Si trattava, invece, del divieto del semplice comizio, proposto e voluto dalla stessa Prefettura in una piazza semi periferica e poi vietato appena tre ore prima dell’orario previsto per il suo svolgimento.
UCCISIONE DEL POLIZIOTTO ANTONIO MARINO IL 13 APRILE 1973
Una decisione che, a nostro giudizio, rendeva inevitabili gli incidenti nonostante i tentativi del MSI di scongiurarli come accertato dalla magistratura. Voglio inoltre concludere con una precisazione, ancor più importante, che riguarda mio padre.
Egli, che certamente non apparteneva alla categoria dei “più ricchi e potenti” di Milano, non ebbe alcun ruolo né nella difesa, né nel pagamento della parcella dei difensori di Murelli, condannato a vent’anni di reclusione per quei tragici fatti, condanna che, per lui, fu certamente motivo di sofferenza.
Capirà, caro Direttore, che la mia richiesta di una pubblicazione integrale e di pari visibilità di quanto sopra è una cortese ma ferma pretesa di verità. È il modo che continuo a ritenere più opportuno per restare nell’ambito di un confronto, anche duro, ma civile e soprattutto fondato sui fatti. Anche quando si tratta di fatti non “quotidiani”, ma risalenti a oltre cinquant’anni fa.
Replica di Pino Corrias
Gentile presidente, lei parla di una manifestazione (vietata) e di un comizio (vietato) che i vostri camerati arredarono con pietre, bastoni e un paio di bombe a mano che causarono la morte dell’agente Marino.
Per le cronache di allora e persino in sede storica, i fatti sono accertati, si trattò di disordini preordinati, visto che in piazza c’era lo stato maggiore del Msi milanese e del Fronte della gioventù di cui lei era segretario.
In quanto ai soldi versati da suo padre ai legali dei due imputati e alla famiglia dell’agente Marino, le versioni come sa sono controverse. Lei sostiene che non furono versati. Altre fonti dicono il contrario.
Rafforza la prima tesi il fatto che a processo Murelli e Loi – che negli interrogatori avevano accusato lei, suo fratello Romano e il partito di avere organizzato gli scontri – ritrattarono dicendo che “avevano dichiarato il falso perché volevano vendicarsi per essere stati scaricati dal partito”. La ritrattazione contribuì al vostro proscioglimento. È vero che i fatti del 12 aprile 1973 hanno cinquant’anni, ma converrà che per la loro gravità, restano quotidiani.


