“GIO PONTI NON ERA FASCISTA”! GLI EREDI DELL’ARCHITETTO CHE PROGETTO’ IL PIRELLONE CONTRO IL MUSEO DELLA DESTRA -SCOPPIA IL CASO DELLO SPAZIO A MILANO VOLUTO DA REGIONE LOMBARDIA (CHE HA STANZIATO UN MILIONE) PER CREARE UNO SPAZIO ESPOSITIVO GIO PONTI ALL'INTERNO DEL MUSEUM ADI (ASSOCIAZIONE DESIGN INDUSTRIALE) - IL NIPOTE SALVATORE LICITRA CHE RAPPRESENTA GLI ARCHIVI "E’ UN OPERAZIONE POLITICA. È IN ATTO UN TENTATIVO DI REVISIONISMO MOLTO CHIARO PER TRASFORMARE PONTI IN UN PERSONAGGIO DELLA DESTRA ITALIANA” – L’ALTRO NIPOTE PAOLO ROSSELLI: DA RAGAZZO CHIESI A MIO NONNO PER CHI VOTAVA E LUI MI RISPOSE CHE ERA PER UN DEMOCRISTIANO DI SINISTRA COME CARLO DONAT-CATTIN”
Francesco Manacorda per repubblica.it - Estratti
«A chi Gio Ponti? A noi!». Nella resistibile offensiva culturale della destra di governo, nella caccia grossa a figure illustri da esporre come trofei nel proprio pantheon, scocca l'ora fatale dell'architettura. Con relativa contestazione.
Sono infatti gli eredi e curatori dell'opera di Ponti a opporsi — anche con una diffida per ora rimasta inascoltata — a un'iniziativa che dovrebbe riguardare la figura e il lavoro del grande architetto milanese e nella quale brilla al momento proprio la loro polemica assenza.
La settimana scorsa viene firmata una convenzione tra Regione Lombardia e Fondazione Adi (Associazione design industriale) di cui lo stesso Ponti fu tra i fondatori. Dalla Regione un milione di euro per creare uno spazio espositivo Gio Ponti all'interno dell'Adi Museum;
dalla stessa Adi un investimento per un altro milione. Alla cerimonia presenziano Francesca Caruso, assessore alla Cultura della Lombardia e larussiana in purezza — che già il 2 febbraio aveva annunciato l'iniziativa — i vertici dell'Adi, ma soprattutto il presidente FdI della commissione Cultura della Camera Federico Mollicone. «Un Leonardo contemporaneo», dice di Ponti.
E in effetti il genio eclettico dell'architetto che progettò — tra l'altro — il Pirellone, ideò un'icona del design come la sedia Superleggera, fondò la rivista Domus, è indiscusso. E forse è fin poco ridurlo in uno spazio soppalcato nell'Adi Museum, che verrà utilizzato anche per altre attività.
Ma al di là degli spazi, c'è qualcosa di cui alla presentazione, dove non compare nessuno tra gli otto tra eredi e curatori di Ponti, si evita accuratamente di parlare. Tutti loro — rappresentati dal nipote Salvatore Licitra, curatore dei "Gio Ponti Archives" che raccolgono immagini e informazioni e amministrano l'archivio storico, e da Paolo Rosselli, altro nipote che cura l'archivio epistolare — hanno già inviato il 10 febbraio scorso una diffida formale alla Regione Lombardia e all'Adi.
Lamentano di non essere stati consultati riguardo all'iniziativa, ricordano che qualunque uso del nome e delle opere di Ponti presuppone il loro consenso, e puntualizzano anche di aver appreso tutto dai giornali. Risposte? «Dalla Regione silenzio totale», dice Licitra. L'Adi, invece, replica e afferma in sostanza che il progetto dello spazio espositivo è stato condiviso con gli eredi e da loro ritenuto idoneo. Una versione che Licitra e Rosselli negano recisamente.
Del resto, sostiene proprio Rosselli, «non intendevamo certo rifiutare l'offerta dell'Adi, ma avevamo messo in chiaro che il progetto doveva passare per forza dalla nostra approvazione. Loro parevano averlo capito, ma poi hanno fatto altrimenti».
Fin qui, una controversia tra eredi e istituzioni che potrebbe sembrare solo una questione di diritti d'autore e magari di legittime sensibilità offese.
Ma dietro c'è qualcosa di più, e per capirlo bisogna tornare proprio a Mollicone. «È lui che nel 2023 si fa vivo per la prima volta con me — racconta Licitra — proponendomi una mostra di Gio Ponti in Parlamento».
La risposta è netta: «Noi facciamo le mostre nei musei. Non mi piace accostare Ponti al mondo della politica». Mollicone viene congedato, ma qualche mese dopo è il direttore dell'Adi Museum, Andrea Cancellato, a farsi avanti con toni più felpati per proporre a Licitra di portare i materiali d'archivio sotto il tetto del museo e costruire uno spazio dedicato all'architetto. Il curatore accetta di ragionarne, ma a una condizione precisa: che tutto si faccia assieme alla "comunione" degli eredi, che da oltre un trentennio segue il patrimonio culturale dell'architetto, cura i volumi a lui dedicati, ne organizza le mostre in tutto il mondo.
Segue però un lunghissimo silenzio che viene rotto solo il 2 febbraio, quando l'assessore Caruso annuncia l'omaggio a Ponti all'insaputa — e a questo punto a dispetto — degli eredi di Ponti.
«È in atto un tentativo di revisionismo molto aperto, molto chiaro — dice così Licitra — per trasformare Ponti in un personaggio della destra italiana». Per gli eredi il disegno è chiaro: inserire Ponti in una narrativa identitaria di destra, approfittando del fatto che fu un cattolico praticante, che aveva lavorato intensamente anche durante il ventennio fascista, e che i fondi pubblici oggi scorrono soprattutto a quelle latitudini. Ma, sostengono, sarebbe una narrativa mistificatoria.
«Da ragazzo chiesi a mio nonno per chi votava — ricorda Rosselli — e lui mi rispose che era per un democristiano di sinistra come Carlo Donat-Cattin». Licitra sottolinea che il mondo di Ponti era quello della grande borghesia industriale milanese; universo del tutto estraneo al fascismo.
«Lavorò, e molto, durante il regime perché lavorava sempre.
Lo fece grazie a una rete di relazioni che non passava per la tessera del partito».
«Non gli interessava certo essere funzionale al regime, ma gli interessava ovviamente il suo lavoro — commenta Stefano Casciani, che ha curato un ampio saggio biografico per il volume definitivo dedicato all'architetto ed edito da Taschen — Se ora qualcuno vuole collocarlo vicino al fascismo fa un errore».
gio ponti 01
RENZO BOSSI E ATTILIO FONTANA A GEMONIO DOPO LA MORTE DI UMBERTO BOSSI
FEDERICO MOLLICONE - ILLUSTRAZIONE BY FRANCESCO FRANK FEDERIGHI
GIO PONTI
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