“LA MIA CASA È SUL BURRONE, NON POTREMMO PIÙ TORNARCI” – LA DISPERAZIONE DEGLI ABITANTI DI NISCEMI CHE VIVONO IN ZONA ROSSA: HANNO DOVUTO ABBANDONARE LE LORO ABITAZIONI CHE RISCHIANO DI ESSERE INGHIOTTITE - “LA FRANA CI STA CIRCONDANDO. DOVEVANO PIANTARE MILLE ALBERI, LI HAI VISTI? È DAL 1997, QUANDO C’È STATA LA GRANDE FRANA, CHE DICONO E NON FANNO” – E NICOLA CASAGLI, GEOLOGO E TECNICO DELLA PROTEZIONE CIVILE, METTE A TACERE CHI PARLA DI ABUSIVISMO: “MAI VISTA UNA FRANA COSÌ ENORME. IL CENTRO STORICO DI NISCEMI È STATO COSTRUITO IN UNA ZONA SICURA. L’ESPANSIONE VERSO I MARGINI È AVVENUTA NEI SECOLI E NON RIGUARDA EDIFICAZIONI RECENTI…”
Estratto dell’articolo di Andrea Pasqualetto per il “Corriere della Sera”
C’è chi piange, chi tace e chi prega la patrona Madonna Santissima del Bosco. Si affidano al Cielo perché sulla terra oggi si può fare ben poco per salvare la collina di Niscemi. […]
«Basta dare un’occhiata al costone per capire che prima poi verranno giù molte case e la mia sarà la prima», sospira con gli occhi gonfi Roberto Disca, che sta scaricando da un camioncino tutto quello che è riuscito a salvare in fretta e furia. «Questo è quel che rimane delle nostre vite». Lui, la moglie e i loro tre figli. «Non è ancora caduta ma è lì sul burrone e sicuramente non potremmo più tornarci». Ci fa vedere la palazzina pericolante in una delle foto panoramiche che girano: «Questa è la nostra e quella bianca che sporge era quella della cugina di mia moglie: è venuta giù stanotte, siamo disperati».
Disca ha 44 anni, fa l’autista per un’impresa di movimento terra e su quella casa destinata a cadere ha investito molti dei suoi risparmi. «E ho ancora un bel mutuo». Porta tutto in una specie di magazzino che si trova al pian terreno della vecchia abitazione di famiglia, non distante dalla sua, e sempre in piena zona rossa, cioè quell’area entro i 150 metri dalla frana considerata off limits dalle autorità che hanno disposto l’evacuazione di circa 1600 persone.
«Ma la mia ormai è andata, questa ancora no». Disca dice di essere stato il primo ad avvisare il sindaco di Niscemi delle stranezze che stavano succedendo: «Dieci giorni fa avevo notato che il terreno si muoveva sotto i piedi e avevo sentito anche un boato. Per me i problemi nascono anche dalla diga laggiù che lasciano aperta e fa passare l’acqua». Scricchiolii, rumori sinistri, la terra che si muove. Un deja vu di altri disastri, primo fra tutti il Vajont.
Arriva sua madre, in lacrime. «Dovevano piantare mille alberi, li hai visti? - prosegue lui accarezzandola - È dal 1997, quando c’è stata la grande frana, che dicono e non fanno».
Siamo nel quartiere Sante Croci, un reticolo di stradine squadrate e vecchie palazzine dove tutto si è fermato di colpo domenica scorsa. Ora è un deserto. Si vedono solo vigili del fuoco, uomini della protezione civile e carabinieri che accompagnano qualche residente.
Da una porta spunta un signore anziano. «Sono qui con mia moglie, siamo tornati a dare da mangiare ai gatti perché mica potevamo portarli da chi ci ospita, siamo animalisti». Si chiama Fabrizio Cirrone. Gli è rimasta impressa la notte in cui è stato costretto ad andarsene: «Noi non volevamo, ce l’hanno imposto. Sono venuti all’una e mezza, “dovete abbandonare la casa subito”, hanno detto, e ce ne siamo andati, durissima».
[…] Nicola Casagli, professore di Geologia applicata all’Università di Firenze. Esperto di frane, tecnico della Protezione civile, Casagli sta studiando quella di Niscemi. Arriva dalla riunione operativa dove era presente anche Giorgia Meloni.
Quando sente parlare di abusivismo invita alla prudenza: «Premesso che io non ho mai visto una frana così enorme, con questo fronte di 4 chilometri e 700 metri, e detto anche che è destinata ad avanzare un po’, ci aspettiamo una trentina di metri, bisogna riconoscere che il centro storico di Niscemi è stato costruito in una zona assolutamente sicura.
L’espansione verso i margini è avvenuta nei secoli e non riguarda edificazioni recenti. Tranne poche costruzioni che erano in una zona instabile e sono state demolite dallo smottamento».
Rimarca l’eccezionaltà del fenomeno: «Lo metterei dopo il Vajont e al livello della frana di Ancona. È molto simile a quella che sconvolse l’isola di White, in Inghilterra». La gente lo ascolta. Arriva una famigliola piena di borse. «Speriamo davvero che sia sicuro il centro, abbiamo duecento metri di casa, vede, è quella laggiù in fondo». Lui è Gianfranco Buscemi, professore del liceo. «Anche perché al momento mia moglie ed io siamo tornati alle origini, lei dai suoi, io dai miei».
Non ci sono solo le abitazioni. Vicino al ciglio esistono anche negozi e trattorie. Come quelli di Massimo Blanco e di suo figlio Giuseppe che hanno un ristorante e una salumeria. «Abbiamo tolto tutto, smontato banconi, cucine, frigo, abbattitore, forni. La frana ci sta circondando, ce l’abbiamo da quella parte e anche dall’altra, a 70 metri», dice Giuseppe con gli occhi di chi non dorme da giorni. Così, la zona rossa.
Milleseicento persone che per massima parte si sono sistemate a casa di parenti e amici, in una straordinaria gara di solidarietà.
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