CASTIGO DI...VINO – IL SETTORE VITIVINICOLO ITALIANO LANCIA L’ALLARME: LA PRODUZIONE DI VINO NEL NOSTRO PAESE SUPERA I CONSUMI E LE CANTINE SONO PIENE DI BOTTIGLIE INVENDUTE (SI STIMA CHE LE GIACENZE ABBIANO SUPERATO I 53 MILIONI DI ETTOLITRI) – PER SMALTIRE LE SCORTE, UNA BOTTIGLIA SU CINQUE VIENE DECLASSATA (DA DOCG A DOC, DA DOC A IGT O VINO COMUNE), PORTANDO A UN CROLLO DI PREZZI CHE HA GIÀ BRUCIATO OLTRE 500 MILIONI DI VALORE – A PESARE NON SONO SOLO I DAZI E LA SITUAZIONE GEOPOLITICA, MA ANCHE...
Estratto dell’articolo di Rosaria Amato per “la Repubblica”
[…]«La produzione va programmata in funzione del mercato». Una frase (dall'intervento del segretario generale dell'Unione italiana vini, Paolo Castelletti) che esprime il senso ultimo della mole di dati e di analisi messe sul tavolo ieri nel corso dell'assemblea generale della Uiv. Dati per lo più negativi, e non solo per l'impatto dei dazi americani e della situazione geopolitica globale.
Che qualcosa non funzioni più nel mondo del vino si vede già dal grafico che mette a confronto produzione e giacenze: la barra arancione, riferita alla produzione, dal 2022 a oggi è sempre più bassa rispetto a quella gialla della giacenza. Significa che in Italia si produce troppo rispetto alla domanda, italiana ed estera: una situazione che peggiora di anno in anno perché finora non si sono prese misure adeguate.
Per cui, rileva il presidente della Uiv Lamberto Frescobaldi, «nelle attuali condizioni di mercato anche una vendemmia di 44 milioni di ettolitri non è più sostenibile». E infatti dall'Osservatorio Uiv emerge che, nonostante le tre "vendemmie light" tra il 2023 e il 2025, a maggio gli stock nelle cantine superavano i 53 milioni di ettolitri, con un aumento del 7,3% su base annua, il livello di giacenze più alto dal 2022.
In mancanza finora di quelle «scelte coraggiose anche se impopolari» invocate da Frescobaldi nella relazione tenuta davanti alla platea dei produttori, il mercato prova a riequilibrarsi come può. Il "rimedio" più adottato è il declassamento: «Abbiamo riscontrato che oggi una bottiglia su cinque viene declassata», spiega Castelletti. Significa che una bottiglia di vino Docg diventa Doc, una di Doc passa a Igt e l'Igt diventa vino comune.
Il tentativo è quello di vendere a un costo inferiore, pur di smaltire il prodotto degli anni precedenti. Nella pratica, però, si «rischia di innescare un effetto valanga: il vino scende di categoria, i volumi si accumulano alla base della piramide qualitativa e a essere travolti sono i prezzi». La decurtazione dei vini Dop "declassati" vale 364 milioni di euro: sommata ai 152 milioni persi per le bottiglie Igp il valore sottratto è di 516 milioni, l'11% del totale di mercato.
L'Italia rimane il primo produttore mondiale di vino. La produzione, rivendica la Uiv, vale l'1,1% del Pil. Nel 2025 l'export, sia pure in calo del 3,7% sull'anno precedente, valeva ancora 7,78 miliardi di euro, e continua a far parte della Top5 dei principali comparti del made in Italy per la bilancia commerciale. Una posizione solida, minata però dal profondo cambiamento dei consumi, che pesa anche più dei dazi americani e delle guerre in corso.
«Per la prima volta nel 2025 oltre la metà dei cittadini americani – spiega Frescobaldi, citando un sondaggio Gallup – dichiara di avere una percezione negativa del consumo di alcol e dei suoi effetti sulla salute. Venticinque anni fa quella percentuale era poco più del 25%». Vale solo per gli americani? Non proprio: il calo dei consumi si riscontra ovunque, anche in Italia. E il calo dell'export, anche nei primi mesi di quest'anno, è generalizzato (-4%). Più dei volumi pesa la perdita in valore dovuta al calo dei prezzi: -21% negli Usa, -8% nel Regno Unito, -10% in Svizzera. -4% in Giappone. Paradossalmente l'unico segno positivo (+4%) è verso la Francia: «È come vendere ghiaccio agli eschimesi», scherza Frescobaldi.
Dati che rendono urgente però l'adozione di «una strategia fondata su due grandi pilastri», ribadisce il presidente Uiv: l'adattamento della produzione all'evoluzione della domanda e il rafforzamento della competitività dell'offerta italiana sui mercati globali. «Meglio prendere una decisione sbagliata che nessuna decisione», conclude. Ne conviene anche il ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida: «Le fasi di crisi si superano. Lavoreremo sugli interventi auspicati dal settore».





