1. AVRESTE TANTO VOLUTO VEDERE “THE INTERVIEW”, IL FILM SUL PORCHETTONE DI PYONGYANG AL CENTRO DELL'INTRICATO SPYGAME TRA SONY, HACKER E GOVERNO AMERICANO? 2. NO, PROBLEM: LO SQUADERNA SAVIANO! LO SGOMORROIDE SU “REPUBBLICA” CI RIFILA LA SUA RECENSIONE, NON RICHIESTA, SUL FILM CON JAMES FRANCO E SETH ROGEN 3. “È UNA COMMEDIACCIA AMERICANA. SE DOVESSI PARAGONARLO A UN FILM ITALIANO POTREBBE ESSERE INTITOLATO ‘NATALE A PYONGYANG’, CON TUTTE LE GAG DEL GENERE: LO STARNUTO CHE FA INGHIOTTIRE IL MICROCHIP, INVEROSIMILI FUGHE IN CARRO ARMATO, DONNE BELLISSIME E SVESTITE E IL DITTATORE TONTO CHE ASCOLTA DI NASCOSTO KATY PERRY” 4. NO CENSURA: OGGI ALLE 15.30 AL TEATRO CENTRALE DI ROMA SARÀ PROIETTATO “IL GRANDE DITTATORE” DI CHAPLIN IN REAZIONE ALLO STOP DELLA SONY PER “THE INTERVIEW”

1 - UN FILM MEDIOCRE BANDIERA DI LIBERTÀ

Roberto Saviano per “la Repubblica”

 

ROBERTO SAVIANO E JAMES FRANCOROBERTO SAVIANO E JAMES FRANCO

“I’dlike to be part of the world, not only performing but actually being part of it”. Così James Franco, quando ci incontrammo qualche mese fa, mi parlò di come concepiva il suo lavoro di attore: non solo interpretare ma essere parte del mondo, starci dentro. Scrivere poesie e fare la pubblicità con Gucci, girare film di impegno e contemporaneamente le gag più idiote, portare Steinbeck a Broadway e poi fare il prequel del Pianeta delle scimmie.

 

Tutto è formazione e comunicazione, per un attore geniale come Franco che vuole essere molteplice e valuta anche lo “sputtanamento” come qualità dell’artista moderno. Questa volta, però, non aveva previsto fino a dove l’avrebbe portato la sua attitudine. E quanto sarebbe stato al centro del mondo.

the interviewthe interview

 

La vicenda di The Interview , che in questi giorni colpisce l’America e l’Occidente, è davvero unica. Il film è una commediaccia americana scritta da Dan Sterling che narra la storia di Dave Skylark conduttore di talk show di successo (interpretato da James Franco), e del suo producer Aaron Rapoport (interpretato da Seth Rogen), i quali, sul punto di partire per Pyongyang dove li aspetta un’esclusiva intervista a Kim Jongun, vengono reclutati dalla Cia come (improbabili) assassini del dittatore nordcoreano.

 

Insomma se dovessi paragonarlo a un prodotto italiano potrebbe essere intitolato Natale a Pyongyang, con tutte le gag tipiche del genere: lo starnuto che fa inghiottire il microchip speciale al killer inesperto, inverosimili fughe in carro armato, molte donne bellissime e svestite fino al dittatore più temuto e tonto del mondo che ascolta di nascosto le canzoni pop di Katy Perry.

il finto kim jong un in the interviewil finto kim jong un in the interview

 

Classica commedia degli equivoci nobilitata solo dal vero talento dei due attori. Eppure, questo semplicissimo prodotto farsesco ha creato un caso globale che ha coinvolto persino la Casa Bianca. Prima le minacce nordcoreane hanno fatto rinviare l’uscita del film, poi il gigantesco attacco degli hacker ha convinto la Sony a ritirarlo, spingendola in un’operazione di autocensura stigmatizzata da Obama. «Se dalla major mi avessero chiamato avrei detto di non ritirare il film e di non lasciarsi intimidire (…) Risponderemo al cyberattacco condotto secondo l'Fbi dalla Corea del Nord in modo proporzionato, nelle modalità e nei tempi che decideremo ».

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Molti hanno evocato Il Grande Dittatore di Chaplin, ma The Interview è altra cosa. Eppure bisogna smontare ogni posizione snob e capire che anche una tipica commedia innocua può interrogare i principi della democrazia e della libertà. Anche una satira macchiettistica può essere indigesta per un regime tirannico come quello nord coreano. Raramente un presidente americano è intervenuto sul tema della libertà di espressione.

 

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Ma la vicenda di The Interview ha riallacciato i principali nodi storici degli Usa: Guerra Fredda, conflitto con l’Oriente (Vietnam e Corea stessa) e cyberguerra. Come se i fantasmi del passato e quelli del futuro avessero fatto corto circuito, precipitando in una commedia.

 

Lo spettro dell’attacco digitale genera la grande paura, che le falle del sistema oggi non siano i confini o i cieli ma la rete. Insomma, un film satirico che prende in giro con classiche gag un regime lontano, ha portato il Paese a misurarsi in un sol momento con le concrete paure storiche che credeva archiviate e con le ancora non ben identificate paure future che sente impellenti e verso cui si sente indifeso.

 

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La Sony, ritirando il film, ha fatto da sponda a queste paure, amplificandole: perché la sua è una dichiarazione di impotenza. Meglio la censura che la minaccia. Qualcuno - in realtà sussurra che il miglior modo possibile per fare marketing del film sia stato ritirarlo. Ma non credo affatto sia cosi, c’è davvero questo senso di diffusa paura verso minacce ridicole ma di cui l’America non ha ancora abbastanza esperienza.

 

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Dopo le parole di Obama l’azienda ha annunciato che sta considerando l’ipotesi di far uscire il film su «una piattaforma diversa ». Ma il suo stop all’uscita nelle sale è un cedimento che rappresenta un precedente pericoloso: d’ora in poi basterà qualsiasi attacco hacker e minaccia di apocalisse per fermare un prodotto?

 

Nel film il regime feroce dei gulag, delle fucilazioni di massa precipita nel ridicolo e nell’assurdo, fino a spingere attraverso Franco ad una sorta di identificazione da videogioco: ossia, com’è essere Kim Jong-un? Avere tutti schiavi e schiave a disposizione e armi come giocattoli con cui fare una guerra vera. Essere un tiranno è divertente al punto che forse l’inferno comunista nord-coreano sembra una sorta di gigantesco gioco dove tutti perdono e solo il capo se la spassa.

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Il film non è solo una presa in giro della retorica anticapitalista e antiamericana, è anche una satira sulla superpotenza spionistica di Washington, sugli impossibili strumenti-gadget della Cia e sull’epica delle spystory. Ma per i nordcoreani l’autoironia americana, ovviamente, non conta: se dovessero vedere un film del genere, i loro occhi sarebbero solo su Kim, e l’effetto sarebbe più potente di qualsiasi documentario sui gulag.

 

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The Interview diventa pericoloso nonostante non smonti affatto i meccanismi del regime né dia informazioni, ma semplicemente perché ridicolizza il supremo dittatore di un Paese che si definisce comunista, ma dove il titolo di Segretario del Partito è di fatto ereditario e dove l’ex presidente Kim Il-sung, morto nel ’94, è per Costituzione “presidente eterno”. Sì, anche un film così può porre una grande questione di libertà.

 

2 - «IL DITTATORE» DI CHAPLIN PER DIFENDERE «THE INTERVIEW»

Dal “Corriere della Sera - Edizione Roma”

 

Charlie Chaplin HitlerCharlie Chaplin Hitler

Una proiezione con spettacolo interattivo contro la decisione della Sony di bloccare, dopo l’attacco degli hacker, l’uscita natalizia del film The Interview, commedia satirica di Seth Rogen e James Franco. Alle 15.30 al Teatro Centrale (via Celsa 6) sarà proiettato Il grande dittatore di Charlie Chaplin con l’intervento di attori e musicisti come risposta e reazione allo stop della Sony per The Interview.

 

Il film che racconta con toni grotteschi di un fantomatico tentativo della Cia di assassinare il leader nordcoreano Kim Jong-Un, ha scatenato le ire di Pyongyang e il 24 novembre Sony Pictures è stato oggetto di un massiccio cyber-attack. Quella al Teatro Centrale vuole essere una manifestazione in difesa della libertà di parola in cui anche gli spettatori verranno coinvolti direttamente. 


Verranno distribuiti quotidiani bianchi, alcune persone accoglieranno il pubblico con del nastro adesivo sulla bocca, verranno distribuite le copie del monologo finale del film in modo da recitarlo tutti insieme a Chaplin nella scena conclusiva. L’evento è organizzato da Secret cinema (www.secretcinema.org) in contemporanea con Londra, San Francisco e Los Angeles. I proventi verranno devoluti all’ente caritatevole Article 19, impegnato nella difesa della libertà di espressione. 

 

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