moby prince

LA VERITA’, VI PREGO, SUL DISASTRO DELLA MOBY PRINCE, - CONCLUSO IL LAVORO DELLA COMMISSIONE D' INCHIESTA SULLA TERRIBILE NOTTE DI 26 ANNI FA: "LA NEBBIA FU UN' INVENZIONE, LE 140 VITTIME NON FURONO SOCCORSE" – “L'ESITO DELLE AUDIZIONI DIMOSTRA CHE A PROVOCARE IL DRAMMA NON È STATA LA DISTRAZIONE DELL'EQUIPAGGIO”

moby prince

Nicola Pinna per la Stampa

 

 

Guido Frilli non è un fantasma spuntato fuori all' improvviso.

Si fece vivo e parlò anche 26 anni fa, ma allora nessuno lo ascoltò. Provò persino a mettere per iscritto tutto ciò che aveva visto la notte del disastro, ma il verbale con la sua testimonianza non è mai finito nel fascicolo di un' indagine. Ora le cose cambiano.

 

E non è un dettaglio. Quello che Guido Frilli ha visto dalla finestra della sua casa di Livorno è nero su bianco nel resoconto dell' ultima seduta della Commissione parlamentare d' inchiesta sul dramma del Moby Prince. «Quella notte in rada non c' era nebbia, lo ribadisco. Sono stato alla finestra fino all' una del mattino e vedevo con chiarezza ciò che stava accadendo». Ecco, questa è la pietra tombale sulla vecchia verità processuale.

 

Una verità che però non ha mai chiarito la dinamica (e le cause) del drammatico scontro tra il traghetto Moby Prince e la petroliera Agip Abruzzo. A distanza di così tanto tempo la storia è quasi tutta da riscrivere, perché su uno dei grandi misteri italiani ora ci sono almeno tre nuove certezze.

 

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La più importante si basa (anche) sul racconto di Guido Frilli: di fronte alla Commissione d' inchiesta lo avevano detto anche altri e così sembra sgretolarsi l' ipotesi della nebbia, che per i magistrati era la causa principale del disastro. Prima dello spettatore involontario, una versione più o meno simile l' avevano data ai senatori l' ex pilota del porto di Livorno, l' avvisatore marittimo e persino due ufficiali della Guardia costiera. «Nei giorni successivi all' incidente - ha sottolineato Frilli - mi sono presentato in Capitaneria per riferire della perfetta visibilità in rada e della totale assenza di nebbia».

 

Di un racconto così prezioso non si era mai saputo nulla, ma dal lavoro della Commissione d' inchiesta (presieduta da Silvio Lai del Pd) viene fuori che le indagini sono state superficiali e le conclusioni poco fedeli alla realtà dei fatti. La relazione finale sulle 72 audizioni fatte in 25 mesi di lavoro verrà presentata tra qualche giorno, ma insieme alla questione della nebbia ci sono altri due passaggi che consentono di riscrivere la storia.

 

moby prince

E che lasciano aperta l' ipotesi di una imminente trasmissione degli atti alla procura per sollecitare l' apertura di una nuova inchiesta. Quello che i parenti delle vittime chiedono da anni: «Non so se arriveremo mai alla verità totale - dice Luchino Chessa, figlio del comandante del traghetto -. Di certo, l' esito delle audizioni dimostra che a provocare il dramma non è stata la distrazione dell' equipaggio. Non credo che sarà mai possibile, ma sarebbe utile capire anche le cause dell' impatto».

 

La sopravvivenza dei 140 del Moby Prince e l' organizzazione dei soccorsi sono gli altri due punti su cui saltano fuori i nuovi dettagli. A rileggere le due sentenze che hanno chiuso il caso senza colpevoli, i passeggeri del traghetto appena partito da Livorno e diretto a Olbia avrebbero avuto solo 20 minuti di vita. Ma in realtà, dal momento dello scontro con la petroliera, a bordo della nave sono trascorse ore interminabili e drammatiche. E le prove messe insieme dalla Commissione d' inchiesta sono diverse.

 

moby prince

Una è la consulenza di un medico legale (ancora secretata) che ha chiarito un particolare su cui già c' era qualche indizio: i 140 hanno respirato per ore il fumo. In più c' è l' immagine di quell' uomo che dopo molte ore sale sul ponte della nave per chiedere aiuto: in pochi minuti il suo corpo è stato carbonizzato e questo dimostra che fino a quel momento era stato in un luogo sicuro. Infine, ci sono le foto scattate dai vigili del fuoco, entrati per primi nel garage del traghetto: sulle auto coperte di fuliggine (che si deposita quando le fiamme sono spente) ci sono le orme di tante mani.

 

E questo per i periti significa che quando il rogo era stato domato dentro la nave arroventata parecchie persone ancora si spostavano alla ricerca di un luogo sicuro. La testimonianza del mozzo Alessio Bertrand, unico sopravvissuto del Moby Prince, rafforza la nuova certezza: «Quando mi hanno soccorso ho detto che c' erano ancora persone vive».

 

MOBY PRINCE

Il capitolo soccorsi è quello che nelle prime indagini non è mai stato affrontato, ma negli atti degli interrogatori fatti dalla Commissione c' è una pesante ammissione dell' allora comandante del porto, Sergio Albanese: «Il traghetto era un corollario, ci siamo concentrati sulla petroliera». A salvare i 140 passeggeri, dunque, nessuno ci ha provato.

IL DISASTRO DELLA MOBY PRINCE

 

IL DISASTRO DELLA MOBY PRINCE

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