luca bettonte

RICORDATE LA STORICA SENTENZA DELLA CASSAZIONE CHE HA RISCRITTO I PARAMETRI DELL’ASSEGNO DI SEPARAZIONE? ORA IL TRIBUNALE DI GENOVA INNESTA UNA PARZIALE RETROMARCIA - LA VICENDA DA CUI PARTE TUTTO E’ QUELLA CHE VEDE OPPOSTO IL NUMERO UNO DI ERG, LUCA BETTONTE, E L’EX MOGLIE PATRIZIA BARBATO - ECCO COSA E’ SUCCESSO

SEPARAZIONE

Daniela Missaglia per “il Giornale”

 

Per oltre otto secoli Genova è stata citata come la «dominante», la «superba» e, qualche giorno fa i giudici della sua Corte d' appello non si sono smentiti in fatto di autonomia decisionale. In barba al cancan giurisprudenziale iniziato lo scorso 10 maggio 2017 con la storica - quanto mediatica - sentenza della Cassazione che ha riscritto i criteri per (non) determinare l'assegno di divorzio, abolendo nella sostanza il vecchio parametro del «tenore di vita» in costanza di matrimonio, i giudici d'appello del capoluogo ligure hanno innestato una parziale retromarcia che è andata ad impattare quella rivoluzione copernicana che aveva ridato il sorriso a moltitudini di mariti.

 

LUCA BETTONTE

Oggi da Genova quel sorriso si smorza e ad esultare sono quelle donne che si sono distinte nel corso del loro matrimonio per avere contribuito alla carriera dei mariti, annullandosi e sacrificandosi per dedicarsi alla famiglia e vivere nell'ombra dell'ingombrante figura di questi.

 

La vicenda al centro della cronaca giudiziaria è semplice: il numero uno di Erg, Luca Bettonte, verosimilmente illuso dal nuovo corso giurisprudenziale, aveva chiesto di ridurre il corposo assegno divorzile dell'ex moglie e farsi altresì restituire ingenti somme, rimarcando come il patrimonio mobiliare ed immobiliare della stessa (di fatto da lui costituito con donazioni nel corso del matrimonio) nonché l'ingente contributo per il figlio costituissero per l'ex consorte un' indubbia autosufficienza.

 

SEPARAZIONE

Dal canto suo la moglie, Patrizia Barbato, aveva invece insistito sull'effetto irreversibile dell'essersi sacrificata per la carriera del marito, i cui stipendi veleggiano da tempo col vento in poppa. I giudici genovesi, ribaltando i pronostici e rompendo il tabù di sentenze che da quasi un anno puntavano la prua in un'unica direzione, hanno evidenziato che la signora Barbato, «non è più capace di lavorare» anche se da ragazza faceva l'igienista dentale e «ha contribuito al successo del marito, lasciando degradare la propria professionalità per dedicarsi alla famiglia e alla casa quando il coniuge faceva carriera».

 

CASSAZIONE

In estrema sintesi, nella motivazione della sentenza si sottolinea che, a prescindere dall'avere una propria autosufficienza economica, «proprio perché non ha più alcuna possibilità di riposizionarsi sul mercato del lavoro, il surplus accantonato potrebbe servire per imprevisti futuri, in primis i problemi di salute. E quindi l'assegno deve rimanere in linea con il tenore di vita antecedente il divorzio».

 

Schizofrenia giurisprudenziale? Sì, no, forse. È da oltre un anno che nelle aule si ripete alle donne che con il divorzio ciascuno va per la propria strada, che con esso tutto deve tornare come all'origine senza più condizioni di privilegio che garantiscano, per il solo fatto di aver contratto matrimonio, rendite parassitarie.

CASSAZIONE

 

Ma questo approccio talebano, lanciato dalla prima sezione della Corte di cassazione, ha creato uno tsunami che ha parificato donne di diversa estrazione ed esperienze familiari, creando danni non indifferenti, proprio perché non si può fare di tutta l'erba un fascio.

 

E in attesa che le Sezioni unite della Corte di cassazione si esprimano sul parametro del «tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio», abolito dalla sentenza del maggio 2017, non si può non riflettere su alcuni dati basici che vedono l'Italia detenere uno dei peggiori tassi di disoccupazione delle donne tra i 15 e i 64 anni, e una percentuale impressionante di esponenti dell'«altra metà del cielo» che hanno subìto ricatti sessuali sul lavoro nel corso della vita, vivendo spesso in condizioni inique tanto da non poter decidere le spese familiari, di avere una carta di credito o di gestire in autonomia alcuna somma di denaro. È dunque ovvio che per evitare «ingiustizie familiari» i giudici non possano che valutare caso per caso le vicende divorzili.

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