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L’ANITONA DEI GIUSTI - COSÌ ‘’LA DOLCE VITA’’ SE NE VA DEFINITIVAMENTE - ADORABILE MISCUGLIO DI FOLLIA DI HOLLYWOOD, FISICO NORDICO, CRONACHE CAFONAL, È STATA DAVVERO LA PRIMA SEX SYMBOL, IL SOGNO EROTICO DEL NOSTRO CINEMA

Marco Giusti per Dagospia

 

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Pure Anita… Così ‘’La dolce vita’’ se ne va definitivamente. Anita Ekberg nella Fontana di Trevi e il suo “Marcello come here!” rimarranno per sempre nel nostro cuore. Non solo di cinéfili. Senza scordare l’Anita dei film di Dean Martin e Jerry Lewis come Artisti e modelle di Frank Tashlin, che fu il primo a capirne la potenza da pin-up prosperosa e a imporla solo come Anita, cioè se stessa. O quella dei peplum di Cinecittà, come Nel segno di Roma, diretto in segreto da Michelangelo Antonioni, dove se la vede con la procace ballerina cubana Chelo Alonso.

 

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Quella dei film stracult anni ’80, un percorso che la porterà alle vette di Suor omicidi e di Bambola, dove fu la mamma di Valeria Marini. E l’Anita chiamata a Hollywood da Howard Hughes, che le voleva rifare naso, denti e chissà quante altre cose. O quella delle cronache degli anni ’50, divisa tra i tanti mariti, il manesco Anthony Steel, il belloccio Rik Van Nutter, i tanti playboy del tempo, come l’ingegnere Mario Bandini che la presentò a Fellini in cerca della protagonista di La dolce vita, un giovane avvocato Agnelli, gli accompagnatori ufficiali Franco Silva e Walter Chiari, che è con lei quella notte a Fontana di Trevi.

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E le sue manie, immortalate dalle cronache cafonal del tempo. Il camerino col bagno di marmo rosa del Portogallo per i bagni di luce e d’acqua. Le tre parrucche, una striata d’argento per ricevere gli amici a casa, una bianca striata di nero per il pomeriggio, una bionda striata di bianco per le nottate brave. Tra le pietre preziose preferisce lo smeraldo. Quando balla, balla scalza.

 

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“Io non solo ballare senza scarpa, ma sempre lancia scarpa dove capita all’inizio di ballo, anche durante film…”. Le sua villa romana sull’Aventino, dove vive con Anthony Steel, l’attico a Via Tagliamento, la villa a Sabaudia dove vive già ingrassata di 15 chili con Rik Van Nutter e un esercito di animali, ci sono pure due cammelli, e prende a fucilate i paparazzi. Ma è brava anche a colpirli con arco e frecce.

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Igor Man la definisce “una giumenta prosperosa dalla lunga criniera bionda”. Le chiedono quanti uomini deve avere una donna? “Be’?”, risponde, “per essere completa almeno tre. Il marito di età di mezzo per la famiglia, un amante giovane per fare amore e uno vecchio per denaro. Ah! Ah!”.

 

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Ma il suo vero problema non sono solo gli amanti, ben più di tre, è il dissipare tutto dopo il successo. E’ una star internazionale dopo La dolce vita, ma mangia, beve, ingrassa troppo. Al punto che Fellini, che la vorrà anche nel meraviglioso episodio Le tentazioni del Dottor Antonio in Boccacio ’70, dove è Anitona, star gigantesca che turba il censore Peppino nel suo incubo peggiore nella Roma dell’Eur, ne sfrutta proprio le potenzialità “mostruose”.

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E perfino nel geniale Intervista, dove assieme a Marcello vestito da Mandrake la andranno a trovare nella sua villa di campagna per rivedere su un gran telo la scena del bagno nella Fontana di Trevi, la esalta come diva giunonica e mostruosa, quasi una parodia di quella che fu.

 

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Perché Fellini sa che Anita, adorabile miscuglio di follia di Hollywood, fisico nordico, chilometri di pagine di cronaca romana, è stata davvero la prima sex symbol, il sogno erotico del nostro cinema. Anche se non era italiana, e neanche americana, ma svedese, nata a Malmo nel 1931.

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In un meraviglioso raccontino di Dino Risi, che fu uno dei suoi amanti, e solo per arrivare a lei aveva girato il non memorabile A porte chiuse nel 1961, Anita si spoglia nuda per prendere il sole in motoscafo in mezzo al mare, quando arriva una petroliera piena di svedesi che iniziano a urlarle dietro e a suonare la sirena a più non posso. “Loro dice parolaggio”, dice Anita ridendo felice a Dino, “loro di Malmo, mia città”. E intanto seguita a fare altri giri attorno alla petroliera completamente nuda. “Poverini, loro contenti di vedere me nuda!”. Poverini…

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Anita è stata il modello della diva svedese maggiorata costruito da Hollywood e immortalato per sempre da Federico Fellini. Ghiaccio bollente, la chiamavano i giornalista di cronaca rosa. Al suo primo marito, il manesco Anthony Steel, questo ghiaccio bollente non andava giù. Le disse cattivo “Tu non sei mai stata un’attrice”, raccontò lei in un’intervista del tempo, “l’unica parte che puoi interpretare è quella che stai recitando a Roma, te stessa. Tu stai raccogliendo i resti di Ava Gardner. Tu non ghiaccio bollente, ghiaccio e basta”.

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Ma, come concludeva la stessa Anita “Lui ubriacone, serve ghiaccio per whisky. E glu, glu, glu”. Dicono che Anthony Steel la menasse. Di certo beveva parecchio. Sempre Dino Risi ricordava di quando questo marito violento che entrò nella villa di Anita, si servì di ghiaccio e whisky, le depredò casa di oro e argento e senza salutare nessuno se ne andò. Dino non cercò certo di fermarlo, non aprì bocca. E Anita sentenziò: “Dino, tu non eroe, eh?”. E la loro storia finì lì. Salvo che dopo l’uscita del libro, la stessa Anita lo chiamò per dirgli: “Dino, tu grosso stronzo”. Un po’ se lo meritava.

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Resta il fatto che Anita, per tutti gli anni ’50 e i primi ’60, cioè fino a quando non ingrassò a dismisura, fu il maggior sogno erotico degli italiani. Nata per il Technicolor, come capì da subito Frank Tashlin, e per lo schermo panoramico, come capirono sia i produttori di Nel segno di Roma, dove interpreta Zenobia regina di Palmira, sia Federico Fellini, che la vestì subito da seminarista nella grandiosa scena della diva che sale le scale di San Pietro vestita da seminarista, in realtà un modello delle sorelle Fontana, e la gigantizzò poi col petto strabordante nel bagno nella Fontana di Trevi.

 

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“Io non riuscivo a muovermi con la tuta sotto il vestito”, raccontò poco dopo Anita. “Allora toglie stivali e tuta. E corre nella fontana, fin sotto i cavalli di marmo, sotto cascata. Ero bianca bianca. Uno romano dall’alto mi fa: Anì sei’na crema! E Federico: Anì, tu vai sempre dritta, ma piano. Devi camminare come dea, capito? Always smiling, ricordati. Per te cascata è arpa d’acqua. Smile, Anita, smile…”.

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Curiosamente è proprio il film che la definisce di più nella sua scalata al successo, La dolce vita, a segnarne quasi l’inizio della decadenza. Perché Anita sbaglierà gran parte delle scelte successive. Ne I mongoli di André De Toth e Riccardo Freda litiga con il suo partner Jack Palance. Sul set di Apocalisse sul fiume giallo è già una diva smaniosa e bizzosa. Hollywood e la Paramount, che su di lei avevano investito parecchio negli anni ’50, la rivogliono in una commedia western con Frank Sinatra e Dean Martin, I quattro del Texas, diretta da Robert Aldrich.

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A suo fianco c’è una nuova sex star come Ursula Andress, appena scoppiata grazie a Agente 007. Licenza di uccidere di Terence Young. Guarda caso, nel ruolo che Young aveva pensato di offrire proprio a lei. Del resto Anita aveva girato poco prima con lo stesso regista il buffo Zarak, un avventuroso a colori di non grande fortuna. Vai a pensare che questo 007 avrebbe davvero funzionato.

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Le due ragazze, entrambe bellezze europee messe sotto contratto da Hollywood, si conoscevano bene. Ma il film di Aldrich non è il successo sperato, Frank Sinatra è un protagonista e coproduttore invadente, non ha un buon rapporto con Aldrich, e Anita già beve parecchio sul set. Così Hollywood la rimanda in Europa.

 

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Frank Tashlin, che la aveva scoperta, la vuole in Poirot e il caso Amanda, Jerry Lewis nel buffo ma non memorabile Stazione luna. Funziona meglio con Alberto Sordi in Scusi lei, è favorevole o contrario? o con Vittorio De Sica in Sette volte sette. A metà degli anni ’60 è già una vecchia gloria di Hollywood in film non proprio eccelsi come La lunga notte di Tombstone, La sfinge d’oro con Robert Taylor, Il cobra con Dana Andrews.

 

Anita Ekberg in Mercedes Anita Ekberg in Mercedes

Come tante attrici di nome ma non più di grande richiamo, finisce in film di genere e sottogenere in ruoli sempre meno forti. La ricordiamo però nell’interessante horror spagnolo di Amando De Ossorio Malenka, la nipote del vampiro, nel poliziesco tedesco La morte bussa due volte di Harald Philip con Dean Reed e Fabio Testi, nella commedia sexy Il debito coniugale di Franco Prosperi con Lando Buzzanca, nell’assurdo giallo col sosia di Humphrey Bogart, tal Robert Sacchi, Casa d’appuntamento di Ferdinando Merighi, in un tardissimo western di Tanio Boccia, La lunga cavalcata della vendetta a fianco di Richard Harrison, Furio Meniconi e George Wang, vero cinese che si prestava a fare il messicana nei film italiani.

Paparazzi accolgono Anita Ekberg Paparazzi accolgono Anita Ekberg

 

O nel cultissimo Suor omicidi di Giulio Berruti, grassa e cattiva, a fianco di Paola Morra, Lou Castel e Joe Dallesandro. Ma la lista dei cult e degli stracult non finisce qui, visto che dalla fine degli anni ’80 all’inizio dei ’90 verrà ripescata in ruoli non proprio da sex star in capolavori come Cicciabomba con la Rettore, l’erotichello La dolce pelle di Angela di Andrea Bianchi con Michela Miti, Il conte Max di Christian De Sica, perfino Cattive ragazze di Marina Lante Della Rovere a fianco di Eva Grimaldi e Florence Guerin.

 

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Per chiudere la gloriosa carriera al cinema con Bambola di Bigas Luna nel 1996 e in tv con Il bello delle donne nel 2002 nelle produzioni di Alberto Tarallo. Rispolverata in occasione di ogni celebrazione di La dolce vita, Anita è stata davvero schiava per sempre di quel ruolo e di quel personaggio. La star appena arrivata in Italia in un’epoca d’oro che era già finita quando la stava filmando Fellini. Smile, Anita, smile…

 

 

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