L’ATTENTATO AL CONSOLATO ITALIANO AL CAIRO È UN AVVERTIMENTO A RENZI: NESSUN SOSTEGNO AL GOVERNO EGIZIANO CONTRO ISIS - PER GLI 007 POTREBBERO EMERGERE CONTATTI TRA NUCLEI EGIZIANI E AFFILIATI PRESENTI NEL NOSTRO PAESE

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Guido Olimpio per il “Corriere della Sera”

 

L’attentato del Cairo ha molte chiavi di lettura. La prima, interna, riguarda lo scontro aperto tra le fazioni islamiste e i generali: lo Stato islamico «egiziano» ha agito per la prima volta — almeno con questa denominazione — fuori dal Sinai. La seconda, esterna, coinvolge l’Italia in quanto Paese straniero. La terza è una conseguenza della precedente: siamo considerati un obiettivo in quanto collaboriamo con il Cairo nella lotta all’estremismo, un rapporto iniziato ben prima dell’11 Settembre.

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Da mesi l’Egitto è flagellato da un nemico insidioso, che sprigiona una forza di impatto tanto nelle aree urbane che nel territorio senza legge lontano dalla capitale. È un terrorismo dai tanti volti. Ci sono le fazioni che sfruttano la rabbia per la repressione, quindi il Wilayat Sinai , la provincia del Califfato, che ha sferrato la sua offensiva nella penisola e ora apre un fronte anche al Cairo rivendicando l’esplosione al consolato.

 

Con questo attentato l’Isis fiancheggia altri episodi non meno gravi. Alla fine di maggio un veicolo bomba ha ucciso il procuratore generale Hisham Barakat. Omicidio firmato dalla Resistenza popolare-Giza, sigla che rientra nel cartello più ampio noto come Movimento di resistenza. Sono estremisti vicini all’ala dura della Fratellanza musulmana, che attirano però anche elementi definiti «nazionalisti religiosi».

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È questa nebulosa ad aver preparato una stringa di attacchi contro hotel, fast food, uomini della legge. Una violenza strisciante che ha avuto un’intensificazione a partire dai primi mesi del 2015. Operazioni precedute da quelle, anche nelle città, eseguite da Ansar Bayt al-Maqdis , il gruppo poi tramutatosi in Isis.

 

Quale che sia la denominazione è giudizio dell’intelligence che l’azione al consolato rientri in una doppia cornice. Gli islamisti sfidano il potere e avvertono l’Italia. Non vogliono che ci sia un supporto al governo locale. Per principio e perché lo temono: non sarebbe una sorpresa se le diramazioni radicali — come è avvenuto negli Anni 90 — facessero emergere contatti tra nuclei egiziani e affiliati presenti nel nostro paese. Proprio il timore di una saldatura ha favorito la cooperazione tra il magistrato Barakat e i suoi colleghi europei, italiani inclusi, molto toccati dalla morte violenta di un partner.

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Se l’assunzione di responsabilità dello Stato islamico è fondata vuol dire che i jihadisti tendono a riprodurre uno schema operativo consolidato. Hanno iniziato in Iraq e lo hanno ripetuto in ogni zona dove hanno marcato la loro presenza. Dunque attività insurrezionale quando le condizioni lo permettono — leggi Sinai — colpi contro i simboli, come al Cairo.

 

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Modus operandi accompagnato da un identico monito. In queste ore i Soldati del Califfato in Tunisia e i mujaheddin egiziani hanno usato le stesse parole: «Invitiamo i musulmani a stare lontani dai luoghi frequentati dagli infedeli» in quanto «legittimi obiettivi».

 

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Indiscrezioni tunisine aggiungono che l’uccisione nell’ovest del Paese di alcuni militanti, compreso il famoso Murad Gharsalli, abbia sventato una nuova strage. Facile capire perché nelle capitali nordafricane ripetano in queste ore «siamo in guerra». Un conflitto fatto di molte battaglie dove l’iniziativa è quasi sempre in mano al nemico . 

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